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Voi che fate le guerre

Voi che vi impegnate così tanto a fare le guerre, belli comodi dai vostri salotti, nelle vostre stanze lussuose, ben protetti nel bunker con guardie e soldati, mentre a combattere ci vanno i figli e i padri e le madri di altre persone che nemmeno conoscete, che piangerete con quel tono di totale indifferenza per convenienza e consuetudine .
Voi che fate le guerre standovene ben distanti dal campo di battaglia, premendo pulsanti e muovendo joystick come foste tornati ragazzini davanti ai videogames che avete trasformato in cruda realtà.
Voi che schiacciate persone indifese.
Voi che fate le guerre nei paesi degli altri, distanti migliaia di chilometri dal vostro e non vi rendete nemmeno conto dei danni del dolore della disperazione che create, l'unica cosa che sapete creare distruggendo tutto.
Voi che fate le guerre per motivi che noi comuni esseri umani e mortali non possiamo né tantomeno dobbiamo conoscere, per interessi vostri ma soprattutto di altre persone manipolando la stampa o con la sua compiacenza.
Voi che fate le guerre senza pensare alle conseguenze, non di domani né di dopodomani, ma degli anni a venire, perché siete accecati dall'avidità e dalla crudeltà, o dalla paura di fallire, per arrivare a pensarci.
Voi che fate le guerre per i soldi (di altri), perché i soldi governano più dell'ambiente, della salute, della società.

Ma anche voi. Comuni esseri umani e mortali, che vi impegnate così tanto a rovinare la vita delle altre persone come voi.
Voi che vi credete migliori di queste persone, più sensibili di loro, più in diritto di vivere bene di loro.
Voi che vi impegnate così tanto divertendovi a vederle soffrire, a umiliarle, a spaventarle, e poi andate a dormire sicuri e soddisfatti di aver fatto la cosa più giusta per voi, con tutti i diritti di averlo fatto.

Non vi chiedo se non vi vergognate perché è una domanda stupida e inutile.
A tutti voi che offendete, facendovi passare per offesi, chiedo se vi siete mai fermati un attimo, se avete mai pensato se c'è qualcos'altro di meglio, se non avete mai dato un'occhiata all'altro lato della moneta?
Voglio sapere se alimentare il vostro benessere con la sofferenza che provocate alle altre persone.

Voi che vi impegnate così tanto a fare così tanto male, perché non vi impegnate allo stesso modo a trattarle come vorreste essere trattati? 
Perché non vi impegnate allo stesso modo per capirle, invece di reagire sentendovi in diritto di difendere i vostri diritti?
Perché non vi impegnate allo stesso modo lasciandole vivere in pace, vivendo in pace anche voi stessi?
Tutti dovremmo avere lo stesso dovere di lasciar vivere in pace le altre persone.

Tutti dovremmo vivere e ammirare momenti come questi, sotto una luna che illumina la notte, meglio se in compagnia di qualcuno con cui vorremmo stare in quei momenti, che così diventano ancora più belli - da vivere, da ricordare - lasciandoci andare alla musica.

Voi che vi impegnate così tanto a rovinare, perché non vi impegnate così tanto a pensare al bello che c'è in giro, che facciamo e potremmo fare, a noi stessi e così anche agli altri?





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Stesso pianeta, mondi diversi

Nel pianeta terra siamo oltre 8 miliardi. Non so come facciamo a starci ma in un modo o nell'altro ci stiamo. 
Cinque anni fa la natura se n'è accorta e ha pensato di farne fuori un po', tra i più deboli e tra i più scemi. 
Poi ci ha pensato l'uomo facendo fuori i vicini di casa con un vero e proprio genocidio ma reclamando un preciso motivo quando in realtà immagino ce ne siano molti altri che ignoriamo e ci fanno ignorare.

Ma non è questo che mi turba. O meglio non è solo questo che mi turba. Sono anche tutte le relative conseguenze. C'è chi non ha più una case né un pasto. C'è chi non ha più niente a causa di chi si è arrogato non so quale diritto di toglierlo.
Ma c'è chi vive in dimore da milioni di euro o dollari e in garage ha auto che ne valgono almeno un quarto ed è sicuro di tre pasti al giorno più gli extra.

Nello stesso pianeta, la Terra, esistono due mondi differenti. Non sono due mondi paralleli, non stiamo vivendo due diverse realtà divise da salti temporali, al massimo da fusi orari. Quando qualcuno va a dormire nel suo letto comodo c'è chi nello stesso pianeta nello stesso tempo nemmeno si alza perché non ha mangiato e non ha le forze per alzarsi ma tanto, non ha nemmeno un materasso per dormire. Perché nemmeno su quelli degli ospedali può contare, perché anche gli ospedali non ci sono più.

C'è chi muore svolgendo il proprio lavoro perché vuole far conoscere la realtà al suo mondo, armato di macchina fotografica, videocamera e pc e c'è chi facendo lo stesso lavoro fa marchette protetto e sicuro, forse sottopagato e parliamone pure ma di questo meglio in un altro momento.

Qualche settimana fa ero in un supermercato, una catena locale. Passavo attraverso le corsie ed ero frastornato dalla quantità di cose da mangiare bere pulire giocare esposte negli scaffali in maniera ossessiva e soffocante. Poi sono passato davanti al banco dei salumi e mi si è ritorto lo stomaco.

Il banco frigo era colmo di una distesa di vaschette di plastica con salumi affettati, pronti per essere presi pagati e consumati. Due cose contrastanti una con l'altra mi hanno colpito: la totale assenza di contatto umano rappresentato da quel dialogo tra salumiere e cliente che mi colpiva sempre da bambino, perché qui prendi quello che ti serve senza chiedere né salutare mostrando educazione e gentilezza e l'esagerata quantità di beni di prima necessità (lo sono ancora?) messa in mostra come gioielli.

Ho chiesto alla signora addetta al reparto se si vendono tutte e altrimenti cose ne fanno di quelle avanzate. Mi ha risposto che certamente si vendono tutte e che in caso le buttano.

Sono stato travolto dal suo sorriso a rassicurarmi, di non fare troppo il progressista. Non ho potuto non trattenere un groppo in gola non pensare a chi non può più permettersi una di quelle vaschette ed è costretto a implora un po' di cibo e sta morendo, per colpa di quello che si è arrogato quel non so quale diritto di privarli dei diritti della personalità e di tutti gli altri che in vari modi più o meno obliqui lo sostengono. Quel sorriso meschino e quelle vaschette mi hanno fatto sentire un grande senso di ingiustizia. Mi sono chiesto se me le meritassi, se tutti noi ce le meritassimo. Perché noi sì e altri invece no. Questo mondo è davvero giusto?

E io che ne faccio parte cosa faccio per renderlo giusto?




Il video l'ho trovato sulla pagina Facebook Gatot Garislurus

Rompiamo tante le scatole e ci rompiamo tante le scatole perché pensiamo di meritarci tante cose quando invece c'è qualcun altro che invece ne ha bisogno e c'è una differenza tremenda.
Ho pensato allo spreco di quelle vaschette che vengono gettare se non vengono vendute quando invece dovrebbero essere d(on)ate a chi ne ha bisogno.

Ho guardato Tommaso a Teresa che guardavano con occhi vuoti e un'espressione di chi chiede chiarimenti perché forse avevano capito il mio malcelato sgomento. Loro ancora non riescono a capirlo. Vorrei non avessero bisogno di capirlo in futuro perché allora questo mondo è stato capace di rendersi giustizia. Ma è una speranza che al momento è privo di qualsiasi fondamento.

Se quelle vaschette sono il simbolo della modernità e del progresso, stiamo sbagliando tutto e dobbiamo subito fare qualcosa per cambiare.


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Bandiere, libertà e Costituzione al Giro d'Italia

Si devono vivere certe cose per capirle e provare certe emozioni. Perché quando ne vieni a conoscenza in modo indiretto tramite i mezzi di informazione o perché te le raccontano, non puoi provare le stesse cose di chi le ha vissute. Per quanto tu possa essere la persona più empatica del mondo, non potrai mai sapere cosa significa quello che hanno vissuto le altre persone.
Ieri ho potuto vivere una di quelle situazioni che di solito mi raccontano o che leggo sui giornali che mi fanno rimanere con tante domande e sospeso tra stati d'animo diversi e contrastanti.

Ieri a Vicenza c'è stato l'arrivo di una tappa del Giro d'Italia. Uno di quegli eventi che coinvolgono e stravolgono le città dove passa la carovana rosa, soprattutto se in quella città in non c'è un cazzo da fare (che storia eh!? Argomento che ho già trattato più volte e che mi farà ritornarci sopra perché merita. Mestamente!).
Il territorio vicentino è così vario che sui Colli Berici comprende anche dei tratti in salita davvero tosti così sono andato a vedere il passaggio a S. Giovanni Monte, sopra il comune di Barbarano Mossano.
Mi sono messo d'accordo con Infe, il mio compagno di concerti e uno della banda dei Cinghiali Notturni, gli amici con i quali esco in giri notturni in mountainbike. Trovarsi lungo la Riviera Berica vuota e senza macchine è stato molto strano e bello. Da qui siamo saliti lungo la strada di San Rocco tra una chiacchiera e una madosca per certi tratti che hanno richiesto uno sforzo alto e un rapporto basso.
Tagliando per un sentiero infangato grazie all'intransigenza di un anziano addetto al controllo passaggi abusivi, lungo un tratturo che si immetteva nella strada principale (che però si poteva percorrere se arrivavi da un'altra parte!), siamo arrivati  al GPM di San Giovanni in Monte (4a cat., 5 km al 6,6%) piazzandoci poco dopo, su un tratto lievemente in salita dove potevamo vedere bene i ciclisti. 

Mentre eravamo in attesa del passaggio e cercando di capire quanto potesse mancare, essendo in una zona dove il segnale del telefono non riusciva a raggiungerci, io e Infe stavamo facendo passare il tempo con profondi ragionamenti sul più e sul meno quando a un certo punto si è fermata un'auto a qualche metro da noi. Mentre scendeva un signore tarchiatello con il distintivo della Polizia ho pensato che ci avrebbe chiesto di spostarci ulteriormente e di non stare troppo sul ciglio della strada, visto anche che le auto al seguito dei ciclisti ci avevano quasi fatto il filo. 
In effetti aveva una richiesta ma non era per entrambi ed è stato molto diversa da quella che mi aspettavo: "Può farmi vedere un documento?" ha detto a metà strada tra un ordine e una domanda rivolgendosi a Infe che evidentemente, capendo la situazione in leggero anticipo rispetto a me, cercando la sua carta di identità con gentilezza ha chiesto: "C'è qualcosa che non va?". Il tempo molto breve a realizzare cosa stava succedendo e sono sbottato, pur se in modo educato.
"C'è bisogno di chiedere e fotografare un documento? Non mi sembra stia facendo qualcosa di male, anzi!" ho esclamata incredulo, vivendo una di quelle situazioni che ho sempre letto o sentito raccontare.
"No niente, infatti, è solo una richiesta" ha risposto il solerte agente in borghese.
"Mi scusi posso sapere in forza di quale qualifica ha fatto questa richiesta?" ho chiesto con la pressione sanguigna in salita.
Pensando valesse come una risposta, l'agente mi ha mostrato il distintivo agganciato ai passanti dei suoi jeans.
"Lo so, avevo visto. Quale è il suo grado?" ho chiesto mantenendo la calma e l'educazione che i miei genitori mi hanno insegnato.
"Io sono il responsabile della sicurezza della Polizia. Lavoro per il vostro bene" ha risposto in modo fermo ma arrogante il responsabile della Polizia che lavora per il nostro bene, senza però rispondere alla mia domanda dirigendosi verso l'auto senza neanche salutarci.

L'agente si è rivolto a Infe, il "colpevole" era lui non io ma per tutta la durata della scena e anche successivamente quell'agente mi ha lasciato un profondo senso di avvilimento e di rabbia. Per la sua arroganza, la sua freddezza, per aver abusato della sua superiorità nei confronti di chi non può rispondere con la stessa misura. Mi sono sentito schiacciato. 
Se viviamo in un paese che riconosce tra i suoi principi fondamentali quello di essere una Repubblica democratica, che ripudia la guerra, che riconosce a tutti il "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", che bisogno c'era bisogno di chiedere i documenti a Infe solo perché aveva in mano la bandiera della Palestina? Avesse avuto quella di Israele si sarebbe fermato?
No, la mia sicurezza non si è sentita per niente tutelata da quella persona anzi, è stata schiacciata. Mi sono sentito oppresso e anche spaventato. I miei diritti non sono stati riconosciuti. Ma mi sembra sempre più evidente come la nostra Costituzione non sia rispettata nemmeno dalle istituzioni che invece devono rispettarla e devono lavorare secondo i suoi principi fondamentali.

Il fatto che Infe non sia stato l'unico a essere identificato per lo stesso motivo da un esponente delle forze dell'ordine (quale ordine?) mi preoccupa ancora di più.



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Buon 1° maggio

Buon 1° maggio a tutti i Giuseppe.


Buon 1° maggio a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici che oggi si possono godere di un giorno di riposo, meritato o meno che sia.


Buon 1° maggio a chi oggi invece lavora per prestare il suo servizio, che sia per garantire la sicurezza e la salute delle altre persone o perché per loro oggi è un giorno come un altro. Agli autisti dei mezzi pubblici, alle forze dell'ordine, a medici e infermieri, a chi non chiude il negozio, agli addetti alla raccolta rifiuti che questa mattina si sono alzati lo stesso perché è un giorno qualsiasi.


Buon 1° maggio ai sindacati che dopo essere stati costretti alla tortura del loro discorso in stile anni '70 del secolo scorso o del presenzialismo in qualche posto noto solo per qualche triste fatto, sono tornati da dov'erano venuti. Buona festa del lavoro a voi che uscite dal vostro guscio quando ormai è troppo tardi e non per evitarlo, questo troppo tardi e mai per rispondere alle vostre responsabilità. 


Buona festa del 1° maggio ai politici che regalano briciole come se fossero le loro costole mantenendo i propri privilegi. Buona festa del lavoro a voi che non avete mai saputo cosa significhi davvero cercare, tenere e avere un lavoro per pagarvi lo stipendio e con quel che resta mantenersi.


Buon 1° maggio a chi si sbatte dalla mattina alla sera, qualcuno sette giorni su sette, per permettere a chi lo paga di comprarsi l'ultimo modello di telefono e di auto da intestare all'azienda.


Buon 1° maggio alle donne che devono decidere tra lavoro o maternità perché vivono in un Paese fermo, dove una possibilità esclude ancora l'altra, rendendole inconciliabili. 


Buon 1° maggio a chi ha studiato per un lavoro, non lo ha trovato (se lo ha cercato) ma ha la fortuna di farsi mantenere lavorando nell'azienda del papà. 

 

Buon 1° maggio a chi scrive annunci di lavoro mescolando quattro ruoli in un solo annuncio.

 

Buon 1° maggio a chi è troppo vecchio, a chi non ha esperienza ma solo tanta voglia di mettersi in gioco, umiltà di imparare, necessità di far quadrare i conti. 


Buon 1° maggio a chi preferisce resistere e lamentarsi invece di cambiare.


Buon 1° maggio a chi li vuole giovani e a chi fa tutto da solo per risparmiare, scoprendo dopo che il tempo per sistemare le cose costa di più.


Buon 1° maggio a chi ha mandato tutto a puttane, inventando la precarietà con contratti a termine e portando il lavoro all'estero facendo sparire competenze e tradizioni invece di custodirle come quel patrimonio inestimabile che erano, in favore del profitto facile ma impoverendo un popolo intero.

Immagine generata da IA

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Morto un Papa non se fa un altro

È morto papa Francesco I e sono preoccupato. Perché era l'unico rappresentante della parte di mondo sfortunata, debole, povera, emarginata. Sono preoccupato perché ora c'è un grande vuoto e non so se chi lo sostituirà sarà all'altezza del suo operato e della eredità che lascia e porterà il suo messaggio.

Si dice che morto un Papa se ne fa un altro ma è un semplice detto difficile da far corrispondere alla realtà.


Soprattutto in un momento storico terribile come questo. Comanda la rabbia, l'avidità, l'arroganza, l'egoismo, il cinismo e l'opportunismo, un ritorno di un imperialismo insensato e al potere ci sono persone guidate da questi comportamenti. Invece abbiamo un enorme bisogno di sentimenti opposti come il rispetto, la simpatia intesa come sentimento di inclinazione e attrazione istintiva verso persone, l'altruismo, l'empatia, la solidarietà, la gentilezza e l'educazione, che forse racchiude tutti quanti gli altri.


Papa Bergoglio era l'unica personalità capace di rappresentare questi valori.


Papa Benedetto XVI, che non è stato capace di portare avanti il messaggio di Giovanni Paolo II e nemmeno ha dimostrato di averne voglia, dimostra come sia difficile succedere a una grande personalità. Ora c'è da trovare il degno sostituto di Francesco I.
Già il nome scelto da papa Bergoglio anticipava molto chiaramente in che direzione voleva portare avanti il suo pontificato. Non bisogna dimenticare quello che ha fatto anzi, bisogno proseguire quello che lui aveva iniziato.


Diceva che “Davanti alla sofferenza si misura il vero sviluppo dei nostri popoli". La mia concezione di sviluppo prevede che tutto è a disposizione di tutti, altrimenti non si può parlare di progresso ma solo di arricchimento per pochi.


Papa Franscesco ieri ha raccolto le poche forze che aveva per svolgere il suo servizio di pastore, benedire i fedeli e stare in mezzo a loro. Dire che è morto sul campo non è una esagerazione. 


Mi spaventa molto l'influenza che possono avere la politica, l'economia e le persone che comandano. Il nuovo Pontefice deve essere distante da quelle sfere. Se vogliamo un mondo più equo, capace di ascoltare e migliorare, di creare aiuto reciproco, oltre al nostro impegno che possiamo dare alle nostre comunità, ci vuole una guida per la gente comune, non quella che ha già tutto e vuole ancora di più. 


Mi fa schifo e non tollero una realtà che lascia indietro qualcuno mentre altri si arricchiscono. Nessuno è più importante di qualcun altro. Anzi, come diceva il Papa, siamo tutti uguali.


“Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti”. Sono le parole passate alla storia che Francesco I aveva pronunciate il 27 marzo 2020 in una piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia. Non dimenticherò mai la forza di queste parole e di quelle immagini. Non deve farlo nessuno soprattutto i cardinali che dovranno eleggere il nuovo Pontefice. Altrimenti non solo quelle parole ma tutto il pontificato di papa Bergoglio sarà stato vano. Lui ha iniziato un percorso e bisogna portarlo avanti. A iniziare da noi. 


Foto Ansa


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100 anni di radio

La radio in Italia compie 100 anni! Il 6 ottobre 1924 venne trasmesso il primo annuncio in radio, con la voce di Ines Viviani Donarelli.
100 anni di storie, di vicende di cronaca, attualità, sport, musica, guerre, fatti storici.

Non so voi,
io adoro la radio. Molto di più della televisione, di internet. Non ascolto molte stazioni radio. I giornali radio e le partite di calcio su Radio1, DeeJay Chiama Italia ogni mattina perché sa come tenere compagnia e allo stesso tempo affrontare argomenti delicati, ogni tanto qualche notizia di economia su Radio24, le partite del Lane a volte sulle radio locali anche se non mi piacciono chi le racconta.

La musica che mi piace su
Radio Capital, Virgin, Marilù, perché solo queste fanno sentire buona musica anche se purtroppo resta sempre quella di 30 (mioddio!) anni fa, perché nel rock attuale si fa fatica a trovare qualcosa di nuovo e buono (mioddio #2!).

Ho delle immagini precise di ogni epoca che ho vissuto della radio. 

Quando ero piccolo, a scuola il sabato mattina da una radio locale ascoltavamo la classifica delle scuole elementari che avevano consegnato più carta. Ci trovavamo tutti in atrio e non appena sentivamo il nome di quella nostra saltavamo per esultare perché eravamo sempre tra le prime.

Poi, le
radioline alle orecchie degli uomini la domenica pomeriggio, mentre passeggiavano in compagnia delle mogli (loro un po' meno in compagnia) o appoggiata sul tavolo, sia a casa o al ristorante.

La radiolina la domenica non mancava mai, sintonizzata su Tutto il Calcio Minuto per Minuto con le voci leggendarie di Sandro Ciotti, Enrico Ameri, 
Massimo De Luca, Rino Icardi, Luigi Coppola, Alfredo Provenzali, Filippo Corsini, Giulio Delfino, Ezio Luzzi, Paolo Zauli, Riccardo Cucchi, Emanuele Dotto, Livio Forma, Tonino Raffa, Bruno Gentili, Nico Forletta che si alternavano tra un campo e l'altro.

Mio nonno Sandro era capace di ascoltare la cronaca delle partite di calcio alla radio e contemporaneamente vedere le gare di F1 in televisione, o la partita di tenni seduto sulla sua sedia in sala.

La radio mi ricorda le notti in camera
con mia sorella Cristina durante le vacanze, al mare o in montagna, dormendo nella stessa stanza. Ascoltavamo una radio veneta dove gli ascoltatori chiamavano raccontando in piena libertà senza alcuna vergogna i fatti propri. Che risate!

La prima volta che ho ascoltato la radio da solo è stato durante un camp estivo di calcio, nel collegio di Paderno del Grappa. Avevo 13 anni e mi ero portato una piccola radiolina rossa con le cuffie. Lì ho conosciuto un programma divertente dalle 22 a mezzanotte su
RTL 102.5, l'unica radio con la frequenza fissa in tutta Italia.

Quella stessa radiolina che poi mi ha fatto compagnia molte altre volte, in autobus andando a scuola o tornando da una gita a Venezia ascoltando la vittoria agli Europei di Calci della nazionale Under 21, che in quegli anni era la più forte di tutte.

Sempre alla radio ho seguito gli
attentati a Firenze, Roma a Milano del 1993.

Andavo alle superiori vicino alla sede di una radio locale,
Radio Star. Un giorno di sciopero con alcuni compagni di classe ci siamo andati in visita. Registravo le canzoni che mi piacevano nelle cassette, credo di essere arrivato ad averne oltre una dozzina.

Lo ammetto, alla radio ho ascoltato un paio di edizioni del
Festival di San Remo. La ascoltavo di nascosto anche a scuola, sempre quella radiolina rossa, difficile resistere a DJ Chiama Italia.

A metà anni novanta sempre su Radio DeeJay c'era una bellissima trasmissione,
Lunedìretta, con Paoletta e Marco Santin della Gialappa's Band. Nel periodo primaverile avevano iniziato i raduni in giro per le città e nell'ultimo anno alcune riuscivano a raccogliere centinaia di persone. E poi c'era Cordialmente con Linus e gli Elio e le Storie Tese. Quante risate.

Quando giocavo a calcio, la radio mi ha accompagnato anche nelle mie
domeniche calcistiche, quelle passate ahimè in panchina. A volte di nascosto dall'allenatore che voleva ci concentratissimi sulla nostra partita, quando nemmeno quelli che ascoltavamo noi alla radio lo erano, perché a loro volta ascoltavano le partite degli avversari alla radio! E poi tornando a casa ascoltavamo le interviste post partita.

Durante il viaggio di nozze negli Stati Uniti, guidando tra S. Francisco e Phoenix, abbiamo scoperto la
radio satellitare, con canali dedicati a un genere musicale o addirittura a un artista o un gruppo. Grandioso! 

Se rivedo tutto il mio rapporto con la radio, oltre alla curiosità e alla fame di sapere, trovo un aspetto che nel corso del tempo non è mai cambiato, oltre a quello di informare: quello di
tenere compagnia.

La televisione non si può spostare. Ci devi stare davanti oppure la vedi o la ascolti in cucina mentre sei impegnato/a a preparare da mangiare o stirare. Come mi ricordo faceva, e fa, mia mamma.

Invece la radio è un elettrodomestico anche a pile e
si può portare dove si vuole, dove ci si trova. Si ascolta ovunque e a me fa sentire meno solo, la sua voce riempie una stanza e mi distrae dai miei pensieri.

Mi fa compagnia in macchina, andando e tornando a casa da lavoro. Mentre cucino, lavo piatti, faccio i lavori di casa, sono disteso sull'amaca, una volta anche tagliando l'erba.

Ascoltare la radio mi rilassa
. Anche i programmi di approfondimento su Radio1, Radio Anch'io con Giorgio Zanchini la mattina e Zapping con Giancarlo Loquenzi di notte, preparando la macedonia. 

La maggior parte delle radio trasmette sempre la solita musica di merda poi
a me piace ascoltare le voci, capaci di raccontarti cosa succede senza le esagerazioni televisive. Avete mai ascoltato la radiocronaca di una partita di calcio di Francesco Rapice?

Sempre su Radio1 ci sono delle trasmissioni tra musica e storia davvero coinvolgenti. 

Al contrario della tv,
la radio è immaginazione. Non vedi ma senti, in modi diversi, cosa succede e quello che ti raccontano te lo devi immaginare.

La radio non cambia mai, a differenza delle televisione. Può cambiare la tecnologia: da un elettrodomestico a corrente o a pile trasportabile, adesso si ascolta con i telefoni, con i computer e
fa concorrenza alla televisione nel suo stesso campo, attraverso lo schermo e i canali radio tv.

100 anni di trasmissioni radio. In tutto questo tempo ne sono successe e cambiate di cose. La costante è sempre stata la radio.
W la radio.


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S. Alessandro

Oggi è il mio onomastico. S. Alessandro. 

Da qualche anno è sparito dal calendario (prendo sempre l'Almanacco Meteorognostico Vicentino, aka 'El Pojana') sostituito dai ss. Leonzio e Carpoforo.

Alessandro è stato un militare romano, comandante di una centuria. 

Martirizzato a Bergamo al secondo tentativo perché si rifiutò di perseguire i cristiani disobbedendo all'ordine dell'imperatore Massimiano. Fino a qui mi ci riconosco, ci ho spesso rimesso per difendere qualcosa in cui credevo. Anche perdere la testa potrebbe essere la stessa fine, ma più in senso metaforico.

Per il resto direi che invece ci sarei lontano:

Protettore degli uomini si, ma soprattutto testimone della Fede, Alessandro è l'esempio alto di cristiano che ama il Vangelo e lo mette in pratica vivendolo.

Ricordo i 26 agosto della mia infanzia. Ci trovavamo a pranzo, o nel pomeriggio, a festeggiare gli Alessandro di famiglia. Oltre a me, mio nonno materno e un pro zio paterno. C'erano anche i miei nonni paterni, zii e cugini. Erano belle giornate e mi piacevano tantissimo, tanto quanto ora mi mancano quelle persone e quelle giornate.

Auguri a tutti gli Alessandro/a.



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Pregiudizi e bisogni

Una maglietta che trasuda tanti significati. Quando ho smesso di giocare a calcio mi ero detto che non sarei più tornato in palestra. 2 anni di palestra pre e post operazione al ginocchio mi erano più che bastati. Inoltre, non mi piace lo sport al chiuso né dover seguire le istruzioni di qualcuno. 

Corro e vado in bici, avevo detto. Ma tra una articolazione dolente, il meteo, gli amici da mettere d'accordo, la famiglia, un gomito che fa contatto col ginocchio e varie ed eventuali non ho mai fatto davvero quello che volevo e come volevo. E tutto è rimasto nelle intenzioni. Belle ma mai concretizzate davvero. 

Cosi quando arrivi a un certo punto, meno male ancora lontano dal limite perché il DNA è una catena che ti lega ineluttabilmente, e ti accorgi che da solo non ce la fai, scatta qualcosa. Perché avrò dato anche spazio alla mia pigrizia, ma resto sempre una persona che ha bisogno di fare attività, che quando sta ferma per troppo tempo diventa irrequieto. E così, lottando contro i miei pregiudizi, una sera ho provato qualcosa di nuovo che non avrei mai detto di poter affrontare. 

Forse non è il mio forte. Per il momento. Ma sufficiente per scoprire che ne avevo bisogno, che la fatica è quello che volevo. E allora va bene anche seguire le indicazioni di un'altra persona e dopo tutto non è tanto diverso da quando facevo gli allenamenti di calcio.



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L'assurda iniquità dell'INPGI

Post da vena chiusa. 
Oggi è quel giorno che mi fa maledire il giorno in cui mi sono iscritto all'Ordine Dei Giornalisti. 
È la scadenza del pagamento del minimo contributivo all'INPGI (l'istituto di previdenza dei giornalisti). L'importo è di 402,71.

Ho 2 contratti (pensa un po'!): un cococo, per il quale ci pensa l'azienda a versarmi i contributi e uno come occasionale, da poco più di 300 euro l'anno. 
Quindi, per via di questo ricchissimo contratto, devo versare più contributi di quello che effettivamente ho dichiaro come reddito. Nonostante diversi solleciti, l'INPGI (= il ministero) si rifiuta di porre un tetto minimo come reddito di riferimento per il pagamento del contributo. Al momento, è di 2.361,33 euro. Già è una cifra ridicola che non dovrebbe nemmeno esistere, figuriamo se merita di essere tollerata. Ma l'Ordine più di tanto non si muove. 
Ripeto, io ho dichiarato poco più di 300 euro annui nel 2022. Quello che prendo, non è sufficiente a pagare quello che mi chiede il mio istituto di previdenza. Una presa in giro.

Nel frattempo, il bilancio dell'INPGI è sprofondato in un buco, creato dalle precedenti pensioni troppo generose (anche di alcuni giornalisti che continuano a collaborare con delle testate, permettendo alla creazione di disoccupazione tra colleghi) e, visto che faticava a pagarle, ha pensato di migrare verso l'INPS, abbandonando ai cazzi loro i giornalisti che non hanno contratti stabili. 
Però, i compensi dei componenti degli Organi di indirizzo politico e dei titolari di incarichi dirigenziali, di collaborazione e consulenza non sono affatto male. Mi chiedo come l'INPGI riesca a garantirli, dopo il passaggio dei giornalisti fighi all'INPS e con i soli contributi di quelli sfigati dell'INPGI 2.


Il mondo, da qualsiasi parte lo guardi, è distante anni luce dall'essere equo.


Ormai il giornalismo, come quello che faccio io e se tale può definirsi, è più un hobby che una professione, un piacere che faccio ai capi redattori per coprire buchi. Dal mio modestissimo punto di vista, che posso capire possa fottere zero, gli hobby e i piaceri non devono essere tassati. 

Ecco come si creano gli abusi di professione e mentre questi proseguono, chi è in regola viene bastonato, anche da chi lo deve difendere. Ma forse, è anche colpa nostra, che porgiamo l'altra guancia e, quando non basta più, diventiamo dei Tafazzi. 

A titolo informativo, qui si seguito i diversi importi degli anni precedenti:


     
          
CONTRIBUTO SOGGETTIVOCONTRIBUTO INTEGRATIVOCONTRIBUTO MATERNITÀTOT.
2021257,24 €85,75€27,90€370,89€(1)
2022262,13 €87,38€40,39€389,90€(2)
2023283,36 €94,45€24,90€402,71€(3)

(1) I predetti contributi minimi sono stati determinati dal Comitato Amministratore della Gestione separata con delibere del 28/01/2021. Tali delibere sono state regolarmente approvate dai Ministeri vigilanti. 
(2) Il contributo di maternità è stato determinato dal Comitato Amministratore della Gestione separata con delibera n.3 del 01/02/2022. Nelle more dell'iter di approvazione ministeriale della predetta delibera, tale valore è applicato in via provvisoria e salvo conguaglio all'esito del provvedimento di approvazione da parte dei ministeri vigilanti. 
(3) Nelle more dell’iter di approvazione ministeriale della delibere di determinazione dei suddetti contributi minimi, tali valori sono applicati in via provvisoria e salvo conguaglio all’esito del provvedimento di approvazione da parte dei ministeri vigilanti.


PS: il titolo forse non rende l'idea. Ma non mi sembrava opportuno scrivere una bestemmia.

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Non sono strade per motociclisti

Torno a scrivere nella Zona Verde dopo oltre un anno. Sarei tornato anche prima ma non pensavo che quello che avevo in testa potesse interessare ad altre persone così tanto da scrivelo. Così dopo i vari ripensamenti quella cosa in testa è svanita insieme al modo in cui volevo scriverla.

 

Ieri notte guardando le vecchie email ne ho trovata una del novembre 2013, un tentativo velleitario di concupire un responsabile di redazione di una rivista di moto che ora non c'è più (la rivista, lui sì e suona molto bene!). Era una mia riflessione sulla difficile vita che i motociclisti affrontano quotidianamente nella giungla urbana, tra pericoli che arrivano da ogni direzione: davanti, dietro, destra, sinitra e addirittura sotto se l'asfalto ha i tarli. Manca solo che gli caschi qualcosa dal cielo, ma non sono esclusi i rifiuti gettati dalle auto.

 

Comunque sia, ecco qui, leggermente rivisto, il pensiero che ho scritto 9 anni fa, "di ritorno a casa dopo il solito percorso casa-ufficio che mi ha visto illeso ancora una volta, nonostante i pericoli uscissero da tutti gli angoli. E' solo una mia considerazione di quanto siamo fortunati noi motociclisti, se nessuno ci cecchina prima!".

 

N.B.: già 9 anni, fa alle 7:30 di mattina, il termometro segnava 17 gradi, che non sarebbe strano se non fosse stato novembre!

 

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Questo autunno inoltrato è anomalo: scendo in garage alle 7 e mezza del mattino e la colonnina del mercurio ha (già) passato il livello dei 17 gradi. All’improvviso, sento il peso della membrana impermeabile e dell’imbottitura termica all’interno della giacca da moto. Però le previsioni del tempo per oggi mettono pioggia da giorni (le previsioni mettono sempre pioggia, per la legge dei grandi numeri prima o poi ci prendono). Porcamiseria, anche Nicolas Cage nei panni dell’astrofisico John Koestler nel film “Segnali dal futuro” metteva all’erta su temperature anomale in autunno. E si parlava di fine del mondo!

 

Ma quello era un film, era finzione. E questi 17 gradi e passa sono realtà e non c’è da interpretare alcun codice che prevede disastri . L’unico disastro semmai è da affrontare ogni giorno: il traffico urbano che ci mette in difficoltà quotidiana in sella alla moto, perché anche in una città di provincia circolare in moto diventa una specie di video game dove i motociclisti hanno il compito di schivare i numerosi e vari pericoli che si incontrano per strada. Un Hunger Game urbano, e vedi mai che qualcuno ad Hollywood non copi l’idea, dove moderni centauri devono lottare per la sopravvivenza in un tutti contro tutti insieme ad automobilisti, ciclisti, pedoni con tanto di sorprese che affiorano dall’asfalto.

 

Le auto che sbucano da vie laterali immettendosi in strada con irritante lentezza, che frenano all’improvviso senza motivo, che cambiano corsia senza mettere la freccia oppure con la freccia in funzione proseguono per la medesima direzione traendo tutti in inganno. E poi ci sono le rotatorie, vorticose trappole urbane, una roulette da affrontare facendosi un preventivo segno della croce sperando di non venire cecchinati da auto che si buttano a tutta velocità dietro alla scusa “mi sono immesso per primo e faccio quello che voglio” oppure, vedendo arrivare lo strato sottile di una moto, pensano di avere più spazio nella carreggiata, e allora dentro anche loro!

 

Altri nemici ai quale fare estrema attenzione sono le corriere e gli autobus, che sfruttano la loro mole pachidermica per occupare la strada indifferenti dell’altrui presenza, che sia a quattro o due ruote. A loro si deve dare spazio, perché l’alternativa è che se lo prendano senza chiedere.
Altre variabili imprevedibili sono i ciclisti: grazie alla scusa ecologica si arrogano mille diritti, come quello di occupare il manto stradale quando il comune ha messo a loro completa disposizione (con i soldi pubblici, quindi anche i loro) una ampia, protetta, sicura pista ciclabile ben delimitata, oppure te li trovi davanti all’improvviso sbucandoti dalle spalle o attraversando le strisce pedonali senza preavviso, insieme ai pedoni. Questi ultimi sono altrettanto pericolosi, specie se hanno una carrozzina: affrontano la strada come se non la avessero e incuranti di avere un oggetto piuttosto invadente tra le mani, espongono al pericolo stradale prima il passeggino e poi guardano se possono attraversare, quando guardano! Facessero il contrario, il numero delle angina pectoris sarebbe in calo verticale.

 

La giungla urbana cela le sorprese più subdole nel basso, proprio nell’asfalto che percorriamo ogni giorno: la stabilità e le abilità dei motociclisti infatti vengono messe alla prova da buche (o veri e propri crateri se piove per due giorni di fila) in mezzo alla strada, dagli scalini delle rotatorie, dai dossi dissuasori di velocità che sono un ostacolo anche per le auto, dalle strisce colorate che sono un vero e proprio scivolo per le due ruote. Per non parlare dei lavori stradali, vere e proprie ghigliottine: non capisco perché quando si rifà l’asfalto, le strade non sono allo stesso livello del manto precedente col risultato di dover schivare anche angoli concavi, oltre a quelli convessi! E sono sempre di più le strade che assomigliano a dalmata.
Alla fine i lavori stradali non tengono in considerazione i motociclisti: una riasfaltatura fuori livello è già un pericolo per le automobili, figuriamoci per la moto, la cui stabilità conta su due ruote in meno. Poi siete mai passati con la moto su una strada con l'asfalto grattato, prima della riasfaltatura? Una prova di equilibrismo e bestemmie.

 

Lo sappiamo, per ogni moto circolano 10 auto. Ma se guardiamo bene, dentro ogni abitacolo, c’è un solo automobilista. Se circolassero due persone per auto, si dimezzarebbero i mezzi in circolazione. Invece si preferisce la solitudine all’interno della propria scatola di lamiera. Anche noi motociclisti siamo soli, ma è un uno contro uno impari: loro protetti dentro scatole sempre più grandi e sicure, noi in sella esposti all’aria e ai pericoli. Come i ciclisti e i pedoni anche i motociclisti devono prestare più attenzione. Perché alla fine tutta la disquisizione è una questione di rispetto: del codice della strada, degli altri e anche per sè stessi.

 

Prima si parlava di video game. Ma qui invece si parla di realtà, dove non ci sono crediti o monete da inserire né trucchi per rendere le cose più facili. E alle volte finzione e realtà finiscono per fondersi. Il pericolo è quello di vedere nei cataloghi dei vari customizzatori dei cannoni al plasma, altro che filtri conici idrorepellenti e nuove centraline elettroniche, in barba alle prestazioni. Così sì che l’Hunger Game sarebbe completo.



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Non è solo uno sport!

Eravamo lungo la strada del ritorno da un weekend in moutainbike sulle Pale di San Martino, appena rifocillati e asciugati dopo una mattinata a prendere acqua e freddo ma a divertirci come non capitava da tempo.
Il provider web mi ha regalato 3 mesi di una web tv che trasmette le Olimpiadi e così posso vedermele su internet, dal momento che a casa non ho la tv. Peccato che la RAI non abbia acquistato i diritti per la trasmissione in streaming, l'atletica senza il commento di Franco Bragagna non è la stessa cosa, ma ce la facciamo andare bene.
Infe mi tiene il telefono perché senza alcun supporto la sua incolumità in curva (del telefono, non di Infe) sarebbe in serio pericolo.


Stiamo guardano la finale del salto in alto, dove c'è Gianmarco Tamberi: è a medaglia, perché lui e il qatariota Mutaz Essa Barshim hanno saltato 2,37 metri senza errori. A un certo punto sembra che se la stiano giocando a pari e dispari. E invece no: perché giocarsi l'oro quando ce l'hanno già al collo e chi se ne frega se il fabbro dovrà forgiarne un'altra in più? E' Barshim ad avvertire Tamberi: "Wait! Wait! Wait!" gli dice, capisce che ci può essere qualcosa di bello per entrambi. Quando chiede al giudice se possono avere due ori, un po' come quando in trattoria due persone dello stesso tavolo vogliono entrambe gli spaghetti con il sugo di astice, il giudice è un po' in imbarazzo (forse pensa al fabbro...) mentre a Tamberi si accende la lampadina in testa, che esplode quando l'amico-rivale Barshim lo abbraccia e gli dice "History, man!".


E' fatta, 5 anni di fatica, di sforzi, di lotta contro il fisico, se stessi, il destino o meglio, di una scelta che poteva risparmiarsi che lo ha privato di una medaglia alle Olimpiadi di Rio, contro un virus che ha prolungato di un anno, interminabile e stressante, l'attesa verso questo momento. 
Tamberi si lascia andare al piano di gioia e penso che nella sua mente sia scorso il film di questi 5 anni, testimoniati dal gesso che si è portato in pedana, come se avesse avuto bisogno di ricordarsi chi è, cos'è successo e cosa ha vissuto. Forse una pantomima, ma provate voi a vivere i suoi cinque anni e ditemi se non avreste reagito a modo suo. Io forse sarei ancora per terra a piangere incredulo, ebbro di gioia. 


Passano 10' e raggiungiamo la macchina di Giuda e Olo, facciamo i fari: no, non ci è caduta - ancora - la bici dal porta bici (altra storia, per fortuna breve e a lieto fine). C'è la finale dei 100 metri, LA gara delle Olimpiadi, c'è Marcell Jacobs, salite in macchina da me che ce la guardiamo tutti perché questi eventi sono unici e bisogna viverli insieme.
Nemmeno Mazinga Zeta ha avuto una presentazione così al suo debutto! Partenza falsa dell'inglese, chissà se in patria chiederanno di ripetere la gara o diranno che è colpa di Jacobs, che è così freddo e concentrato che nemmeno si è mosso dai blocchi.
Si riparte. E parte bene Jacobs. E' davanti Jacobs. "Marcello!", lo chiama Franco Bragagna dal microfono RAI, come ho sentito più tardi cercando il suo commento registrato. "Marcello! Marcello!"
Ha vinto!!! Ha vinto!!! Ha vinto!!! L'uomo più veloce del mondo a queste Olimpiadi è italiano!!! Me lo avessero detto la mattina prima, non ci avrei creduto. Nelle gare di qualificazione si è sempre migliorato, ha cercato di andare oltre i propri limiti ogni volta. Ma la vittoria è una bellissima impresa. Una bellissima sorpresa.
Anche lui ha perso le Olimpiadi di Rio per un infortunio, dopo tanto lavoro per esserci. Soprattutto dopo essersi dedicato alla velocità dopo buoni risultati nel lungo. 
Piano piano, con costanza e fiducia in se stesso, si è impegnato in una nuova specialità, si è sempre migliorato anno dopo anno. Negli ultimi due anni è esploso: nel 2018 passa da 10"82 a 10"08, nel 2019 scende a 10"03. L'anno scorso torna a 10"10. Nel frattempo migliora costantemente nei 60 metri indoor e a marzo di quest'anno con 6"47 diventa campione europeo e registra il nuovo record europeo.
Ieri ha vinto l'oro olimpico, ha fatto tre primati nazionali e due europei, migliorando ogni sprint. Ha Abbassato il suo crono di 30 centesimi in un anno: il record del mondo dei 100 è di 9'58", quando Bolt lo ha demolito ai mondiali di Berlino nel 2009. Facendo un confronto con l'ultima gara di Bolt ai 100 proprio alle Olimpiadi di Rio, il campione giamaicano ha corso in 9"81. Jacobs ieri in 9"80. Certo, al tempo un crono così non era nelle sue gambe, correva in 10"23. Però se ci pensate, rincorrendo una motivazione come Usain Bolt, chissà cosa sarebbe potuto capitare. Oggi Marcell Jacobs succede a Bolt. E ancora faccio fatica a crederci. 
L'anno prossimo a luglio ci sono i mondiali di atletica, tenesse queste prestazioni... 


Nell'arco di poco più di 10', due atleti italiani vincono l'oro nelle loro specialità. Tamberi e Jacobs hanno saltato e corso oltre i propri limiti.
Quando ero bambino e vedevo americani, inglesi, giamaicani, canadesi insomma tutti gli altri vincere, mentre Panetta, Antibo e Mei si sforzavano di portare qualche successo a casa, mi chiedevo quando sarebbe successo a un italiano. 
E ieri, in una decina di minuti, un'emozione fortissima da Tamberi e Jacobs.


Questa mattina è tornata sul tappetone Vanessa Ferrari: ha più cicatrici lei sui piedi che graffi sulla carrozzeria un'auto di endurance. E' stata la prima italiana a diventare campionessa del mondo, poco prima aveva conquistato il titolo mondiale a squadre e l'anno successivo campionessa europea al corpo libero. Poi la lotta con gli infortuni, un tendine che non da pace. L'operazione nel 2009, il lungo recupero verso le Olimpiadi di Londra. 
Olimpiadi agognate e dannate perché a Londra e Rio viene beffata: due quarti posti per un dettaglio, quello che ti fa lavorare e impazzire in allenamento e per il quale un giudice può penalizzarti privandoti di una medaglia. 
Nel 2016 si rompe ancora il tendine durante la finale del corpo libero a Montreal. Posso solo immagine il dolore, fisico e morale. Ma Vanessa si riopera, si impegna ancora, ma la vita non le da tregua e nel 2019 altro intervento chirurgico a entrambe le caviglie. L'anno precedente alle Olimpiadi di Tokyo. Questa volta, il virus la aiuta, spostando i Giochi di un anno. 
E quest'anno Ferrari ritorna sul tappeto. Sfiora la medaglia a squadra. Questa mattina si porta a casa l'argento con una prestazione fantastica, sicura, determinata. Bellissima! A 30 anni. Nonostante tutto o, forse, anche grazie a tutto. 


Sono proprio queste cose che ti danno la carica, perché quando qualcuno o qualcosa ti dice che "non puoi", allora è bello rispondere "io voglio". 
Perché non devono essere gli altri, la vita, la sfiga, il destino o chissà quale altra scusa a decidere quando smettere. Che sia un legamento crociato, un tendine o un muscolo che si spacca, lo decidiamo solo noi. Padroni di noi stessi.
E' più facile capire queste sensazioni se hai fatto sport, al massimo lo segui bene, e sai cosa significa passare attraverso operazioni, gessi, immobilità, riabilitazione, vedere gli altri gareggiare mentre tu stai fermo. 
Provate a immaginare l'atleta che vive in preparazione al mondiale o all'Olimpiade. Duro lavoro per 4 anni. E poco prima, crack, si spezza un tendine. E quei 4 anni precedenti di lavoro duro sono stati inutili, perché l'obiettivo diventa all'improvviso irraggiungibile. E nel migliore dei casi, ti rimetti a lavorare per i prossimi 4 anni. Più forte di prima. Perché se lo sconforto non divora l'atleta, è la voglia di rivalsa che lo spinge, di tornare a saltare, correre volteggiare, in pista nel tappeto. Una motivazione grande così. 

A distanza di ore continuo a guardare i video ti Tamberi, Jacobs e Ferrari e non smetto di emozionarmi.
Non è solo sport. C'è un mondo di fatica, sacrifici, fame, sudore e dannazione per arrivare alla redenzione.

Bravi ragazzi e grazie per le emozioni.


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Tempo, non sempre è lo stesso

Un lancio dalla riga di centrocampo. Un calciatore come Pirlo, anche se allora era uno sbarbatello, non poteva essere più preciso.
Il pallone addomesticato da Roberto Baggio con naturale dolcezza dopo 30 metri di volo alle sue spalle. Due mosse con un movimento: stop e dribbling sul portiere per aprirsi la porta davanti a sè, appoggiando il pallone di sinistro.
Era più facile tifare Brescia in quegli anni e ammetto che l'ho tifato anche io. Carletto Mazzone in panchina, una volta sotto la curva dell'Atalanta, Pirlo inventato regista davanti la difesa, Roberto Baggio a fare magie e a far scattare Mazzone sotto la curva dell'Atalanta.


Ricordo bene quel gol, come potrebbe essere altrimenti: la Juve si giocò una bella parte di Scudetto per colpa di quella magia di Baggio.
Buffon era ancora il portiere del Parma, Vieri il bomber dell'Inter e Shevchenko del Milan, Sacchi esaurito a Parma e ultimo anno del Vicenza in Serie A, retrocesso per un niente nonostante i primi gol di Luca Toni e con un'ultima giornata sistemata a tavolino per far retrocedere qualcuno e salverne un altro. Almeno così mi dissero i ben informati dell'azienda dove stavo facendo lo stage.

 

Ma non è questo il succo del discorso. Quell'indimenticabile gol di Baggio è di 20 anni fa. Ventiannifamannaggialamadosca!
Vivevo a Bologna dove stavo facendo lo stage per l'azienda figa. Avevo 23 anni. Dormivo discretamente sia quantitativamente (anche perché non avevo una gran vita la sera sotto San Luca) che qualitativamente e altrimenti potevo contare su tempi di recupero di un ragazzo di 23 anni, potendomi pure permettere di bere una birra media prima di giocare a calcetto. C'erano ancora le Torri Gemelle, le avrebbe buttate giù 6 mesi più tardi cambiando per sempre il mondo.

 

Riguardando queste immagini, quel gol mi sembra sia di qualche stagione fa e non di 20 anni fa.
E mi rendo conto di come la prospettiva cambia con il punto di vista.

 

Quando avevo, che ne so, 10 anni, e vedevo i gol di 20 anni prima, vedevo l'Italia campione d'Europa del 1968.
Mi parevano immagini vecchie. Vecchissime, come quelle di Messico 70 della storica Italia-Germania 4-3.
Il bianco e nero contribuisce a questa sensazione, ma facendo un confronto dello stesso salto temporale, non posso fare a meno di notare questa differenza.
Lo stesso vale per la musica: Ragazza triste di Patty Pravo per esempio è del 1968, nel 1992 invece impazzivo per La canzone del sole di Lucio Battisti, una canzona di 21 anni prima e quando le ascoltavo, mia mamma sospirava dicendo che erano "canzoni vecchie".
Le canzoni dei Beatles e degli Stones erano vecchie per me. E insieme alle loro canzoni lo erano anche McCartney, Ringo Star, Mick Jagger e compagnia (Jagger e Richards non saranno mai vecchi).
Se le ascolto ora, con un orecchio diverso da quando avevo 10 anni, mi sembrano attualissime! Quelle dei Pink Floyd ancora avanti anni luce come lo erano allora.


E così sono cresciuto, pensado che tutto quello che non avevo visto né sentito prima (della mia nascita), fosse vecchio.
Adesso, dovrei dire che il gol di Baggio alla Juve è vecchio e lo stesso dovrei dire della musica che ascolto oggi, dagli Smashing Pumpkins ai Marlene Kuntz.
Ma non riesco, non perché non ammetto che il tempo passa e come stanno invecchiando quelle immagini e quelle canzoni sto invecchiando anche io, ma perché ho potuto viverle e questo rende tutto dannatamente diverso.


Secondo la mia logica, credo che Tommaso possa dire che la musica che ascolto io sia vecchia. Ho un dubbio sulle immagini dello sport o della cronaca, perché sono a colori come quelle attuali e questa differenza potrebbe aiutarmi. Forse.


Quindi, se prendo come riferimento me stesso all'età di 10 anni, il gol di Roberto Baggio alla Juve dell'1 aprile 2021 equivale a quello di Domenghini alla Jugoslavia nella prima finale dei campionati Europei del '68, Nuotando nell'aria dei Marlene del 1994 alla Ballata del Miché di Fabrizio di Andrè del 1961 e io Ballo da sola del 1996 a Gli uccelli del 1963.

 

Ricordo ancora il tono di mia mamma: "Uuuuff! Roba vecchia!". Credo lo dicesse pensando al suo, di tempo passato e non della canzone o del film.
Mi stupisco anche io ma non perché quelle immagini stanno dicendo che il tempo scorre anche per me, quello semmai me lo dicono i capelli grigi alle tempie e i tempi di recupero inesorabilmente più lunghi di quando avevo 23 anni, ma perché non mi rendo conto di come ostia sia volato il tempo.

 

Ho notato però una cosa: se quello che abbiamo vissuto ha il suo tempo, 20, 25, o 10 anni pare vecchio come i loro ricordi, le emozioni che ci fanno provare invece sono più vive, ancora forti. Quelle porcaputtana ardono dentro la nostra anima, belle e purtroppo anche brutte che siano.

 

Forse sono loro che ci fanno dire "Orcamadosca, già passati 20 anni?!"!


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L'anno che verrà

Sono contento di leggere che più di qualcuno non incolpi il 2020 per questo 2020.E' da qualche giorno che ci penso e ho già letto altri pensieri simili.
La pandemia non l'ha portata il 2020, il 2020 non ha fatto schiantare l'elicottero in una nebbiosa domenica mattina e una malattia che si porta via un mito non è colpa del 2020.
 
Quest'anno doveva andare tutto bene invece mi sembra stia solo andando tutto a puttane. Non diamo la colpa al governo ladro o al 2020, ma incolpiamo solo noi stessi.
Un comportamento diverso forse avrebbe potuto davvero far andare tutto bene, una rinuncia una volta nella vita la può migliorare e pazienza se per un anno non si mette in mostra ogni singolo respiro che si sprecato durante le vacenze.
Potevamo imparare molte cose, invece di limitarci a copiare un hashtag come asini facendo nulla per dimostrare che davvero tutto andà bene.

Il 2020 non è stato l'anno che ci auguravamo nel 2019 (per alcuni invece sì, anche meglio) ma speravo riuscissimo a imparare qualcosa: il professore Mancini, professore di italiano delle medie, ci diceva sempre che bisogna imparare sempre qualcosa da qualsiasi situazione.
Invece abbiamo iniziato l'anno odiando i cinesi in Italia, poi i settentrionali in vacanza in meridione e poi a non vedere alcuna distinzione geografica, fanculandoci per semplice differenza di opinione o solo perché si era colpevoli di andare a correre, nel rispetto delle indicazioni per altro.
Abbiamo tanti mezzi di comunicazione a disposizione ma li abbiamo usati per insultarci invece che per chiederci un semplice "Come stai?".
Non è colpa dei social media, ma è colpa nostra perché non sappiamo usare le cose che abbiamo a disposizione.
In mezzo a un pandemia dalla quale si può guarire ma che rischia anche di uccidere, ho visto mettere l'aspetto economico davanti alla salute, ho sentito persone più spaventate di dover chiudere temporaneamente l'attività che di ammalarsi.
Nemmeno il vaccino ha portato un po' di calma anzi, è stato un altro motivo per assurdi litigi digitali. 
Spero nel frattempo che le big pharma stiano sviluppando un vaccino contro l'imbecillità, ma dubito che ci possano essere dosi a sufficienza e che l'effetto sia perenne.

Alcune cose della vita sono ineluttabili purtroppo e sono sempre più convinto che siamo il risultato delle nostre scelte e quello che ci succede dipende solo da noi stessi.
Poi ci sono anche le altre persone che influenzano la nostra vita, personale e professionale, ma almeno noi ci dobbiamo impegnare per migliorarci e dare anche un buon esempio agli altri, stimolare chi è vicino, parenti amici e colleghi. 
Oppure prendere d'esempio chi cerca di sistemare le cose perché il buon esempio di una persona, la sua forza d'animo, può essere lo stimolo per le altre persone.
Compreso io, ben inteso, per alcune cose!
 
Kobe Bryant doveva morire per far conoscere ai molti che non sapevano nemmeno chi fosse cos'è la Mamba Mentality, un atteggiamento vincente di chi vuole essere il numero 1, il migliore e che si può riassumere nella parola impegno. Un impegno incredibile, che richiede la massima concentrazione e dedizione.
Però ci vogliono due palle così per impegnarsi, la Mamba Mentality non è per tutti e se ci sono i numeri 1 è anche grazie ai numeri 2, 3, 4 e a tutti gli altri.
 
Speravo di veder spuntare qualche diamante da tutto questo letame e invece è rimasto tale. 
Potevamo imparare tante cose, scoprire la bellezza che ama nascondersi o quella delle piccole cose, che è troppo facile vederla in un tramonto o in un paesaggio ricoperto di neve mentre è più difficile ammirare un'alba o il fascino della luce di una notte di luna piena riflessa dalla neve.
Vogliamo essere felici senza fare fatica e anche a discapito degli altri, senza impegnarci un po' per scoprire le cose tanto meno a capirle, vogliamo vincere facile magari spendendo un po' di più, non solo in senso economico.
 
Una cosa sola mi spiace di quest'anno: ci ha portato via la socialità e la convivialità. Uno dei miei miglior difetti (o peggior pregi, ancora non lo so) è quello di riuscire a stare bene da solo. E per un po' questa situazione inedita neanche mi spiaceva.
Poi ho scoperto il saluto senza una stretta di mano, di un complimento senza abbraccio, un augurio senza un bacio sulla guancia (eh mica si deve limonare!), un brindisi senza tintinnio. 
Un gomito non è la stessa cosa, mi sono accorto che vedersi in tanti davanti a uno schermo porta imbarazzo anche tra persone che di solito devono sforzarsi di stare zitte invece di parlare.
Mi è mancato non vedere gli amici, non avere persone che girano in casa o andare in quella degli altri.
Ricordo la prima sera che sono uscito in mountainbike con Olo, Giuda e Infe: sembravamo fuorilegge con le mascherine ma è stata una sensazione di assurda libertà dopo più di due mesi di isolamento.

Per me l'ultimo dell'anno ha perso ogni senso già da un po' perché oggi non finise nulla, è solo un giorno buono per stare svegli qualche ora in più (come se non andassi già a letto abbastanza tardi tutti gli altri 364 giorni), mangiare qualcosa di diverso e scoppiare i petardi.
Non c'è alcuna fine, la mattina dell'1 gennaio è come quella del giorno prima, a meno che non siamo noi disposti a fare qualcosa, oltre a cambiare il calendario.
Ed è questo l'unico augurio che mi viene in mente, ma senza molta fiducia.

Parto da Kobe Bryant e finisco con un personaggio completamente diverso ma molto significativo: Pasquale Amitrano che esce dalla cabina elettorale. 



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