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Primo giorno di scuola elementare

Il primo giorno di scuola elementare di Tommaso lo stavo aspettando da fine giugno, dall'ultimo giorno di asilo.
E' stato un lungo ma inesorabile avvicinamento, fatto di sporadiche battute generiche dette a Tommaso per l'occasione o scambi di opinioni con Anna all'occorrenza.

E come tutte le cose graduali questa mattina la tensione è implosa. Anna non ha potuto trattenere i lucciconi e un singhiozzo quando ho fatto la prima foto a Tommaso, io per tutta la giornata ho trattenuto dentro tutto nella mia nota incapacità di lasciar andare le emozioni.
Teresa invece era del tutto inconsapevole di quello che stava accadendo ma mi dava l'impressione - e niente niente conoscendola non ci sto andando tanto lontano - di studiare la situazione per capire quello dovrà vivere anche lei tra quattro anni. Anche se li per li era più dispiaciuta di separarsi dal suo amato fratello dopo una intera estate passata quotidianamente attaccati.
Tommaso invece ha realizzato benissimo che la sua vita stava cambiando per sempre quando siamo arrivati: espressione cupa, testa bassa sempre vicino alla gamba della mamma che è stata costretta a entrare in classe con lui.
Da quel che mi ha detto poi Anna, c'erano altri bambini in comprensibili condizioni peggiori e alla fine se l'è anche passata bene, conoscendo alcuni bambini nuovi. Insomma, superato lo shock iniziale, si sta ambientando anche se penso che il freno a mano lo terrà tirato per diversi giorni.
La maestra lo avrà preso per un bambino timido con qualche problematicità a dare confidenza. Che è anche vero ma non sa cosa le aspetta una volta che farà amicizia con gli altri bambini. Rimpiangerà quel bambino schivo e diffidente, com'è successo alle maestre all'asilo.

Intanto oggi il mio bambino (chissà se si vergognerà tra qualche anno quando leggerà queste parole. Se esisteranno ancora. Mah... mi piacerebbe però, dovrei salvare alcuni post, almeno quelli che riguardano la famiglia) ha iniziato un nuovo percorso. Piano piano è sempre meno bambino e parallelamente, forse un po' più velocemente, ne sentirò la mancanza.
Oggi è diventato un alunno e lo sarà per i prossimi 10 anni. Non glielo ho detto per non spaventarsi: ha crisi di nervi quando deve aspettare due giorni per vedere un cartone animato, figurarsi se gli prospetto cosa dovrà vivere per un periodo così lungo che non sa neanche quantificare. Povero il mio tato.

Io il mio primo giorno di scuola non me lo ricordo. Ma non so perché invece ricordo qualche giorno prima quando Marco è venuto a casa mia per conoscerci, perché era l'unico altro bambino in classe con me con altre cinque bambine, poi sei e veniva da un altro asilo.
 Esatto, nel 1984 la classe prima delle scuole elementari di Bertesina, quartiere alla periferia est di Vicenza, era di 7 bambini! L'ultima prima di quella scuola ne ha avuti due, forse tre poi ha chiuso.
Ma quel periodo era tutto più semplice: un libro e cioè il Sussidiario, che presto è diventato il Sussi, termine che ancora adesso non riesco a levarmi dai coglioni! Ma soprattutto solo due tipi di quaderni: a quadri grandi e a righe con i margini.
Nel gruppo dei genitori di prima su WhatsApp ho letto più di 20 messaggi solo per i quaderni! Il progresso non avrebbe dovuto semplificarci la vita invece di complicarcela nel modo più stupido?

Ma queste cose non riguardano Tommaso, sono cose per far incasinare i genitori ancora più del dovuto. Lui e gli altri bambini devono pensare ad altro, a divertirsi e imparare.
Perché da oggi si inizia a fare sul serio, a imparare cose serie. Lui non lo sa ancora, io si e per questo sono terribilmente emozionato. 
Ancora adesso. Sarà empatia ma più facilmente è ansia. So cosa significa avere l'angoscia di fare qualcosa che non ti piace ma ne sei costretto. Ricordo ancora le battute tristi e le risate programmate del Drive In che non riuscivano a rallegrarmi in quelle meste domeniche sere al pensiero di dover andare a scuola!
Da oggi Tommaso, come tutti gli altri bambini al loro primo giorno di scuola elementare, inizia un percorso eccitante e stimolante che gli permetterà di scoprire cose nuove. 
Ha voluto imparare a scrivere da solo e il suo nome un po' ci riesce e distingue alcune lettere. Da oggi perfezionerà la scrittura e sono curioso di scoprire la sua calligrafia. Gesù fa che non abbia quella a zampe di gallina perché mi fa diventare isterico!
E poi imparerà a leggere. La lettura è la chiave di tutto, ti apre tutte le porte che vuoi aprire, potrà imparare tante cose! 
E' proprio questa indipendenza che mi fa combattere tra due sentimenti opposti: la gioia di sapere che potrà fare anche da solo senza di me e la sua mamma al suo fianco che leggono e spiegano, lo sconforto provato perché scoprirà la sua autonomia e indipendenza. Tanto sperata da mamma e papà che alla fine un po' li spaventa piano piano che la ottiene. Come ho già spiegato quella volta col bob,

Se state pensando che il primo giorno di scuola elementare di Tommaso e il passaggio tra i grandi al nido di Teresa mi mettono l'ansia perché misurano il tempo che passa, vi sbagliate. Nemmeno un capello bianco mi deprime. Anzi, in mezzo a quelli rossi la mia testa diventa la bandana del Vicenza! 
Non è il passare del tempo, ma il come lasciamo che passi che mi fa incazzare.
Ma è un'altra storia e il protagonista di questa è Tommaso. Che oggi ha iniziato il suo percorso di studi. E' un bambino curioso e spero che continui a esserlo. Sempre e sempre di più. Che non smetta di fare e farsi domande e di cercare le risposte.
Gli faccio gli auguri più grandi che ogni papà possa fare a suo figlio, che insieme a Teresa resta l'unica cosa che riesce ancora a meravigliarmi.
Vai avanti Tommaso, metti più cose possibili e splendide in quello zaino e in tutti quelli che userai, non facendo quello che ti dicono di fare, ma quello che ti piace fare di più e come preferisci.




Ho scritto quattro volte scuola elementare. Per me rimarrà sempre la scuola elementare!

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Il senso del bob

Finché guardavo la prima discesa solitaria di Tommaso con il bob, una parte di me si staccava per scendere con lui. Io me ne stavo li da solo seduto sulla neve senza accorgermi che mi si bagnava il culo tanto ero preso a seguirlo e non sapendo se era più dilaniante la tristezza o più rinfrancante la felicità.
Il primo colpo me lo aveva dato poco prima appena arrivati in cima annunciandolo a modo suo: “Papà, devo dirti una cosa” uscito di bocca come al solito come un alito. Avesse mangiato lo spicchio d'aglio più potente del mondo sarebbe stato meno mortifero:


 “Adesso tu non vieni con me nel bob. Vado io da solo”. 

Il papà non può che lasciarlo andare, per un quarto sorpreso perché Tommaso è un bambino piuttosto giudizioso quando si tratta di attività che possono mettere a rischio la propria incolumità, per un quarto felice per la sua decisione di prendere il suo coraggio e scendere la discesa con il bob ma per l'altra metà distrutto perché quella scelta è un pezzo di cambiamento nemmeno tanto leggero.
Pensare che mezz'ora prima gli avevo messo gli sci ai piedi e si era spaventato per una caduta su una discesa brevissima per quanto ripida, e aveva preferito ritornare a giocare con il bob. Un'altra discesa insieme, salendo a piedi per quella collinetta mentre dall'altra parte del confine sulla pista dedicata c'è il rullo che ti trasporta per una pendenza minore a un'altezza inferiore. Tommaso si era seduto sul bob e io lo avevo tirato fino a dove avevamo deciso di partire e scendere insieme.

L'ultima volta che siamo andati con il bob era molto spaventato dalla velocità ma era due anni fa ed era più tato mentre oggi dopo una delle prime discese insieme si è lasciato andare con un “Fiigo!”. Ma passare dal “Fiigo!” a chiedermi di andare da solo non me lo aspettavo. Di solito sono io che gli chiedo se se la sente di fare qualcosa da solo, come scendere in bici per la strada di casa e ricevo sempre la solita monosillabica risposta negativa. Oggi pomeriggio invece Tommaso ha scelto: papà, voglio andare da solo. E io dalla metà della collina guardo scendere a una bella velocità il mio bambino. Che appena arriva si gira e urla: “È bellissimoooo!”.  Chissà quanta adrenalina aveva durante la discesa e quanta ne ha buttata fuori con quell'urlo


Eccola qua come va la vita: accompagni tuo figlio su per la collina, lo traini sul bob le prime volte perché la salita è ripida e per lui è faticosa, lungo la salita gli spieghi come usare i freni e cosa succederà. Quelle successive cammina di fianco a te e a volte ti fermi ad aspettarlo, con una mano traini il bob e con l'altra stringi la sua manina ovattata dentro il guanto per fargli fare meno fatica e aiutarlo nella sua salita. Lo accompagni nelle prime discese, lui davanti con l'aria che gli arriva in faccia veloce grazie al peso del suo papà che per un pezzo lascia andare e per un altro pezzo tira i freni per non spaventarlo sempre pronto a proteggerlo. Quelle successive la velocità aumenta e i tratti rallentati si fanno sempre più brevi rimanendo sempre in guardia.
Finché tuo figlio capisce che gli piace ma soprattutto che si sente sicuro e vuole provare a scendere da solo. “Adesso tu non vieni con me nel bob. Vado io da solo”. E tra quelle due frasi vorrei pensare che sia sospeso un ringraziamento non detto, una spiegazione di quello che è successo: “Grazie per avermi insegnato a divertirmi con il bob, a scoprire quando e come frenare, a non aver paura di scendere e affrontare le mie paure. Adesso mi sento pronto. Vado solo io”.

Così dopo aver camminato uno fianco all'altro mi lascia li da solo, a metà collina a contribuire nel mio minuscolo a sciogliere la neve con una breve lacrima per vederlo scendere, composto e saldo sul bob che usavo io alla sua età. Ci siamo divertiti insieme facendo un tratto di vita insieme. Adesso è arrivato il suo momento di andare da solo. Che sia anche una discesa con il bob. Ma è un primo passo.
Sono stati d'animo ai quali avevo già pensato, quel momento in cui si sarebbe staccato. Ma non avevo immaginato che la prima volta sarebbe stata per una discesa con il bob.
Se un filo d'aria non si fosse alzato a infastidire Anna seduta sopra la sua giacca stesa sulla neve con Teresa addormentata in braccio avrebbe continuato a godersi le discese solitarie.
Mi resta la consolazione, magrissima, di essere ancora con lui per portarlo in cima la collina o fino a dove decidiamo di partire. Lo accompagnerò fino a dove vorrà lui. È giusto così alla fine perché è cosi che deve andare.
Un po' come quando passa tutta la notte nel suo lettino: un po' sono contento perché si dorme più comodi e non prendo pedate sui reni o manate in faccia e un po' mi spiace perché è bello sentirlo respirare di fianco a me.

I bambini sanno essere pestiferi e portarti al limite della sopportazione. Ma prima o poi ci troveremo a ricordare quei momenti passati insieme e ci accorgeremo che ci mancano terribilmente sorprendendoci di come il tempo sia passato così in fretta. Godiamoci i nostri bambini e viviamo ogni momento con loro per aiutarli a crescere e per essere felice di averli vissuti. Non faremo sempre e per sempre parte della loro vita.

Presto troveremo qualche loro giocattolo in un posto che non avremmo mai detto e ricorderemo quando anni prima giocavamo con loro e sistemavamo i loro giochi la notte prima di andare a letto. Mentre loro saranno in giro con gli amici.
Accompagniamoli in cima la collina o fino a dove vogliono loro, stiamo insieme a loro lungo la salita, teniamogli la mano o trainiamoli quando non ce la fanno, insegniamoli a scendere, a divertirsi ad aver paura e ad affrontarla, a cadere e aiutiamoli a rialzarsi a fargli capire che noi siamo sempre con loro. Quando saranno pronti, scenderanno da soli. Magari chiedendocelo con dolcezza con quell'alito di voce di riconoscente colpevolezza. Dopo le farfalle nello stomaco il sentimento più sconvolgente sarà questo. Non so come si chiama. Per ora penso che anche un bob possa insegnarti qualcosa. Bravo tato Tommaso. 


“I will lead you to the doors of the adventure, then only you can open them to defy your fate” 
Thierry Sabine, creatore della Parigi-Dakar

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Capre e bufali

A pochi giorni di distanza dalle proteste di Bologna per dei tornelli montati alla biblioteca universitaria, arriva il discorso di Marco Rondina al Politecnico di Torino nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico 2016/2017.
Marco è un ragazzo di 22 anni, studia Ingegneria informatica ed è il rappresentante dell'Associazione studentesca Alter.POLIS, un altro collettivo di studentesse e studenti universitari, proprio come quelli che hanno fatto casino a Bologna.

Scendere in strada a far casino e a rompere le palle agli altri non è proprio la migliore delle scelte. A mio modesto modo di pensare. E se proprio devi, allora che ne valga davvero la pena. Per esempio, per le condizioni nelle quali è stata ridotta l'università italiana, una volta (tantissimo tempo fa) la migliore d'Europa e adesso una delle peggiori per tasse d'iscrizione accesso e programma al passo con i tempi.

Sarebbe stato più bello se quei collettivi bolognesi o chi per essi avessero fatto casino per questi motivi, invece di prendere dei tornelli come pretesto per dimostrare tutta la propria imbecillità.

Marco non ha dovuto fare casino e rompere le palle agli altri per dimostrare il suo disagio. Ha usato la parola e lo ha fatto in modo ironico all'inizio e poi acuto e impietoso.

E' stato un discorso molto bello e sincero, per niete retorico.


Mi spiace per Marco e per tutti gli studenti, non solo universitari, perché il suo discorso non produrrà nulla altro che delle pacche sulle spalle, tra quelle forti materiali e quelle ideali.
Le parole di Marco sono rivolte a ministro rettore e autorità o pseudo tali varie, ma si è accorto chi era seduto nelle poltroncine rosse? Vedo tante teste grigie e pelate e mi chiedo se e cosa hanno capito e quanto potevano essere interessati al suo discorso e alle condizioni dell'università.
E sarebbe stato bello se tutti gli studendi del Politecnico avessero potuto ascoltarlo, per essere invitati a fare e dare il proprio meglio, per migliorare la loro vita cone quella degli altri.
Due anni fa era intervenuto il presidente del consiglio chiedendo al contratio l'aiuto del mondo universitario, ovvero di quelle vecchie eminenze grigie che pensano solo a difendere la propria cattedra e la definizione di "magnifico" (perché?).

Protestiamo per delle partite di calcio tra miliardari ma non per come siamo ridotti per le cose che valgono davvero la pena. Siamo più informati sui cazzi di pseudo personaggi famosi. 
Ci facciamo rincoglionire da programmi tv idioti. Parliamo e pensiamo nello stesso modo. Le amicizie sono solo di comodo.
Siamo delle capre. Stupide, per altro!
Articoli sui quotidiani, commenti sui social media, atteggiamenti nella vita reale (oh cazzo esiste! Ma davvero?) non riescono a farmi cambiare idea. Anzi la confermano!
Più il tempo avaza e più il nostro cervello regredisce avizzito da modi di dire e di fare diffusi dai social media e dal web in generale e ridistribuiti e fomentati da pseudo giornalismo di pessima qualità.

Influenzando la nostra qualità, perché siamo diventati così stupidi da non riconoscere più le cose che contato.

Dovrebbe esserci un progresso nell'umanita, nella mente umana, a tutto vantaggio della popolazione. Invece non ne vedo neanche un po', o quel poco resta alla portata di pochi che potrebbero permetterselo.
Noi intanto restiamo qui idolatrando miliardari estemporanei con le pezze al culo o diventando euforici per qualcosa che solo poco tempo prima non avremmo mai concepito (chi di voi si alza all'alba per una corsa al sorgere del sole solo perché adesso lo fanno quasi tutti?) e che dura come una briciola di pane in Piazza San Marco a Venezia.

silent party
pokemon go
selfie
Islanda
holy fest
color run
corse di gruppo all'alba
barbe hipster
andiamo a comandare / molto interessante
ma di cosa parliamo
gianluca vacchi
le citazioni con tanto di grafica sentimentale
i pro e gli anti VR46 e Juventus (ma di qualsiasi altra cosa)
i fasci e i comunisti
le isole dei vip e i grandi fratelli
gli apericena
je suis
youtubers
bullismo (ai nostri tempi questa definizione non andava di moda, ci limitavamo a fare a botte all'asilo o alle elementari con bambini e bambine più grandi e/o stupidi/e o maleducati/e)
la bandiera di una nazione sullo sfondo del proprio profilo
le tradizioni straniere che cancellano quelle locali e nazionali
i tatuaggi e il taglio dei capelli come quelli di quelli che si vedono in tivù

E andiamo avanti così. Capre! O bufali, secondo la similitudine di qualcun altro. O una o l'altro, la destinazione rimane quella. Il baratro. Ve ne accorgerete prima?

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Lettere d'arresa

Prima Michele.
Poi Luca.
Due lettere di rabbia rassegnazione e disillusione. Sullo stesso tema: il lavoro.
Il primo purtroppo non ce l'ha (più) fatta e ha deciso di uccidersi. O forse, ormai era stato consumato da questa realtà alla quale era stanco di appartenere, della quale non voleva più farne parte. 
Il secondo invece no, lui c'è ancora e descrive con cruda lucidità com'è questa realtà. Ma è come un fantasma, c'è ma non si vede non fa nulla perché ormai si è arreso.
Si è sbattuto tra selezionatori che nella vita decidono quella degli altri o in professioni con prospettive che rimangono tali o che ti spremono fino all'ultima goccia di tolleranza e poi ti sostituiscono con altra carne, portandoti a una crisi personale e all'auto distruzione della propria stima.
C'è chi resiste chi si adatta come c'è chi invece trova l'ambiente giusto o, forse, è la persona giusta per quel lavoro e/o quell'ambiente.
Non voglio né tanto meno posso arrogarmi la capacità di giudicare i due ragazzi perché non conosco loro e le loro situazioni che hanno provocato queste reazioni. Sono, o erano, giovani, eppure con idee e valori chiari frantumati da questa realtà. Questa sì però che posso giudicarla.

La dichiarazione del ministro del lavoro Poletti sui giovani (ma anche meno giovani) in fuga dall'Italia mi hanno fatto pensare a una cosa: che forse, la politica del lavoro degli ultimi anni aveva uno scopo ben preciso e cioè quello di abbattere (credo sia la parola più giusta) la forza lavoro indigena, a tutto vantaggio di una straniera / extracomunitaria più propensa ad alcune logiche.
Risolvere il problema eliminando il problema e cioè i lavoratori. Non importa in che modo, se espatriano o se si ammazzano. L'importante che si levino dalle scatole, per avere un problema in meno, meno riunioni di commissioni parlamentari e meno leggi sulle quali perdere tempo.

Così come le aziende: a fine anni '90, hanno ricevuto contributi per cessare la produzione in Italia e trasferirla all'estero, prima in Europa dell'Est e poi ancora più in la, in estremo oriente, dove il costo del lavoro è direttamente proporzionale alla distanza.
E' assurdo vedere come chi governa un Paese adotta politiche contrarie al suo sviluppo e quelle della sua popolazione, incapace di aprire gli occhi: è più facile che lo Stato (ormai non più sociale) spenda soldi per mandare all'estero le aziende che riesca a trovare una soluzione per ridurre le tasse sul lavoro e permettere alle sue persone di vivere in casa propria.
Con risultati devastanti! A breve termine l'Italia si è impoverita, economicamente ma anche culturalmente, sono svanite tradizioni e lavori di una volta come quelli artigianali, come l'orafo il tessile e la ceramica dove il Paese eccelleva.
A medio/lungo termine le nazioni dove è stata trasferita la produzione si sono arricchite, che non significa sono diventate ricche e avere tanti soldi, ma di certo stanno meglio di prima e di noi.
Poi si sprecano parole e si paga gente che vada in televisione a discutere sul perché l'Italia non è un Paese competitivo. Non servono tanti talk show e seminari per capirlo.
E nel frattempo, le aziende estere si prendono quelle Italiane, da quelle più grandi più o meno (pseudo) importanti, a quelle più piccole ma con grandi capacità e competenze (i nomi non li faccio, sarebbe pubblicità gratuita che non mi va di fare e in fondo si conoscono già).

In altri paesi, le aziende hanno politiche davvero sociali a favore del proprio dipendente. Quelle italiane a favore della sua estinzione.
All'incapacità del governo, anche locale, si affianca quella delle nuove generazioni di imprenditori che non hanno le stesse capacità di quelle precedenti e alcune hanno una forte reticenza a innovarsi, soprattutto nella propria organizzazione, necessità che consente all'azienda - a quindi ai suoi dipendenti - di vivere.
Le mamme devono decidere se crescere i propri figli o educarli fingendo che tutto sia bello nascondendo la guerra dalla quale è stata costretta a ritirarsi.
Nemmeno gli amici in fondo, come ha scritto Michele, cercano di stare dalla tua parte. Ma come ho già scritto, avere santi in paradiso o conoscere i culi seduti nei posti giusti è più che utile.

Vista la situazione, non ha tutti i torti chi decide di togliere il disturbo.
Ma non è nemmeno giusto lasciare il campo senza averci provato senza aver assaporato il gusto di una rivincita o il piacere di dire 'no' a nostra volta all'ennesima proposta fasulla e sfruttatrice. A tutto  c'è un limite e concedersi troppo agli altri non è corretto, perché si deve avere rispetto di se stessi. 
E allora si potranno aprire nuove porte o prendere strade che non si erano ancora prese in considerazione o evitate. Le cose sconosciute o in salita fanno paura, l'incognita la fatica non sono per tutti.

https://it.wikipedia.org/wiki/L'urlo#/media/File:The_Scream.jpg

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Il mio probelma


Io sono io. Questo è il mio problema. Sono il mio principale problema.
Non ho santi in paradiso né amicizie giuste nei posti giusti. Tipo di quelle che mi facciano portare delle moto nel centro della mia città, a differenza di altri che vengono anche ospitati nelle sale grandi dei palazzi del potere.
Magari qualche gancio - termine più corretto rispetto ad amicizia - c'è anche ma nel mio caso prevalgono altri fattori come il buon senso l'etica e lo stato delle cose con il quale non ci si può tanto mettere di traverso.
Vivo in una città dove sei quel che sei e se vuoi fare qualche cosa per quanto ci si debba rompere il culo devi conoscere la persona giusta. Certe consuetudini non sono esclusive tradizionali di determinati posti di questo Paese anzi, al contrario sono piuttosto diffuse. Non so in altri posti ma dove sono io sono molto frequenti.
Mi è capitato diverse volte, anche l'anno scorso, di essere ad un passo da qualcosa ed invece appena arrivato all'ultimo scalino sentire il vuoto al posto del pianerottolo e di cadere giù, travolto da amarezza delusione e rabbia.
Mi sono chiesto qual è il mio problema, cosa non va. L'unica risposta l'ho trovata davanti allo specchio (prendendomi per il culo possono aggiungere che "Bhe, almeno c'era qualcosa di bello da vedere"!).

Di recente ho cancellato da uno spazio web una mia descrizione che a qualcuno era piaciuta molto. Ci avevo messo un attimo a scriverla, preso da uno dei miei raptus notturni, un po' come sta capitando adesso solo che c'è il sole alto in cielo.
Nonostante mi venga difficile dovermi descrivere ho buttato giù le parole che mi piacevano di più e che mi sembravano più adatte, come scegliere una felpa o un paio di scarpe. Una descrizione poco seria e poco professionale visto il contesto ma per questo veritiera, che tra le righe diceva "fanculo!" in modo neanche tanto velato.
Perché sono così e forse è questo il mio problema.

Non mi piace ingannare la gente, anche perché vado a infilarmi in situazioni spiacevoli che non saprei gestire e non mi piace giustificarmi.
Perché non sopporto né supporto le formalità che sono solo una divisa che maschera le persone e servono ai venditori per ingannare chi si trovano davanti. Preferisco convincere piuttosto che ingannare anche se è la via più complicata.
Ma molte persone preferiscono i venditori, quelli con il nome esotico e un cognome italiano buffo, gli imbonitori gli intortatori o i (auto definiti?) guru. Quelli 80% atteggiamento e 20% carattere. Forse perché la sincerità spaventa. O la normalità. Ma sono così.

Elastico come un tronco di una sequoia secolare. Mi adatto anche, a persone cose situazioni ma a discrezione e con criterio molto dubbi.
Voglio essere me stesso sempre perché apparire è come sopravvivere. Eppure ci sono molte persone che sopravvivono nettamente meglio di come vivo io.
Forse tutto dipende da questo, dal mio volere essere me stesso. Originale.
Non sono quello della prima buona impressione, di solito la canno in pieno e tale rimane: chiedete a due professoresse. Anni fa una splendida ragazza di Roma qualche giorno dopo avermi conosciuto meglio (no, non è quello che pensate voi!) mi confidò che all'inizio le sembravo un cagacazzi. Non potevo darle torto. Non sono (più) il massimo dell'espansività all'inizio.
Talvolta è anche buona la prima, ma nonostante la mia impresa c'è sempre qualcosa che non va bene. Oppure, non c'è qualcuno col culo nella posizione giusta che migliori la mia buona prima impressione.
Tanti mi dicono che ho buone capacità. Che scrivo bene. Ma a vedere bene questo non basta! C'è bisogno di qualcosa di più. Meglio se è qualcuno di più!

E alla fine vincono gli altri. Quelli che si mettono il vestito adatto. Magari non solo grazie a se stessi e a quello che sanno mostrare ma anche perché sono nel club giusto.
Io invece non sono nemmeno uno da motoclub o curva sud. Sarà colpa di quelle settimane premature in incubatrice che mi hanno abituato a stare bene da solo che mi piace tanto Wolverine. Avessi solo la sua capacità di autoripararsi ma soprattutto il suo adamantio...
Ho solo una grande tendenza a isolarmi a non creare forti legami. Forse è per questo che rimango sveglio fino a notte fonda, per stare da solo.
Stare in famiglia è il posto più bello dove mi piace stare, ma credo che stare un po' da soli faccia bene.
Ho sempre qualche perplessità per chi si sforza di essere qualcun altro e non vuole stare da solo.
Come per chi riesce a fare qualcosa - o non fa fare qualcosa agli altri - grazie agli altri.

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Si ricomincia, si spengono le luci

Passate le feste. Almeno io così intendo le vacanze natalizie: delle feste. Per me, hanno un valore diverso da quelle estive perché le passi per stare con la famiglia, fare dei pensieri ai propri cari, qualche passaggio in chiesa tra una messa ed un concerto di cori e vedere amici di quartiere e non.
E la fine delle vacanze di Natale è sempre stata più triste, rimettendo in scatola i colori le luci la magia e la gioia di quasi un mese, dagli addobbi dell'albero alle case ed ai personaggi del presepe e l'aspetto della casa ritorna quello di prima, così come la vita riprende l'ordinaria atmosfera e cadenza prenatalizia.
Mi viene il magone a pensare a come spiegare a Tommaso che dobbiamo mettere via le luci e che dovrà aspettare 11 mesi... E per fortuna (più o meno) che non abbiamo né l'albero né il presepe.
Sono state delle belle feste. Abbiamo lavorato un po' e non solo pensato al futuro. Non ci è mancata la nevicata ad esaltare il periodo ed è stato bellissimo vedere Tommaso divertirsi un mondo con la sua prima neve, l'anno scorso era troppo piccolo per potersela godere.
I regali sono fioccati, forse troppi per una casa come la nostra tanto che qualcuno è rimasto dai nonni.
L'ultimo dell'anno è andato bene tra amici, tanti bambini, con grandi fuochi d'artificio e finito prestino, segno dei tempi che cambiano. Ma le prossime volte potremo tirare un po' più tardi.
Siamo anche riusciti a dormire, nel senso che al netto delle sveglie di Tommaso di media ci siamo alzati alle 9 quasi ogni giorno.
Sono tornato a correre compresso in un paio di pantaloni invernali ed ho avuto l'impressione di indossare un aiuto neanche tanto insignificante. Mi manca solo un orologio adatto per il quale sto già smadonnando tra i vari modelli e funzioni utili e ad altre del tutto futili.
Mi spiace non aver fatto visita a qualche amico più o meno distante. Queste feste sono passate velocissime. Dall'8 al 25 dicembre è un flash che ti travolge nel panico dei regali. Arrivare all'Epifania è ancora più tragico perché ti rendi conto che devi ritornare a lavoro.
Almeno io sono riuscito a fare vacanza, c'è chi non le ha nemmeno fatte.
Domani si ricomincia. Mi chiedo cosa ci sia di nuovo visto che si riprende come si è finito l'anno prima. Più avanti, forse, potrebbe esserci qualcosa di nuovo. Ma nell'immediato non c'è nulla di nuovo. Ad eccezione del calendario. Ed il nostro è fighissimo!

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La mano politico/mediatica e quella politico/finanziaria

C'è chi si chiede "fino a quando gli italiani sopportano tutto questo, fino a che punto gli italiani miti e sottomessi saranno disposti a farsi sodomizzare, qual è il livello di soglia necessario per scuotere le coscienze e creare una ribellione? Insomma cosa si deve aspettare ancora? Il signoraggio, le lobby i poteri forti stanno facendo tabula rasa di welfare e tenuta sociale, un mercato interno a pezzi quasi inesistente, giovani condannati al nulla, politica corrotta, collusa, inconcludente e piena di privilegi, manager con stipendi da sceicchi e cariche cumulabili. Ma che cazzo ci vuole per far scattare la scintilla della rivoluzione ditemelo che cosa è necessario?".

Dal mio modestissimo punticino di vista, credo che sarebbe meglio spegnere i social network ed accendere il cervello.
A Robespierre non è servita una connessione internet ed un sito web per scaldare le folle e decapitare la monarchia. In tempi più recenti nemmeno Mandela mandava e-mail ai suoi amici per organizzare i tafferugli. Le rivoluzioni, quelle vere che hanno cambiato la storia, sono state fatte quando internet ancora non esisteva. Oggi invece abbiamo a disposizione uno vario e variegato numero di mezzi di comunicazione che usiamo solo per farci i cazzi degli altri, mostrarci quante cose belle facciamo e abbiamo e mandarci stronzate di qualsiasi tipo. Nel frattempo, nonostante l'unico che si sbatte sia un un ex cominco (nemmeno un politico, anche se suo malgrado lo è diventato impegnandosi in politica) che si sta esagitando tantissimo alla tastiera dal suo ufficio o dalla sua barca senza peraltro combinare granché, lo stato si è fatto soffiare dai suoi stessi politici  4 miliardi di euro (= 4.000.000.000 di euro, forse così fa più colpo), a favore delle banche che hanno ridotto allo strazio il Paese. Un decreto approvato a 4 ore dalla sua scadenza (doveva essere convertito in legge entro le 23:59 di mercoledì 29 gennaio 2014) grazie al quale, attraverso rivalutazioni contabili e denaro contante, Unicredit e Intesa riceveranno una bella paccottiglia in cassa presentandosi agli esami della BCE con un comodo cuscinetto sotto il culo dei super manager (ovvero, gli incapaci atterreranno sul sicuro e riceveranno pure un premio oltre i loro più che lauti e grassi stipendi). Mi chiedo: ma non è un aiuto di Stato, vietato dall'Unione Europea?
Da sottolineare che:
- il decreto è nato finché era in ballo la decadenza di Berlusconi. Ancora una volta la mano politico/mediatica dava in pasto agli italiani per distrarli una pseudo notizia mentre quella politico/finanziaria discuteva su come dare soldi alle banche sottraendone di pubblici (e quindi nostri) senza farlo sapere in giro;
- il decreto Bankitalia era sicuro perché la stessa Bankitalia provvedeva a modificare il suo statuto in base ad una legge che ancora non esisteva; 
- la Bce aveva richiamato il Governo italiano per non averla consultata, ma soprattutto aveva lanciato un avvertimento sul potenziale costo dell’operazione per la Banca d’Italia stessa.

Alla fine, quello che fa notizia e viene fatto sapere alle orecchie e fatto vedere agli occhi del popolo sempre più social-edonista, nonostante grazie proprio alle innumerevoli possibilità di auto-informazione che abbiamo a disposizione, sono:

- le proteste dei parlamentari del Movimento 5 Stelle;
- il presidente della Camera dei Deputati è ricorsa ad uno strumento vietato (la c.d. ghigliottina) pur di far approvare sul filo di lana sto cazzo di decreto Imu-Bankitalia (due cose che non c'entrano nulla l'una con l'altro pur di imboscarci dentro l'aiuto alle banche che aiutano gli stessi partiti);
- una deputata dei 5 Stelle è stata menata da un avversario politico; 
- il Presidente della Repubblica ha preso del boia ed ora è sotto accusa.
Quello che conta davvero, ovvero cosa è stato approvato, non viene raccontato e descritto come si dovrebbe raccontare. Per il popolo la notizia è il casino e non il motivo che lo ha scatenato.

In tutto sto marasma, una grossa azienda sta decidendo di lasciare l'Italia chiudendo i siti produttivi perché il costo del lavoro è troppo alto e per rimanere propone di abbassare gli stipendi. Il nostro ministro del lavoro (che non nomino perché non se lo merita!) non trova una soluzione che è sotto gli occhi di tutti e che sono arcistufo di ripetere.
Nessuno in Italia parla della probabile vendita di Dainese (le due diligence è in atto da un po') a Texas Pacific Group, il fondo americano che deteneva la Ducati prima della famiglia Bonomi.


Il rottamatore che pareva il nuovo che avanza (avanza nel senso di marcire?) e che pareva annientare il berlusconismo (i neologismi italiani fanno pietà!) con uno sputo stringe un patto proprio con il condannato e senatore decaduto per una falsa riforma elettorale preferita all'oppositore che non prevede alcuna preferenza. Cambiano solo le soglie di sbarramento ed il premio elettorale.
Vedremo se riuscirà a eliminare il senato e le provincie... o se rimarranno solo slogan e alla fine cadrà nel solito compromesso all'italiana, facendocelo passare per una riforma epocale come fossimo baccalà.

Qualche mese fa era passata la sanatoria sul videopoker grazie al quale le società che detengono i marchi di giochi online e macchinette da bar potranno cavarsela pagando allo Stato una cifra totale di appena 600.000 euro invece di svariati milioni, tutto a causa della partecipazione in queste società degli stessi politici  che hanno proposto e votato la sanatoria. 

Per eliminare i disservizi della rete ferroviaria in Veneto, l'assessore Regionale pensa ad un aumento del prezzo del biglietto: si chiedono soldi a chi subisce i disservizi invece di segare i colpevoli.

Viviamo in un Paese dove i suoi politici sono più preoccupati a riformare il metodo per ritornare sulla ricchissima e comoda poltrona che non a risolvere le cazzate fatte da loro ed in anni passati.

Siamo il Paese con le pensioni minime e gli stipendi più bassi d'Europa ma con i politici e dirigenti pubblici più pagati (con le tasse che ci fanno pagare) e con più sedie sotto al culo.
Paghiamo ancora le tasse sulla benzina per guerre e terremoti di 70 anni fa e le accise vengono ogni respiro mentre vengono ridotti le detrazioni fiscali.
Intanto non ci sono fondi per garantire servizi pubblici basilari come sicurezza sanità e cultura e le strade della mia città sono bucate.
I poveri sono ogni mese di più come quelli che non arrivano a fine mese. E le loro sorti dovrebbero essere decise da persone che guadagnano mila euro al giorno senza sapere quanto costa un litro di latte o un chilo di pane!

Il 10% delle famiglie detiene il 46% della ricchezza. Ma questo va bene perché c'è una chiara e palese connivenza tra le famiglie più ricche ed i politici (che potrebbero benissimo essere inclusi in quella percentuale).

E ci si chiede cosa aspettiamo per ribellarci? Io la butto sul ridere, ma quello che sta succedendo l'ho descritto tempo fa.

I figli di puttana che sono al governo, da quello locale a quello nazionale, si scannano solo per interessi personali mentre del Paese se ne fottono. 
Non capiscono come far ripartire il paese quando stiamo perdendo aziende. Fanno i finti tonti perché non posso credere che siano così idioti da non vedere l'evidenza: le aziende non possono pagare 100 i loro dipendenti per dargli alla fine 60, dai quali vanno tolti altri quanti, 35/40 di tasse e imposte! 
Ormai l'Italia non è più un mercato attraente e finirà ad essere una pattumiera. Poi toccherà al resto d'Europa perché i mercati che tirano ora sono il Sud America, l'Africa, India e l'estremo oriente. C'è da sperare che succeda qualcosa per farli crollare, così chi ha investito la si ritrovi con le pezze al culo. Almeno non saremo soli.
A Roma si discute su come riuscire a farsi (ri)eleggere. Mentre io quando guardo Tommaso mi preoccupo di non deludere il suo sorriso allegro perché non so cosa potrò dargli, non so cosa gli aspetterà non solo quando sarà il suo momento, ma anche oggi.

Se il popolo è davvero sovrano e se sa si esserlo, l'unica cosa che può fare l'unico suo potere è si non andare a votare e di esprimere così il proprio dissenso. Il voto è l'unico strumento in mano ai cittadini.
Grillo? I 5 stelle? Sel? La Lega? Renzi? Ncd? Ma fatemi il sacrosanto piacere! Che ardano vivi tutti!

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Ritorno al passato

Luca all'estero ci è andato più di 10 anni fa ben prima della tesi e ci è rimasto, tra Estremo Oriente, Sud America, Mare del Nord ed Europa. Alessandra ha capito che gli stage non servono a molto e non sono nemmeno fini(ti) a se stessi ma fanno comodo a chi te li propone così ha preferito un dottorato in Danimarca dove i cervelli sono considerati meglio e nonostante la vita sia molto più cara il rapporto tra quello che ricevi e quello che dai è prossimo all'1. Stefano ha portato la moglie ed il piccolo Dante in Russia. Ce lo ha spedito l'azienda ma poteva anche dire 'No, grazie' invece ha preferito l'emirato di Putin a quello del Cavaliere. Anna e Luca avevano un lavoro sicuro, come Carlotta e Matteo e forse tenerlo significava non portarsi troppo rispetto e hanno preferito l'emisfero australe (i primi) e sorvolare l'Atlantico (i secondi). Francesco invece non ci ha nemmeno provato, dopo le cose bulgare e i freddi finnici ha capito che i suoi orizzonti dovevano ampliarsi e immediatamente dopo la laurea si è dato da fare per cercare di meglio anche lui in Australia (andrà di moda...). Helene colleziona delusioni professionali ed è arrivata alla conclusione che il suo Paese non ha più niente da darle.
Vorrei sapere se quelli che stanno fingendo di darsi da fare per costruire un governo e le varie inutili associazioni di categoria conoscono il numero dei loro connazionali emigrati per trovare condizioni migliori.
Nel 2000 le persone che hanno cancellato la loro residenza italiana sono stati 56.601. Nel 2009 invece 64.921. Un aumento di circa il 15,7% in 10 anni*. Immagino che tra questi ci siano immigrati che hanno capito il momento difficile e hanno deciso, dopo aver guadagno qualche soldo buono, di far ritorno a casa. Ma anche (più o meno) giovani italiani. In comune hanno una scarsa fiducia in un Paese che gli ha arricchiti (i primi) e preparati culturalmente (i secondi) e che non è stato capace di trattenere. Chissà se i piccoli capi politici e di associazioni di categoria conoscono questi numeri, tesi come sono ad arricchirsi sulla nostra pelle con le loro truffe.
Ho cercato quelli riferiti agli italiani emigrati nel 2012, i dati si aggirano sui 50 mila quindi siamo li.
Se nelle immatricolazioni di auto siamo tornati indietro di 40 anni, per quanto riguarda l'emigrazione il balzo indietro è ancora più lungo. Tra poco qualche artista italiano scriverà o canterà una canzona dal titolo "Mamma mia dammi cento euro" per chissà dove andare.
Non è una scelta facile, quella di abbandonare casa e affetti preferendo vivere a quasi un giorno di fuso orario di distanza. Di quelle persone che ho nominato, qualcuno ogni tanto torna, qualcuno è partito con l'idea di guardarsi in giro, mal che vada avrà migliorato l'inglese ed arricchito il proprio curriculum e altri che non hanno intenzione di tornare. 
Complimenti comunque a tutti per il coraggio. Non possono avere il mio biasimo ma la mia invidia per la loro scelta. 
Tutta la mia rabbia va a chi è stato chiamato a migliorare la situazione ed invece l'ha mortificata in tutti questi anni.
Stiamo lavorando per pagare la pensione a chi ha messo il proprio culo (in senso figurato, perché letteralmente dubito sia successo spesso) sulle poltronissime, magari anche solo come favore o contro favore.
Nemmeno io ho più fiducia in quello che vedo leggo e sento, in amici egoisti in datori di lavoro pronti a fotterti con false promesse e contratti vergognosi in gruppi che non rappresentano niente altro che se stessi.
Le persone sono pronte a scendere in piazza per le proteste più incredibili, da quelle contro la società di calcio a quelle sui diritti alle coppie di fatto o gay, da chi si spoglia per le staminali ai politici che manifestano davanti al palazzo di giustizia sotto l'immagine dei martiri Falcone e Borsellino per la persecuzione verso il loro leader. Posso capire che ci sia molto tempo libero visto che non c'è lavoro, ma non vedo proteste contro la disoccupazione o contro il 'caro prezzo' di qualsiasi cosa o contro le tasse. Queste cose vanno bene a tutti?
Mi sembra piuttosto normale allora che quelli che possono imbarchino il loro coraggio verso migliori destinazioni. 
Tutta questa situazione mi fa andare in acido la bile. Forse è anche colpa nostra. Mi sento mona io a scrivere e non fare un cazzo. Ma più di sbattermi e mostrare una faccia come il culo per trovare un lavoro qui non si può fare altro.
Papa Francesco oggi ha chiesto di non essere tristi e di non farci rubare la speranza. Non sono triste, sono incazzato come una biscia. Mi girano così tanto che se mi calo le braghe potrei vaporizzare la pioggia che scende (= rompe le palle) da troppo tempo. Per quanto riguarda la speranza, mi è piaciuto cosa ha detto: "Per favore, non fatevi rubare la speranza", come dire, non permette agli altri di tagliarvi le gambe. A leggere tra le righe, come dire, "Nonostante tutto, keep up the fight guys!". Mantengo sempre la speranza, ma il confine con l'illusione è sottile e se lo si oltrepassa allora è finita. Il punto è che non ce ne rendiamo conto. Stiamo ancora sperando o siamo ormai degli illusi?





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* Fonte: Osservatorio di Politica Internazionale, "La risorsa emigrazione. Gli italiani all'estero tra percorsi sociali e flussi economici, 1945-2012". A cura dell'ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. A cura di Michele Colucci, Ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche - Istituto di studi sulle società del Mediterraneo)

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Non è cambiato un cazzo!

Sono passati 25 anni... i terroristi sono sempre islamici, andiamo ancora in giro coi piumini (senza maniche), il culo ricoperto da un pantalone ebreo, le scarpe baffate ai piedi e ascoltiamo la musica con le cuffie (alla fine cambia solo il mezzo ma la forma rimane la stessa).
Non è cambiato un cazzo!
Doc, Marty, cosa avete fatto in questi ultimi 25 anni?
Dove siete stati, bontà divina???

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Felicità

Questa mattina mi sono svegliato nel posto più bello del mondo.
Come ogni tanto mi capita.
Dove vorrei svegliarmi più spesso e in un futuro vicino.
La musica ci ha detto con le sue diverse melodie che un nuovo giorno stava iniziando e abbiamo lasciato andare avanti l'avvertimento rimanendo coperti nel caldo riparo del piumone.
Mi sono girato e lei era di fianco a me.
La cosa più bella che posso vedere appena si schiude un nuovo giorno.
I suoi dolci occhi chiusi in un viso sereno. Il suo respiro tranquillo. Non so se stesse ancora dormendo.
Avrei voluto accarezzarla ma non ne ho avuto il coraggio per non disturbarla qualsiasi cosa stesse facendo.
Ho alzato piano le tapparella e la luce è entrate lieve annunciando un tenue giorno di dicembre.
Quando sono tornato indietro mi stava guardando. I suoi capelli color miele le incorniciavano in maniera disordinata il viso confuso.
Sono passare più di 16 ore e ho ancora la sua immagine che mi balena davanti gli occhi.
Il suo sguardo. Ancora in preda al sonno mi sorrideva profondo e dolce.
Sono rimasto impalato in piedi in mezzo la stanza. Desideravo fermare li il tempo per ammirarla come si ammira un dipinto rapito dalla sua bellezza che ti fa tremare e che ti fa dire "non riesco a credere di poterlo vedere di avercelo davanti!".
Mi vengono in mente gli occhi delle bambole di ceramica: penso che chi li disegna si ispiri agli sguardi delle donne turgidi di riflessi di passione e desiderio.
Volevo abbracciarla stringerla piano per non stropicciarla ma dentro di me la commozione mi bloccava facendomi fare l'opposto di quello che volevo come sempre.
Le ho baciato leggermente la guancia morbida e candida che ancora sapeva di sonno fresco.
In un istante mi sono ritrovato felice.
Sono sceso a preparare la colazione.
Come vorrei fare più spesso e in un futuro vicino.

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