Pallacanestro: bellissimo sport democratico

Ieri la Reyer Venezia ha vinto il campionato italiano di pallacanestro, battendo in gara 6 Trento a domicilio. La partita è sempre stata in bilico, com'è stata tutta la serie ed è finita 78-81 con i liberi di Haynes a segnare il risultato finale, dopo la rimonta veneziana da -11 nella prima metà della gara.
Mi sarebbe piaciuto andare a vedere una partita nella sauna del PalaTaliercio ma i biglietti sono andati via come ombre nei bacari così mi sono dovuto affidare ai romantici racconti via radio.
Non voglio parlare della bellezza dell'impresa di Venezia quanto piuttosto sulla bellezza di questo sport. Perché in qualsiasi modo fosse finita la serie finale, se a vincere fosse stata Trento sarebbe stata lo stesso una bellissima impresa.
Pensare che Venezia è rinata undici anni fa e da sei gioca in A1, mentre Trento è una realtà sportiva nata nel 1995 e gioca in A1 da appena tre anni e in semifinale si è sbarazzata dell'Olimpia Milano con un secco 3-0.

Ci sono due aspetti che mi piacciono di questo sport e lo rendono equo: permette a tutti di vincere, non solo di partecipare, senza escludere nessuno a priori anzi, esclude chi non ha i requisiti per l'iscrizione ai campionati professionistici (Treviso) o chi non rispetta le regole lasciandole fallire (Pesaro e Siena) se non addirittura finendo anche per radiare le società anche se sono le più importanti del campionato (a Bologna ne sanno qualcosa). Ecco perché è uno sport democratico.
Infine, ha un grande pubblico, che si giochi in A1 o in Promozione (la Fossa del PalaDozza dovrebbe essere presa come esempio, senza andare a scomodare i pacati tifosi greci, anche perché mi sto riferendo al campionato italiano).

Fosse stato un altro sport molto più popolare, alcune società di Serie A non dovrebbero esistere nemmeno ma sono salve solo perché hanno un certo nome. E poi anche se militano in Serie A e le cose iniziano ad andare un po' male lo stadio si svuota.
Un'altra differenza con quest'altro sport è che la pallacanestro è sempre stato uno sport di provincia (senza offesa): tolte Milano e Bologna le grandi piazze sono (state) Varese, Cantù, Siena, Treviso, ora invece sono Sassari, Venezia e Reggio Emilia. I sardi hanno vinto il campionato due anni fa, mentre dall'altra parte un presidente di un presunto club più importante non le avrebbe nemmeno volute in campionato.
Per questo dico che la pallacanestro è uno sport democratico, perché non guarda in faccia a nessuno.

Seguo il basket fin da quando ero bambino, in modo molto leggero nel senso che ogni domenica sera controllo i risultati e quindi so come va la stagione ma non sono coinvolto come lo sono per altri sport come il calcio e l'hockey, per esempio, dove ci sono due squadre (Vicenza Calcio - ancora prima della Juventus, sì! - e Asiago) che seguo quasi con ansia e apprensione.
Dovessi scegliere una squadra preferita propenderei per l'Olimpia Milano: negli anni '80 rimasi affascinato dalle scarpette rosse e da gente come Mike D'Antoni, Antoine Carr, Bob McAdoo, Antonello Riva, Riccardo Pittis (che poi ha fatto e sta facendo storia a Treviso) e Davide Pessina
Ma anche questa è stata una scelta dovuto più dalla presenza di singoli giocatori ed è stata una caratteristica continua che mi ha portato a farmi trascinare da squadre con le quali non dovrei avere nulla a che fare, secondo la logica del tifo e per questo ai veri appassionati della palla a spicchi risulto essere un eretico (non gli do torto!).
Infatti allo stesso tempo riuscivo a farmi trascinare dalle due squadre di Bologna, la Virtus e la Fortitudo! Pazzesco vero!? Inconcepibile!
Nelle V Nere c'erano giocatori come Claudio Coldebella, Roberto Brunamonti, Alessandro Abbio e quel fenomeno di Predrag Danilović (che incontrai di persona durante un camp multisport nel 1992 a Paderno del Grappa, insieme a un certo Francesco Guidolin...), Radoslav Nesterovič, Antoine Rigaudeau, Hugo Sconochini, Alessandro Frosini, Emanuel Ginóbili (che poi è andato a vincere qualcosa in NBA con i San Antonio Spurs), Marko Jarić e Matjaž Smodiš mentre al Pala Dozza oltre all'incredibile tifo della Fossa ad affascinarmi c'era Vincenzo Esposito, Carlton Myers affiancato da Gregor Fučka, Sasha Djordjevic (anche all'Olimpia) Gianluca Basile in campo e Charlie Racalcati in panchina.
Così come a Varese andavano fortissimo i galletti Marco Pozzecco, Andrea Meneghin, Giacomo Galanda, Alessandro De Pol, Glenn Sekunda e in panchina ancora Recalcati.
Oppure i tempi d'oro di Treviso con giocatori come Vinnie Del Negro, Toni Kukoc, Stefano Rusconi (sì lo ammetto, lui era un po' una palla!), Roberto Chiagic, Dennis Marconato, Željko Rebrača, Henry Williams, Tyus Edney, Dan Gay, Marcelo Nicola, Massimo Bulleri, Petar Naumoski e Jorge Garbajosa.
Ma ricordo anche la Virtus Pesaro con Ario Costa, Walter Magnifico e Andrea Gracis.
Se preso singolarmente, Oscar Schmidt era il giocatore che più mi interessava e il lunedì leggevo i tabellini delle sue partite per vedere se aveva superato i 40 punti.

Nomi e cognomi che hanno fatto la storia di uno sport. Uno sport vissuto a stretto contatto col parquet dove si può entrare nei palazzetti senza bloccare un'intera città.
Dove le piccole squadre sono grandi squadra. Chi dice che è uno sport minore, se il cuore batte sempre forte?

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20 anni dalla Coppa Italia del Vicenza

20 anni da quella sera da sogno. 
20 anni fa un giovedì sera qualsiasi si è trasformato in un giovedì indimenticabile.
La vittoria del Vicenza Calcio in Coppa Italia.
Sembra ieri che una sera di un giovedì qualsiasi, invece di stare a casa a studiare o andare in giro con la morosa (eh, sì, pare impossibile ma è successo anche a me...), schizzavo in scooter come un matto per la città a sfondare il clacson (ho davvero rotto il pulsante del clacson, si è spezzato in due!), diretto al S. Gaetano, la birreria di riferimento del periodo per continuare la festa.
Poco prima, dopo una partita di due ore, il Vicenza aveva vinto la sua prima Coppa Italia. Aveva toccato il cielo con il bordo di quel trofeo.

Adesso invece è dalla parte opposta del cielo: l'anniversario di quella vittoria non poteva cadere in momento peggiore. Ed il verbo descrive alla perfezione la situazione che il Vicenza Calcio sta vivendo e noi tifosi stiamo subendo e che rischia di compromettere 115 anni di storia.

20 anni fa, sembra ieri. Io andavo a scuola, mio papà lavorava, mio nipote più grande nemmeno esisteva ancora, vivevo ancora di e per il calcio, avevo appena avuto una epifania che mi aveva sciolto i precedenti due anni di vita e passavo nottate in camera a ascoltare musica leggendo e imparando a memoria tutti i testi.
Il calcio stava iniziando a evolversi in quello che sarebbe diventato il business che è adesso e mi sorprendo a pensare che proprio il Vicenza Calcio poteva essere la prima squadra italiana a cavalcare questa metamorfosi diventando di proprietà inglese entro la fine dello stesso anno. Ma essere provinciali significa anche non accettare questi cambiamenti e pretendere di rimanere nelle proprie dimensioni. 

Ancora non ne eravamo consapevoli, lo avremmo scoperto due anni dopo, ma eravamo nel pieno dei migliori anni della nostra vita.

Quel giovedì 29 maggio era una bellissima sera, temperatura perfetta per giocare a pallone. Ancora non sapevamo che sarebbe stata lunghissima.

Prima della finale il Lane aveva eliminato il Milan (1-1 all'andata, Baggio aveva pareggiato il gol di Ambrosetti) e al ritorno al Menti per 90' Baggio, Savicevic e Weah ci avevano dato una lezione di tecnica e di fondamentali del calcio assediandoci nella nostra area di rigore. In semifinale a Bologna solo all'ultimo minuto Cornacchini era riuscito a portarci in finale.
L'adrenalina era salita ovviamente per la finale e dopo la gara di andata non avevo molta fiducia anche perché il Vicenza non aveva giocato come sapeva fare e mi aveva preoccupato.
Sappiamo tutti com'è andata.
Sarà stato il pubblico, tutto colorato di bianco-rosso-verde e la musica di O Fortuna dei Carmina Aburana che ha accompagnato i giocatori in campo ad intimorire quelli del Napoli e a caricare quelli del Vicenza. Oppure la diversa fame agonistica e di vittoria messa in campo.
In questi anni ho guardato molte volte quelle immagini (credevate che non l'avessi registrata? Ho ancora la videocassetta a casa!) e in quei tre gol vedo sempre tanta fame, voglia di vincere superiore e una inarrestabile voglia di arrivare prima degli avversari sul pallone.
Lo sguardo di Capitan Giò Lopez che indica un suo compagno a inizio partita dice tutto sulla sua determinazione.
Due gol segnati su respinta del portiere dimostrano la cattiveria e la forza agonistica, l'ultimo gol che arriva nonostante 120 minuti di gioco sulle gambe e sulla mente ed ancora la lucidità di rubare palla all'avversario e la forza di scattare per 40 metri e infilare il portiere.
Godimento puro.

Io ero allo stadio quel giovedì sera di 20 anni fa. E mi sembra ieri. Il mio amico Nicola venuto da Valdagno. 
Il piazzale dei distinti già pieno nonostante il grande anticipo col quale siamo arrivati.
Il dispiacere di non essere riusciti a prendere una maglia celebrativa perché Vicenza è in Italia e quindi anche i vicentini si comportano di conseguenza, prendendone per l'intera famiglia invece che una a testa.
I primi 20' di partita giocati incartati dall'emozione.
Il gol di Jimmy Maini che brucia tutti due volte, di testa prima e di piede dopo.
Il palo di Caccia che mi fa scendere una doccia gelida istantanea e i vari ringraziamenti alla Madonna di Monte Berico che in quel momento ci ha assistito (O Fortuna!).
Il Vicenza messo nettamente meglio in campo. Ma a decidere sono gli episodi. Che succedono solo se hai la bava alla bocca.
Il palo di Caccia fa tremare tutto lo stadio, una doccia ghiacciata istantanea. Forse l'invocazione della fortuna con il brano dei Carmina Aburana a qualcosa è servita!
Il gol di Maurizio Rossi, che parte dalla parte opposta dell'area di rigore per avventarsi come un falco per ribattere in porta il missile terra-terra di Beghetto dopo la respinta di Taglialatela. Rossi. Un cognome non facilissimo se sei un giocatore del Vicenza.
La festa sugli spalti. Guardando la partita in tv il giorno dopo il vecchio Romeo Menti tremava tutto. 
Il gol di Alessandro Iannuzzi, giovane di belle speranze purtroppo rimaste tali che corre da solo verso la vittoria. 
Tripudio. Euforia. Pazzia.
Capitan Lopez che alza la Coppa. 
Credo che tutto lo stadio e i tifosi a casa abbiano avuto lo stesso pensiero triste non vedendo Dalle Carbonare di fianco a lui. 
Il giro del campo della Coppa. La Coppa resta a Vicenza. Le braccia di Nicola che mi stringono le costole io che alzo lui nonostante il confronto fisico impari.
L'abbraccio con Nich Toff e gli altri amici che mi colgono di sorpresa sul prato fuori dallo stadio. Quella sera, per una sera, a Vicenza è lecito tutto.
Io e Nicola torniamo a casa perché poi lui deve tornare a Valdagno (non gli ho mai chiesto quanto ci ha messo ad attraversare una provincia impazzita...).
Abbraccio i miei che sono in estasi e senza rendermene conto sono di nuovo sullo scooter diretto verso il S. Gaetano con la sciarpa del Vicenza Calcio legata in testa (non c'era ancora l'obbligo del casco). Il pulsante del clacson spezzato e tenuto premuto col ginocchio per tutto il tragitto.
Le strade piene di gente piena di gioia.
La festa al S. Gaetano bevendo tutto quello che era possibile bere.
Le pessime condizioni di Jimmy, non Maini ma uno dei due titolari della birreria.
Sono tornato a casa alle 4. Alle 7 ero in piedi perché il giorno dopo c'era scuola e la città ha ripreso la sua vita quotidiana, come niente fosse. 
Ma non ha dimenticato, anzi. Il ricordo è più vivo che mai.
Forse ci siamo dimenticati le parole di Mr. Guidolin: "La realtà del Vicenza non è quella della Coppa Italia, dell'Europa" così ora pensiamo che il Vicenza debba per forza giocare a quei livelli, rimanendo inevitabilmente delusi.
Rimane questo bellissimo ricordo di un pezzo di storia del Vicenza Calcio. Ma anche di ognuno di noi!

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Manchester e l'ipocrisia

E' tardi ho mal di testa e non posso fare i lavori di casa per farmelo passare.
Volevo scrivere qualcosa subito dopo quello che è successo a Manchester e spero di aver trattenuto almeno una parte dei miei pensieri. Provo a distillarli di seguito anche se la combinazione stanchezza-mal di testa rende più facile le farneticazioni che le riflessioni. Ma ci provo lo stesso. E l'argomento è molto delicato. Poteva valere anche per tutte le volte precedenti ma questa volta ho deciso di scrivere. Forse perché sono coinvolti dei giovani. O forse no, forse è perché ho letto e sentito commenti che non mi sono piaciuti.

Cose come "Bastardi! Bestie! Se la sono presa con i nostri bambini! Hanno fatto apposta stavolta! - le altre volte invece gli è scappata la miccia? - Se la prendono con gli indifesi!".
Noi non abbiamo mai ammazzato un giovane in Siria, Iran, Iraq? Noi non siamo i buoni. Non lo siamo più di loro e non c'è alcuna giustificazione.
La nostra indignazione è solo ipocrita.
Nessuna pietà né compassione per i bambini uccisi dalle "bombe amiche" esplose dai padroni di casa, né da quelle democratiche americane, russe, francesi partite anche grazie al nostro consenso.
Ma quando esplode un (corpo) extracomunitario scoppia la nostra rabbia e incredulità. Perché deve essere un'altra cosa? Perché piangiamo quando succede a casa nostra e non sprechiamo una lacrima quando succede a casa loro? Perché è così diverso?
Uomini donne e bambini mediorientali sono diversi da uomini donne e bambini europei o americani? Che differenza c'è? Non c'è, sono uguali a noi, sono come noi!

Me lo chiedo perché invece per qualcuno c'è! Altrimenti mi risparmierei la domanda. 
Mi chiedo che differenza c'è tra le vittime di Manchester, Parigi, Londra, Madrid, San Pietroburgo, Istanbul, Bruxelles, Nizza, Stoccolma con quelli quasi quotidiani di Aleppo, Dacca, Giacarta, Bagdad, Peshawar o di qualche città africana.
E perché non spegniamo le luci del Colosseo ogni volta che viene bombardato un ospedale in Siria o in Palestina?
La differenza c'è per i media con due tipi di trattamento opposti, parlando e dedicando tempi molto diversi.
La differenza c'è per noi con le nostre inutili dimostrazioni di solidarietà e dolore quando qualcuno esplode in una città del primo gruppo, spegnendo le luci dei nostri monumenti più belli e comportandoci da automi, sui social con hashtag dettati e bandiere di circostanza e scendendo in strada sfilando silenziosamente con delle fiaccole che non rappresentano altro che quel cerino con il quale rimaniamo in mano quando succedono queste cose. Come se davvero servissero a qualcosa. 

Ormai quando succede un attacco terroristico non riesco ad arrabbiarmi o provare pietà o dolore né tutti quei sentimenti che automaticamente voi provate in questi casi. 
Non ci riesco. Resto asettico e staccato. Una punta di dispiacere per le vittime e i loro famigliari è impossibile da non percepire. Ma non vado più in profondità.
Un aiuto me lo date anche voi, che in poche ore passate dalla costernazione per un attacco terroristico all'ironia per l'espressione del Papa nella foto con Trump, in una reazione automatizzata.
Ditemi che sono insensibile cinico e stronzo. Sarà quel senso di disillusione al quale ormai siamo tutti esposti che in me si accentua.
Ho pensato a Dante martedì sera appena sentito dell'attaccato di Manchester: noi abbiamo ucciso la loro generazione più giovane e loro hanno fatto lo stesso. Nella Divina Commedia si chiama legge del contrappassoInevitabile. Prevedibile. 

Bombardiamo di democrazia i paesi che pensiamo ne abbiano bisogno quando nel nostro stesso paese ne vediamo a malapena l'ombra.
Ed il risultato di quella democrazia è Manchester, oppure Nizza come New York. E' quello che volevamo? Possibile che nessuno nei posti giusti abbia mai preso in considerazione una reazione? E' dall'11 settembre 2001, da quasi 16 anni, che ci tengono ostaggi. L'esportazione di democrazia non sta andando proprio bene. Nemmeno benino.
Un po' come quando per ottimizzare le cose le aziende vanno a produrre in Cina e poi importano da la prodotti che però non sono ottimi.
L'odio non si combatte con altrettanto odio.
La guerra non si combatte con un'altra guerra.

Una sera per radio (non ho la tele e ascolto tanta radio, soprattutto la notte finché lavo i piatti) ho sentito questa domanda: "Come si ferma una guerra?". Gli esperti chiamati a rispondere hanno detto con il pugno duro, la diplomazia, il dialogo, il rispetto, le sanzioni, il Risiko e la briscola.
Nessuno ha pensato di smettere di vendere armi. Potrebbe essere un inizio. 
E iniziare a risolvere i casini in casa propria, prima di risolvere quelli degli altri.

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Nicky Hayden

Bastava guardare in che condizioni era ridotta quella macchina per capire. Non c'era alcun bisogno che persone di dubbia moralità e professionalità spacciassero informazioni non verificate arrivate da amicizie o parentele millantate nei posti giusti.
Accuse al moto-ciclista e al mondo intero dei ciclisti e accuse al guidatore e al mondo intero di chi viaggia al volante. Parole non riflettute scritte senza il minimo rispetto per due famiglie che stanno vivendo nella disperazione.

Ho letto di tutto e di peggio su interntet in questi giorni e ho pensato a Evan Williams che ha ammesso che internet è guasto: "Pensavo che quando ad ognuno fosse stato possibile esprimersi liberamente e scambiare idee ed informazioni il mondo sarebbe diventato automaticamente un posto migliore. Mi sbagliavo". E bravo Evan, internet è guasto da un pezzo ormai, hai peccato di ottimismo e fiducia.

Da appassionato di moto, motociclista e (ex?) imbrattatore di riviste di motociclismo, ci resto sempre male quando muore un motociclista anche questa volta che non è successa all'interno di un circuito durante una prova o una gara ma, vedi quando è beffarda la morte, pochi metri fuori dal circuito dove solo alcuni giorni prima l'aveva sfidata per l'ennesima volta a velocità impressionanti, schiacciato sul serbatoio e sotto al cupolino della sua moto, per cercare di essere il più veloce possibile, più di lei e dei suoi rivali.
In pista si corre contro le leggi della fisica uscendone illesi, pensando di essere immortali magari anche grazie a tutte quelle protezioni che calcolano la frazione di secondo più infinitesimale ma sulle quali non si può fare affidamento quando sei per strada a proteggerti dal codice della strada, che è più letale della fisica.
Puoi correre più forte che puoi, puoi scapparle ad ogni curva piegandoti all'inverosimile ma lei è paziente e sa aspettarti per venirti a prendere. Perché nessuno è immortale. E' la più democratica, più della vita stessa.

Di Nicky Hayden ricorderò sempre la vittoria del mondiale 2006, portato a casa vincendo solo due gare, ad Assen e a Laguna Seca e poi tanti piazzamenti, dimostrando una incredibile costanza e risparmiando la vita a Dani Pedrosa, il suo povero compagno di team che lo aveva steso nel penultimo gp, regalandoci una scena davvero comica quanto surreale, per noi tifosi italiani.
Tanti dicono che era diverso da tutti gli altri piloti e mi sorprendo a scoprire quante persone lo conoscevano così bene da poterlo dire. Chissà com'era davvero Kentucky Kid!? A me viene in mente un video e voglio salutarlo così.
Ride one Nicky!

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Coppa d'ansia


Ok, la Juventus è il club più forte d'Italia Lo ha dimostrato ieri sera vincendo la terza Coppa Italia consecutiva (non la chiamerò mai col nome dello sponsor, come lo Scudetto!) con un gioco completo, ampio e sicuro, non sempre veloce ma la Lazio, in casa sua, è rimasta a guardare la palla che girava, tanto per dire. 
Aspetto di scoprire se è anche la squadra più forte d'Europa

Lo dico senza ipocrisia e con tutta onestà: della tripletta (in Inghilterra dicono "treble", in Italia diciamo "triplete" - e "remuntada" - perché l'Inter ha battuto il Barcellona in semifinale?) mi frega poco! 
Immagino che i gufi abbiano dovuto cancellare dai loro pc e smartphone meme e altre monate del genere sulla mancata tripletta per sostituirli con quelli per la notte del 3 giugno, ma baratterei Scudetto e Coppa Italia per quella coppa che ha vinto solo due volte. Pochissime in confronto agli Scudetti che si è cucita sul petto.

La finale di Champions League per ogni juventino è un'ansia, soprattutto pensando a come ha vinto le uniche due volte: grazie a un rigore inesistente in una serata tragica dopo una partita che non verrà mai ricordata per il risultato e ai rigori praticamente in casa (all'Olimpico di Roma). La Juve detiene il record di sconfitte in finale per il quale c'è poco da bullarsi al bar con gli amici.
Vorrei riuscisse a vincere al massimo nei centoventi minuti di gioco senza dover dimostrare di saper calciare un pallone fermo a undici metri dalla porta. 
Arrivare in finale non è importante, l'importante è vincere la finale è una frase banale  ("La vittoria è l'unica cosa che conta" è una citazione made in Juventus). Come quando giocavo a calcio, non mi accontento mai e oltre che vincere, preferisco anche in un certo modo.

Le finali che mi sono piaciute sono state quelle del Milan: nell'89 contro la Steaua Bucarest a Barcellona, nel '94 contro il Barcellona a Atene, due vittorie per 4-0 ma anche il primo tempo della finale del 2005 a Istanbul contro il Liverpool per poi riprendersi la rivincita due anni dopo ancora ad Atene. Sempre Milan e sempre esempi di calcio. Quelle sono vittorie che danno soddisfazione.

Lo so che le finali sono partite difficili, la tensione ti taglia le gambe a discapito del gioco e contro il Real Madrid sarà difficilissima.
Scrivo a titolo personale, immagino ci siano persone contentissime di vincere qualunque sia il modo ma credo che molti tifosi juventini la pensino come me e desiderino una vittoria come quelle descritte sopra. 
Serve anche alla Juve per affermarsi come il club più forte. Non basta dimostrarsi all'altezza del Real Madrid arrivando ai rigori, serve vincere con autorità
Ieri sera ne ho vista in abbondanza, a parte i soliti minuti finali di rilassamento precoce da far saltare i nervi.
Sabato 3 giugno posso accettarli, ma solo se quella coppa poi viene a Torino!
Come ormai scrivo da un po', parafrasando l'hashtag ufficiale, fino a quel giorno e cioè fino alla finale, #finoallafinemaninellepalle!

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Monitoraggio del sonno

Questo post nasce da un post di un ex collega sul social per gente seria.
Come dice lui (e non solo) più che giustamente, trovo sempre qualcosa o qualcuno per cui lamentarmi (come anche qui).
Forse il mio tono tradisce le mie intenzioni e anche se la famosa citazione "Sono responsabile di ciò che dico/scrivo, non di quello che capite" può essere sfoggiata per l'occorrenza, posso capire il fraintendimento.
Io non li considero lamenti ma piuttosto delle osservazioni che a volte trascendono in (auto)interrogazioni per arrivare a capire perché quel qualcosa o quel qualcuno, almeno inizialmente, mi sta così tremendamente in mezzo le chiappe. Che poi alla fine la situazione può anche cambiare, soprattutto dopo una discussione collettiva e una riflessione solitaria.

Nel post dell'ex collega si parlava di hardware e software per il monitoraggio del sonno
Scherzando, gli ho scritto che poi c'è chi si lamenta della violazione della privacy. Però: nella maggior parte dei casi siamo noi stessi a autoviolarcela concedendo ad altre persone o alle macchine il permesso di farsi gli affari nostri.
Ma a parte questa ormai retorica osservazione, mi sorprende che esista qualcuno su questo pianeta che desidera far sapere a degli sconosciuti le informazioni relative al proprio sonno. Sul serio, quando ci si sveglia la mattina non ci si rendi conto di come si sta? Non dico subito, perché più o meno a tutti è necessario del tempo per riprendere coscienza di se stessi e del mondo.
Forse non adesso, ma tra poco sentiremo il bisogno di essere dotati di una sleep-monitoring band o ancora più figo e temuto di uno sleep tracker (vorreste mica chiamarla "fascia che misura la qualità del tempo che passi finché dormi" o "fascia che misura la qualità del sonno") per sapere com'è andata la notte? E se per caso ce lo avete addosso e il/la vostro/a lui/lei ha altre idee oppure gli/le salta l'improvvisa voglia di saltarvi addosso? Perché poi questi dati personali potreste anche renderli pubblici ad altri come voi che la utilizzano per sapere se hanno dormito bene o male facendogli sapere che prima di dormire stavate certamente bene e potrebbero anche riconoscere quanto e per quanto ci avete dato dentro! 
Per favore, non fraintendete, non vi sto dicendo di non usarla, semmai sono curioso di conoscere le motivazioni che vi hanno portato a usarla (sindrome KTM*) e anche di fare attenzione. Tutto qua.
Mi ricorda un po' il bisogno indotto del navigatore. Pensare che nel 2004 si andava in Francia in macchina partendo con la stampa delle cartine di Mappy o ViaMichelin. Nel 2004, neanche fosse stato il secolo scorso. Ma se anche fosse stato?

Però è sempre bello fare delle scoperte interessanti: non sapevo esistessero hardware e software dedicate esclusivamente al monitoraggio del sonno. 
Il mio cardiofrequenzimetro ha questa funzione, ma 
1) l'ho disabilitata e 
2) quando dormo non lo indosso e 
3) per quelle poche ore di sonno quotidiane (stanotte per finire un lavoro che dovevo consegnare entro oggi ho fatto le 2:45, con sveglia alle 7) conosco già la qualità e la quantità del mio sonno (purtroppo la prima non compensa la seconda).
Mi chiedo solo una cosa (seriamente): a cosa serve controllare il sonno, quando in questo momento siamo abbandonati al nostro subconscio?

Siamo così facilmente soggetti a farci convincere che abbiamo bisogno di qualcosa?
Lo sarei solo in un caso: pensate per esempio ai cardiopatici o chi ha problemi vascolari e che possono vivere con una sentenza improvvisa che può capitare nel bel mezzo della notte (ma anche del giorno, se capita a chi  è costretto a letto). 
Questo sistema di monitoraggio della salute dovrebbe inviare continui segnali sullo stato di salute di chi lo indossa a una struttura medica, pronta a intervenire in caso di necessità anche urgente.
In questo caso sarebbe un utile strumento di monitoraggio della salute.
Saremmo anche persone dotati di una certa intelligenza, purtroppo talvolta la utilizziamo in modi inappropriati.

Per il resto, nel mio letto non ci voglio portare nessun altro, nemmeno virtualmente.
Ad esclusione di praticamente tutta la mia famiglia, per il momento (e lei, ma solo perché ha forti capacità persuasive!).

* Kazzi Tuoi Mai

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Ciao Milan

Vi avevo già straziato l'anima con la storia delle tradizioni italiane, cancellate per fare posto a quelle straniere, vero!?
Dopo quelle, nemmeno il club italiano più titolato in Europa è più italiano: finalmente (?) dopo tante clausole oggi c'è stato il closing. Cioè il Milan è stato venduto da Berlusconi a un gruppo cinese
Il freddo comunicato stampa è online nel sito del Milan.
Che mestizia.
La mia passione per il calcio è nata con altri colori ma con il Milan italiano di Silvio Berlusconi e con soli tre stranieri, e che giocatori!
Adesso la mia passione per il calcio si sta spegnendo travolta da troppi interessi che mettono a bordo campo il pallone che rotola.
Sono un palloso nostalgico, quello che c'è stato prima di solito è meglio di quello che abbiamo adesso. Sarà forse l'iniziale diffidenza e fatica ad abituarsi. 

Ricordo i mercoledì sera di Coppa Campioni: erano speciali perché poteva stare sveglio per 90' in più. 
In panchina c'era Arrigo Sacchi con i suoi occhiali alla Top Gun e di fianco l'onnipresente Ramaccioni con i suoi baffoni in abiti sempre eleganti. 
In campo davanti a Giovanni Galli c'erano suo fratello Filippo con Tassotti Costacurta e Maldini diretti da Franco Baresi (tra poco piango, e pensare che sono gobbo...), a fare filtro e gioco davanti a loro Bubu Evani con Rijkaard Carletto Ancelotti Donadoni e Colombo e a far cagar sotto le difese avversarie Gullit e Van Basten
In tribuna di fianco a quella di Berlusconi, la pelata di Adriano Galliani e la faccia di pietra di Ariedo Braida.
In quegli anni la Juve faceva schifo e io vedevo questa squadra sgretolare il Real Madrid di Sanchis, Michel, Martin Vazquez, Butragueno e Sanchez. Come non innamorarsene?
Ha vinto due Coppe dei Campioni grazie a uno scudetto.

Il Milan, quel Milan, sono le sere di fine estate passate a casa dei miei amichetti a mangiare pizza e bere the davanti la tv per vedere le finali di Super Coppa Italia, sempre col Milan.
Oppure le nostre sfide a calcio, in zona verde, simulando le sfide di Coppa Campioni. 

Quel segno a V sulla rotula sinistra me lo sono fatto un tardo pomeriggio di un mercoledì di fine maggio. 
Giocavo a calcio coi miei amichetti e stavo in porta. Dopo una parata mi sono alzato e Matte mi guarda bianco in faccia indicando il ginocchio e avendo la forza di dire solo: "Ale il ginocchio!". Abbassai lo sguardo e vidi la tibia ricoperta di sangue. Non sentii male, nemmeno mi ero accorto che il cinturino di metallo dell'orologio di era infilzato nella pelle del ginocchio. 
Scoppiai a piangere per lo spavento e andai subito a casa. Dolore niente.
Come al solito mio papà mi seppe calmare e intanto io ero già preso da quel lembo di carne che si alzava. Un po' di disinfettante e poi mio papà che dice "Andiamo al pronto soccorso!".
A quel tempo avevo già avuto delle esperienze in ambito di PS. Non ne volli sapere: "Col cavolo! Stasera c'è la finale di Coppa Campioni, non me la voglio perdere!".
Quella sera, era il 24 maggio 1989, il Milan si portò a casa la sua terza Coppa dei Campioni dando quattro pere alla Steaua Bucarest, grazie alle doppiette di Gullit e Van Basten. Nella semifinale di ritorno aveva battuto il Real Madrid per 5-0.

Adesso non è gestita che da un gruppo cinese mal identificato.
Una volta (quello che era ieri oggi è già diventato "una volta"!) si sapeva chi era il presidente, il direttore generale, il direttore sportivo e il team manager del Milan. Una squadra fantastica che ne gestiva un'altra ancora più fantastica.
Ma quali anni d'oro del grande Real! 
Quelli erano gli anni splendidi di un club fortissimo dentro e fuori gli stadi, che vinceva e giocava anche bene.
Purtroppo donne e politica hanno costretto SB a ridurre di molto il budget per il Milan e questa è stata l'inevitabile fine.

Che mestizia. 
Non so se sono più triste perché svanisce un pezzo della mia gioventù e faccio fatica ad accettarlo o per il fatto che non c'era alcun (imprenditore) italiano capace di acquistare e gestire l'azienda sportiva Milan.
La squadra di Rivera, Nereo Rocco, Baresi e Maldini, di Farina e Berlusconi adesso è in mani cinesi (comunista, glielo hanno detto a SB?).
Sarà che le cose cambiano, non sempre in meglio e che non sempre ci si abitua facilmente.
Spero ritorni presto un altro Milan. Ma chissà se a me ne importerà ancora qualcosa.

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