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L'anno che verrà

Sono contento di leggere che più di qualcuno non incolpi il 2020 per questo 2020.E' da qualche giorno che ci penso e ho già letto altri pensieri simili.
La pandemia non l'ha portata il 2020, il 2020 non ha fatto schiantare l'elicottero in una nebbiosa domenica mattina e una malattia che si porta via un mito non è colpa del 2020.
 
Quest'anno doveva andare tutto bene invece mi sembra stia solo andando tutto a puttane. Non diamo la colpa al governo ladro o al 2020, ma incolpiamo solo noi stessi.
Un comportamento diverso forse avrebbe potuto davvero far andare tutto bene, una rinuncia una volta nella vita la può migliorare e pazienza se per un anno non si mette in mostra ogni singolo respiro che si sprecato durante le vacenze.
Potevamo imparare molte cose, invece di limitarci a copiare un hashtag come asini facendo nulla per dimostrare che davvero tutto andà bene.

Il 2020 non è stato l'anno che ci auguravamo nel 2019 (per alcuni invece sì, anche meglio) ma speravo riuscissimo a imparare qualcosa: il professore Mancini, professore di italiano delle medie, ci diceva sempre che bisogna imparare sempre qualcosa da qualsiasi situazione.
Invece abbiamo iniziato l'anno odiando i cinesi in Italia, poi i settentrionali in vacanza in meridione e poi a non vedere alcuna distinzione geografica, fanculandoci per semplice differenza di opinione o solo perché si era colpevoli di andare a correre, nel rispetto delle indicazioni per altro.
Abbiamo tanti mezzi di comunicazione a disposizione ma li abbiamo usati per insultarci invece che per chiederci un semplice "Come stai?".
Non è colpa dei social media, ma è colpa nostra perché non sappiamo usare le cose che abbiamo a disposizione.
In mezzo a un pandemia dalla quale si può guarire ma che rischia anche di uccidere, ho visto mettere l'aspetto economico davanti alla salute, ho sentito persone più spaventate di dover chiudere temporaneamente l'attività che di ammalarsi.
Nemmeno il vaccino ha portato un po' di calma anzi, è stato un altro motivo per assurdi litigi digitali. 
Spero nel frattempo che le big pharma stiano sviluppando un vaccino contro l'imbecillità, ma dubito che ci possano essere dosi a sufficienza e che l'effetto sia perenne.

Alcune cose della vita sono ineluttabili purtroppo e sono sempre più convinto che siamo il risultato delle nostre scelte e quello che ci succede dipende solo da noi stessi.
Poi ci sono anche le altre persone che influenzano la nostra vita, personale e professionale, ma almeno noi ci dobbiamo impegnare per migliorarci e dare anche un buon esempio agli altri, stimolare chi è vicino, parenti amici e colleghi. 
Oppure prendere d'esempio chi cerca di sistemare le cose perché il buon esempio di una persona, la sua forza d'animo, può essere lo stimolo per le altre persone.
Compreso io, ben inteso, per alcune cose!
 
Kobe Bryant doveva morire per far conoscere ai molti che non sapevano nemmeno chi fosse cos'è la Mamba Mentality, un atteggiamento vincente di chi vuole essere il numero 1, il migliore e che si può riassumere nella parola impegno. Un impegno incredibile, che richiede la massima concentrazione e dedizione.
Però ci vogliono due palle così per impegnarsi, la Mamba Mentality non è per tutti e se ci sono i numeri 1 è anche grazie ai numeri 2, 3, 4 e a tutti gli altri.
 
Speravo di veder spuntare qualche diamante da tutto questo letame e invece è rimasto tale. 
Potevamo imparare tante cose, scoprire la bellezza che ama nascondersi o quella delle piccole cose, che è troppo facile vederla in un tramonto o in un paesaggio ricoperto di neve mentre è più difficile ammirare un'alba o il fascino della luce di una notte di luna piena riflessa dalla neve.
Vogliamo essere felici senza fare fatica e anche a discapito degli altri, senza impegnarci un po' per scoprire le cose tanto meno a capirle, vogliamo vincere facile magari spendendo un po' di più, non solo in senso economico.
 
Una cosa sola mi spiace di quest'anno: ci ha portato via la socialità e la convivialità. Uno dei miei miglior difetti (o peggior pregi, ancora non lo so) è quello di riuscire a stare bene da solo. E per un po' questa situazione inedita neanche mi spiaceva.
Poi ho scoperto il saluto senza una stretta di mano, di un complimento senza abbraccio, un augurio senza un bacio sulla guancia (eh mica si deve limonare!), un brindisi senza tintinnio. 
Un gomito non è la stessa cosa, mi sono accorto che vedersi in tanti davanti a uno schermo porta imbarazzo anche tra persone che di solito devono sforzarsi di stare zitte invece di parlare.
Mi è mancato non vedere gli amici, non avere persone che girano in casa o andare in quella degli altri.
Ricordo la prima sera che sono uscito in mountainbike con Olo, Giuda e Infe: sembravamo fuorilegge con le mascherine ma è stata una sensazione di assurda libertà dopo più di due mesi di isolamento.

Per me l'ultimo dell'anno ha perso ogni senso già da un po' perché oggi non finise nulla, è solo un giorno buono per stare svegli qualche ora in più (come se non andassi già a letto abbastanza tardi tutti gli altri 364 giorni), mangiare qualcosa di diverso e scoppiare i petardi.
Non c'è alcuna fine, la mattina dell'1 gennaio è come quella del giorno prima, a meno che non siamo noi disposti a fare qualcosa, oltre a cambiare il calendario.
Ed è questo l'unico augurio che mi viene in mente, ma senza molta fiducia.

Parto da Kobe Bryant e finisco con un personaggio completamente diverso ma molto significativo: Pasquale Amitrano che esce dalla cabina elettorale. 



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Primo giorno di scuola elementare

Il primo giorno di scuola elementare di Tommaso lo stavo aspettando da fine giugno, dall'ultimo giorno di asilo.
E' stato un lungo ma inesorabile avvicinamento, fatto di sporadiche battute generiche dette a Tommaso per l'occasione o scambi di opinioni con Anna all'occorrenza.

E come tutte le cose graduali questa mattina la tensione è implosa. Anna non ha potuto trattenere i lucciconi e un singhiozzo quando ho fatto la prima foto a Tommaso, io per tutta la giornata ho trattenuto dentro tutto nella mia nota incapacità di lasciar andare le emozioni.
Teresa invece era del tutto inconsapevole di quello che stava accadendo ma mi dava l'impressione - e niente niente conoscendola non ci sto andando tanto lontano - di studiare la situazione per capire quello dovrà vivere anche lei tra quattro anni. Anche se li per li era più dispiaciuta di separarsi dal suo amato fratello dopo una intera estate passata quotidianamente attaccati.
Tommaso invece ha realizzato benissimo che la sua vita stava cambiando per sempre quando siamo arrivati: espressione cupa, testa bassa sempre vicino alla gamba della mamma che è stata costretta a entrare in classe con lui.
Da quel che mi ha detto poi Anna, c'erano altri bambini in comprensibili condizioni peggiori e alla fine se l'è anche passata bene, conoscendo alcuni bambini nuovi. Insomma, superato lo shock iniziale, si sta ambientando anche se penso che il freno a mano lo terrà tirato per diversi giorni.
La maestra lo avrà preso per un bambino timido con qualche problematicità a dare confidenza. Che è anche vero ma non sa cosa le aspetta una volta che farà amicizia con gli altri bambini. Rimpiangerà quel bambino schivo e diffidente, com'è successo alle maestre all'asilo.

Intanto oggi il mio bambino (chissà se si vergognerà tra qualche anno quando leggerà queste parole. Se esisteranno ancora. Mah... mi piacerebbe però, dovrei salvare alcuni post, almeno quelli che riguardano la famiglia) ha iniziato un nuovo percorso. Piano piano è sempre meno bambino e parallelamente, forse un po' più velocemente, ne sentirò la mancanza.
Oggi è diventato un alunno e lo sarà per i prossimi 10 anni. Non glielo ho detto per non spaventarsi: ha crisi di nervi quando deve aspettare due giorni per vedere un cartone animato, figurarsi se gli prospetto cosa dovrà vivere per un periodo così lungo che non sa neanche quantificare. Povero il mio tato.

Io il mio primo giorno di scuola non me lo ricordo. Ma non so perché invece ricordo qualche giorno prima quando Marco è venuto a casa mia per conoscerci, perché era l'unico altro bambino in classe con me con altre cinque bambine, poi sei e veniva da un altro asilo.
 Esatto, nel 1984 la classe prima delle scuole elementari di Bertesina, quartiere alla periferia est di Vicenza, era di 7 bambini! L'ultima prima di quella scuola ne ha avuti due, forse tre poi ha chiuso.
Ma quel periodo era tutto più semplice: un libro e cioè il Sussidiario, che presto è diventato il Sussi, termine che ancora adesso non riesco a levarmi dai coglioni! Ma soprattutto solo due tipi di quaderni: a quadri grandi e a righe con i margini.
Nel gruppo dei genitori di prima su WhatsApp ho letto più di 20 messaggi solo per i quaderni! Il progresso non avrebbe dovuto semplificarci la vita invece di complicarcela nel modo più stupido?

Ma queste cose non riguardano Tommaso, sono cose per far incasinare i genitori ancora più del dovuto. Lui e gli altri bambini devono pensare ad altro, a divertirsi e imparare.
Perché da oggi si inizia a fare sul serio, a imparare cose serie. Lui non lo sa ancora, io si e per questo sono terribilmente emozionato. 
Ancora adesso. Sarà empatia ma più facilmente è ansia. So cosa significa avere l'angoscia di fare qualcosa che non ti piace ma ne sei costretto. Ricordo ancora le battute tristi e le risate programmate del Drive In che non riuscivano a rallegrarmi in quelle meste domeniche sere al pensiero di dover andare a scuola!
Da oggi Tommaso, come tutti gli altri bambini al loro primo giorno di scuola elementare, inizia un percorso eccitante e stimolante che gli permetterà di scoprire cose nuove. 
Ha voluto imparare a scrivere da solo e il suo nome un po' ci riesce e distingue alcune lettere. Da oggi perfezionerà la scrittura e sono curioso di scoprire la sua calligrafia. Gesù fa che non abbia quella a zampe di gallina perché mi fa diventare isterico!
E poi imparerà a leggere. La lettura è la chiave di tutto, ti apre tutte le porte che vuoi aprire, potrà imparare tante cose! 
E' proprio questa indipendenza che mi fa combattere tra due sentimenti opposti: la gioia di sapere che potrà fare anche da solo senza di me e la sua mamma al suo fianco che leggono e spiegano, lo sconforto provato perché scoprirà la sua autonomia e indipendenza. Tanto sperata da mamma e papà che alla fine un po' li spaventa piano piano che la ottiene. Come ho già spiegato quella volta col bob,

Se state pensando che il primo giorno di scuola elementare di Tommaso e il passaggio tra i grandi al nido di Teresa mi mettono l'ansia perché misurano il tempo che passa, vi sbagliate. Nemmeno un capello bianco mi deprime. Anzi, in mezzo a quelli rossi la mia testa diventa la bandana del Vicenza! 
Non è il passare del tempo, ma il come lasciamo che passi che mi fa incazzare.
Ma è un'altra storia e il protagonista di questa è Tommaso. Che oggi ha iniziato il suo percorso di studi. E' un bambino curioso e spero che continui a esserlo. Sempre e sempre di più. Che non smetta di fare e farsi domande e di cercare le risposte.
Gli faccio gli auguri più grandi che ogni papà possa fare a suo figlio, che insieme a Teresa resta l'unica cosa che riesce ancora a meravigliarmi.
Vai avanti Tommaso, metti più cose possibili e splendide in quello zaino e in tutti quelli che userai, non facendo quello che ti dicono di fare, ma quello che ti piace fare di più e come preferisci.




Ho scritto quattro volte scuola elementare. Per me rimarrà sempre la scuola elementare!

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Il senso del bob

Finché guardavo la prima discesa solitaria di Tommaso con il bob, una parte di me si staccava per scendere con lui. Io me ne stavo li da solo seduto sulla neve senza accorgermi che mi si bagnava il culo tanto ero preso a seguirlo e non sapendo se era più dilaniante la tristezza o più rinfrancante la felicità.
Il primo colpo me lo aveva dato poco prima appena arrivati in cima annunciandolo a modo suo: “Papà, devo dirti una cosa” uscito di bocca come al solito come un alito. Avesse mangiato lo spicchio d'aglio più potente del mondo sarebbe stato meno mortifero:


 “Adesso tu non vieni con me nel bob. Vado io da solo”. 

Il papà non può che lasciarlo andare, per un quarto sorpreso perché Tommaso è un bambino piuttosto giudizioso quando si tratta di attività che possono mettere a rischio la propria incolumità, per un quarto felice per la sua decisione di prendere il suo coraggio e scendere la discesa con il bob ma per l'altra metà distrutto perché quella scelta è un pezzo di cambiamento nemmeno tanto leggero.
Pensare che mezz'ora prima gli avevo messo gli sci ai piedi e si era spaventato per una caduta su una discesa brevissima per quanto ripida, e aveva preferito ritornare a giocare con il bob. Un'altra discesa insieme, salendo a piedi per quella collinetta mentre dall'altra parte del confine sulla pista dedicata c'è il rullo che ti trasporta per una pendenza minore a un'altezza inferiore. Tommaso si era seduto sul bob e io lo avevo tirato fino a dove avevamo deciso di partire e scendere insieme.

L'ultima volta che siamo andati con il bob era molto spaventato dalla velocità ma era due anni fa ed era più tato mentre oggi dopo una delle prime discese insieme si è lasciato andare con un “Fiigo!”. Ma passare dal “Fiigo!” a chiedermi di andare da solo non me lo aspettavo. Di solito sono io che gli chiedo se se la sente di fare qualcosa da solo, come scendere in bici per la strada di casa e ricevo sempre la solita monosillabica risposta negativa. Oggi pomeriggio invece Tommaso ha scelto: papà, voglio andare da solo. E io dalla metà della collina guardo scendere a una bella velocità il mio bambino. Che appena arriva si gira e urla: “È bellissimoooo!”.  Chissà quanta adrenalina aveva durante la discesa e quanta ne ha buttata fuori con quell'urlo


Eccola qua come va la vita: accompagni tuo figlio su per la collina, lo traini sul bob le prime volte perché la salita è ripida e per lui è faticosa, lungo la salita gli spieghi come usare i freni e cosa succederà. Quelle successive cammina di fianco a te e a volte ti fermi ad aspettarlo, con una mano traini il bob e con l'altra stringi la sua manina ovattata dentro il guanto per fargli fare meno fatica e aiutarlo nella sua salita. Lo accompagni nelle prime discese, lui davanti con l'aria che gli arriva in faccia veloce grazie al peso del suo papà che per un pezzo lascia andare e per un altro pezzo tira i freni per non spaventarlo sempre pronto a proteggerlo. Quelle successive la velocità aumenta e i tratti rallentati si fanno sempre più brevi rimanendo sempre in guardia.
Finché tuo figlio capisce che gli piace ma soprattutto che si sente sicuro e vuole provare a scendere da solo. “Adesso tu non vieni con me nel bob. Vado io da solo”. E tra quelle due frasi vorrei pensare che sia sospeso un ringraziamento non detto, una spiegazione di quello che è successo: “Grazie per avermi insegnato a divertirmi con il bob, a scoprire quando e come frenare, a non aver paura di scendere e affrontare le mie paure. Adesso mi sento pronto. Vado solo io”.

Così dopo aver camminato uno fianco all'altro mi lascia li da solo, a metà collina a contribuire nel mio minuscolo a sciogliere la neve con una breve lacrima per vederlo scendere, composto e saldo sul bob che usavo io alla sua età. Ci siamo divertiti insieme facendo un tratto di vita insieme. Adesso è arrivato il suo momento di andare da solo. Che sia anche una discesa con il bob. Ma è un primo passo.
Sono stati d'animo ai quali avevo già pensato, quel momento in cui si sarebbe staccato. Ma non avevo immaginato che la prima volta sarebbe stata per una discesa con il bob.
Se un filo d'aria non si fosse alzato a infastidire Anna seduta sopra la sua giacca stesa sulla neve con Teresa addormentata in braccio avrebbe continuato a godersi le discese solitarie.
Mi resta la consolazione, magrissima, di essere ancora con lui per portarlo in cima la collina o fino a dove decidiamo di partire. Lo accompagnerò fino a dove vorrà lui. È giusto così alla fine perché è cosi che deve andare.
Un po' come quando passa tutta la notte nel suo lettino: un po' sono contento perché si dorme più comodi e non prendo pedate sui reni o manate in faccia e un po' mi spiace perché è bello sentirlo respirare di fianco a me.

I bambini sanno essere pestiferi e portarti al limite della sopportazione. Ma prima o poi ci troveremo a ricordare quei momenti passati insieme e ci accorgeremo che ci mancano terribilmente sorprendendoci di come il tempo sia passato così in fretta. Godiamoci i nostri bambini e viviamo ogni momento con loro per aiutarli a crescere e per essere felice di averli vissuti. Non faremo sempre e per sempre parte della loro vita.

Presto troveremo qualche loro giocattolo in un posto che non avremmo mai detto e ricorderemo quando anni prima giocavamo con loro e sistemavamo i loro giochi la notte prima di andare a letto. Mentre loro saranno in giro con gli amici.
Accompagniamoli in cima la collina o fino a dove vogliono loro, stiamo insieme a loro lungo la salita, teniamogli la mano o trainiamoli quando non ce la fanno, insegniamoli a scendere, a divertirsi ad aver paura e ad affrontarla, a cadere e aiutiamoli a rialzarsi a fargli capire che noi siamo sempre con loro. Quando saranno pronti, scenderanno da soli. Magari chiedendocelo con dolcezza con quell'alito di voce di riconoscente colpevolezza. Dopo le farfalle nello stomaco il sentimento più sconvolgente sarà questo. Non so come si chiama. Per ora penso che anche un bob possa insegnarti qualcosa. Bravo tato Tommaso. 


“I will lead you to the doors of the adventure, then only you can open them to defy your fate” 
Thierry Sabine, creatore della Parigi-Dakar

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Ringraziare il cielo

Mi sono ritrovato all'improvviso senza un motivo preciso a ripensare a quello che ho scritto nel post precedente e mi sono dato del mona.
La precarietà del lavoro negli ultimi due anni si è fatta sentire e non nascondo che abbiamo vissuto un periodo davvero difficile. Ma a casa c'era (e c'è) la tenerezza di Tommaso e Teresa - lo so che formano una combinazione esplosiva (TnT), se lo avessimo saputo prima almeno Teresa la avremmo chiamata Serena - ma nonostante i loro caprici la loro testardaggine più o meno consapevole non c'è cosa più dolce di vedermeli venire incontro ed abbracciarmi le gambe. C'è l'appoggio di Anna che non guarda alla salute e alla malattia, alla ricchezza (anche perché in questo caso c'è niente da vedere!) e povertà al bene e al male.
Tutto quello che trovo in casa mi fa star bene mi da sollievo da quello che c'è e non c'è fuori. Non sempre è primavera nemmeno qui ma sono le normali situazioni di famiglia.

Allora, cosa non andava in quello che ho scritto?

Perché guardando il casino seminato nel pavimento in sala e ascoltando il silenzio che lo riempie, dopo una giornata di voci bianche a db elevati, mi rendo conto che a me non manca qualcosa mentre a qualcun altro il 2017 ha portato via quasi tutto o non ha portato quello che aspettava.

Persone che hanno perso genitori che hanno terminato l'ultima parte della loro esistenza in una non vita, figli mai nati quando ormai mancava poco o figli persi dopo una vita straziante, persone che da anni lottano o convivono con un dolore invisibile, con una malattia maledetta o ne devono affrontare un'altra subito dopo averne sconfitta una, bambini divisi tra le incomprensioni dei genitori.

Ho avuto le mie sfighe ma sono pozzanghere lasciate da un temporale di passaggio al confronto dell'oceano di malessere fisico e psicologico vissuto dalle altre persone che non so cosa dovrebbero dire all'anno che se ne è andato. Di sbattersi bene la porta alle spalle e di buttare anche la chiave.

Guardiamo bene la realtà e le persone che abbiamo intorno.
Chiunque, prima di andare a dormire, dovrebbe dare uno sguardo al cielo, se c'è anche alla luna e ammirarne lo splendore. E ringraziare.

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Fanculo 2016, vedi tu 2017!

Si dice anno bisesto anno funesto e questo 2016 è stato un anno più bisestile del solito.
E' stato un anno inverosimile nel corso del quale sono successe un sacco di cose e tante altre non sono successe. In entrambi i casi ne avrei fatto molto volentieri a meno.

Come di quei tre-contratti-tre di lavoro per i quali avevo ricevuto delle proposte formali e che invece per ragioni note solo a chi me li aveva proposte sono svaniti così come sono comparsi. Un giorno ci sono e quello dopo puff, non si fa più niente. Tanto mica rimangono loro a piedi.
E starei ancora aspettando risposte da almeno un paio di persone che almeno all'apparenza parevano volessero fare grandi cose e che invece mi hanno dimostrato di non essere in grado di fare nemmeno le più elementari come dare una cazzo di spiegazione sincera.
Il lavoro è stato un incubo. Mi sono impegnato in progetti che non hanno portato da nessuna parte o nemmno un grazie. Ho perso tempo. Ho fatto anche errori se alla fine non ho portato a casa qualcosa.
Di certo ho scoperto che un anno fa non ero dalla parte del torto anzi, ero solo nel posto sbagliato con le persone sbagliate. Peccato che questo mi abbia fregato!

Della patente rifatta due volte vi ho già detto. Spero di non rivedere la motorizzazione per i prossimo 8 anni bisestili.

Delle due multe salatissime lungo la SR53 Postumia (prese andando a un colloquio oltretutto: una all'andata e una al ritorno... che amarezza!) e degli autovelox piantati a 3 metri di altezza non ve ne ho parlato per evitare problemi penali.


Dei casini con le poste in ritardo con la postina e del collega nemmeno ma anche questa sarebbe una storia da raccontare, tipica di una Italia burocrate col culo pesante.


Vi ho fatto una testa così col menisco che mi ha rovinato un'intera estate e mandato a puttane le mie corse mattutine con Teresa in passeggino, cosa che non vedevo l'ora di fare (con Tommaso lo facevo, anche d'inverno, la mattina presto in giro per  Ospedaletto e altre strade poco consigliabili per una corsa spingendo un passeggino).

Ho scritto un altro articolo su un'altra rivista figa di moto con lo stesso risultato dell'altra volta (3 anni fa... cioè faccio il mio lavoro ogni 3 anni... bene no!?): zero compenso e zero ringraziamenti. Son soddisfazioni.


In questo anno bisestile non conto gli amici che sono passati ma ne conto uno perso perché non posso considerare che tale una persona che chiama due volte all'anno per parlarmi solo dei suoi problemi (di scelta di persone sbagliate, ha una non invidiabile e incredibile capacità in questo), non risponde il giorno del suo compleanno e si dimentica costantemente del mio. Peccato, perché le volevo bene. Ma le persone non sono obbligate a stare insieme figurarsi in contatto.


In questo anno più bisestile del solito molte persone se ne sono andate ma non mi sorprende se queste sono malate, anziane o si sono trattate male. E anche le persone famose cagano e muoiono. Spiace molto ma la vita non è diversa da questo.

Se ne è andato anche Massimiliano e a un certo punto ho chiesto agli angeli del cielo di venirselo a prendere per risparmiargli tanta sofferenza dopo una vita che più difficile non si può. Mi mancheranno quegli occhi scuri e il suo sguardo profondo che solo sui sapeva dove era destinato. Spero solo che ora si possa divertire con suo nonno Filippo ascoltando tutte le storie che un nonno ha da raccontare (però conoscendo il nonno potrei avere qualche dubbio sul divertimento... adesso infatti sarà il turno di Massimiliano per le commissioni!).

Di questo 2016 Teresa
è stata la stella cometa in un cielo nero. Una vita nuova tenera e dolce. Anche Tommaso è nato in un anno bisestile, verso la fine mentre sua sorella nel pieno di questo anno che non vedo l'ora passi.
Quest'anno l'ho passato del tutto a casa e mi sono goduto la famiglia. Ogni tanto siamo impazziti perché è impossibile non impazzire, ma siamo belli così! La mia rientra in quella percentuale di famiglie povere. Ma questa situazione mi ha fatto scoprire la futilità di tantissime cose e l'importanza di altre, poche ma dal peso incalcolabile. Siamo schiavi di un commercio che stressa (perché accettiamo le newsletter ma la pubblicità nella cassetta delle poste ci sta sui coglioni?) che nonostante sigle e slogan ridicoli ci fa spendere anche se non ne abbiamo bisogno. Avendo pochi soldi capisci cosa serve e di cosa si può fare a meno e non solo per il momento ma anche per sempre. Che mi serva di lezione quando sarà!

Non ho la più pallida idea di cosa porterà il 2017. Il 2016 poco niente anzi, ha più tolto che dato. Quindi qualsiasi cosa arriverà da domani sarà più che positiva.

L'anno scorso avevo fatto gli auguri a tutti e non è successo nulla di quanto avevo augurato, in generlae, anzi è andata anche peggio. Quest'anno se permettete me ne sbatto le balle. Ogni tanto un po' di sano egoismo e maleducazione ci vogliono.
Vi dico solo una cosa: brindisi con bollicine e panettone e/o pandoro con vino dolce. Almeno questo, Cristo Santo!

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Parto in casa

No non vado da nessuna parte, non ho scritto sbagliato né avete letto male, è giusto così.
Parto in casa cioè far nascere qualcuno in casa, come si faceva una volta, come ha fatto mia nonna con mia zia prima e mia mamma dopo.
E come abbiamo fatto Anna e io per Teresa, come già saprete.
Per colpa di scuse varie come il tempo mai sufficiente, l'indolenza, una operazione al menisco ed un gomito che fa contatto col piede, avrei voluto, avrei dovuto, scrivere questo post a tempo debito e per la precisione quando è scoppiato quella polemica prima online e poi mediatica sulle foto dei parti in casa ritenute pornografiche da qualcuno e sulla coppia che ha deciso di partorire sotto una tenda rossa piantata in mezzo al bosco.

Non è colpa del web dei social o di Zuckerberg che ha creato Facebook (ah no, l'ha rubato!). Ma delle persone e dell'uso che fanno delle cose che hanno a disposizione.
Sono consapevole di parlare come persona coinvolta e proprio per questo mi permetto di sbattere le dita sulla tastiera riguardo questo argomento. Perché l'ho conosciuto in prima persona. Perché senza dubbio vivere certe esperienze ti aiuta a conoscerle.

Per prima cosa non capisco chi sia andato a richiedere di cancellare le foto del parto in casa.
Se segui quella persona o la pagina della sua attività, non puoi che aspettarti quelle foto. Che per altro con la pornografica non hanno niente a che fare. E se invece qualcuno lo ritiene, io e Anna siamo ben lieti di essere due pornografi!

Sono immagini di vita che nasce, di qualcosa di vivo che entra nella vita di qualcun altro. Bisogna censurare la vita? 
Piuttosto pensiamo a censurare tutta quella immondizia che circola sui social.
Il parto in casa di Teresa è stato bellissimo. Per me e di più per Anna. Posso fare un confronto con il trattamento ricevuto in ospedale da ostetriche ed infermiere e a casa dalle due ostetriche (che per non far problemi si chiamano entrambe Elena!).
In ospedale si pensa a svolgere un compito, ad applicare prassi protocolli e regole fredde che non considerano la persona che si sta assistendo.
A casa invece hanno pensato prima di tutto alle esigenze di Anna, a metterla a proprio agio, a tranquillizzarla (per quel che si può tranquillizzarla...) a non darle fretta ansia timore ma seguendo il ritmo di quello che stava succedendo. Perché ogni cosa deve avere il suo tempo (come dice anche il signor Toro in Peppa Pig).
Peccato solo essermi perso quelle splendide scene pornografiche perché Tommaso ha deciso di svegliarsi nel momento clou!
Mi rimarrà sempre impressa una cosa: i capelli e l'espressione di Anna. Tutte le volte che sono andato in ospedale dopo la nascita dei figli di amici, ho sempre visto neo mamme con capelli unti e facce stravolte. Posso immaginare che non sia una passeggiata soprattutto dopo un travaglio di tante ore e che in ospedale non puoi avere tutte le comodità. Ma i capelli di Anna erano splendidi e in ordine e la sua espressione era serena, sia subito dopo il parto che ore dopo.
Pochi giorni fa ho parlato con una amica, mamma da pochi mesi. Invidiava Anna perché lei in ospedale ha sofferto molto potendo vedere la sua creatura solo in orari prestabiliti e il suo compagno poteva essere presente solo dopo le 17. Una prima dimostrazione di come la pubblica amministrazione non inciti granché le famiglie.

Il parto nel bosco non è stato nel bosco ma invece è successo nel parco di una cooperativa. Alla faccia del selvaggio.
Riguardo la distanza dell'ospedale mi viene da ridere. Innanzi tutto non era lontano, o non più lontano di quanto qualcuno può aver capito o voluto capire. 
Non più lontano di un ospedale per chi abita in un palazzo di 10 piani e deve prendere l'ascensore con la possibilità che si possa anche fermare a piani alternati e scendere fino al garage per prendere la macchina.
In secondo luogo lo trovo un argomento davvero insulso se si pensa che molti punti nascita, in luoghi considerati più sicuri e civili, stanno chiudendo costringendo le persone a percorrere decine di chilometri in più, impiegando molto più tempo, vitale tempo, per raggiungere l'ospedale più vicino. Pensate alla comodità di chi deve scendere dall'Altopiano di Asiago a Bassano o Santorso in inverno con la neve o le strade ghiacciate. Forse per chi ha deciso queste chiusure è meglio il parto in auto che in casa. O destinare i soldi (nostri) per pagare lo stipendio dei DG e non per garantire i servizi di pubblica utilità.
Penso che fosse più agevole arrivare all'ospedale partendo dalla tenda perché non era piantata in mezzo al bosco stile Blair Witch Project ma molto vicina al percorso per raggiungere la cooperativa e la macchina in caso di bisogno.
Tanti si sono chiesti cosa sarebbe successo se qualcosa fosse andato storto. Ringraziando per l'augurio che rimando al mittente chiedendo per quale ragione qualcosa doveva andar male dopo 9 mesi perfetti senza nemmeno un'ansia o un valore fuori norma, questo dimostra tutte le competenze, la professionalità e la serietà delle ostetriche, di Elena, Elena e Laura.
Infine: ma se i genitori hanno scelto di fare questa esperienza, a voi cosa ve ne frega?

Se le immagini offendono o nel migliore delle ipotesi non piacciono, basta non seguire più quelle persone o quelle pagine.

Non so per quale motivo (o forse sì ma non so quale possa essere dei tre) l'altro giorno mi sono trovato a pensare a cosa fare se vincessi un milione di euro.
La risposta è stata 'bambini'. Perché è bello farli è la risposta più diretta vero!? Perché sono belli. Perché anche se ti portano via un sacco di tempo ti sanno dare ben di più. Perché è bello farli e vederli nascere (oddio, il travaglio di Anna è stato piuttosto potente, un altro così non lo regge mica). E senza dubbio sceglierei ancora di farli nascere in una piscina in soggiorno (questa volta preparando per tempo il mojito - anche una caraffa - e le prese per la canna dell'acqua!) con Elena e Elena.

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Teresa

Il canto del gallo coperto da tre urla di speranza e gioia.
All'alba di un nuovo giorno, è iniziata una nuova vita.
Teresa non ha aspettato molto. Puntuale come suo fratello maggiore: il 13 agosto era il termine previsto e si è fatta attendere appena cinque ore. 
E dire che eravamo già d'accordo per il pranzo della domenica con i nonni materni e quello di Ferragosto con gli amici. 
Tutto saltato perché  appena è iniziato il 14, si sono rotte le acque.

Per Anna è iniziata una corsa sulle montagne russe. Abbiamo chiamato Elena, l'ostetrica, una volta per avvertirla ed una seconda, intorno le 1:45, per dirle che la aspettavamo. Insieme all'altra Elena. La prima da Malo la seconda da Bassano del Grappa. Meno male che era una notte fonda di piena estate, altrimenti sarebbero arrivate giusto per tagliare il cordone ombelicale.
Alle 2:30 erano in casa. 
Nel frattempo avevo iniziato a sistemare la piscina per i parti. Tommaso dormiva da un pezzo ed ero certo che si sarebbe svegliato. Invece non ha nemmeno mugugnato (per l'occasione avevamo ripristinato gli altoparlanti per tenerlo a portata di orecchio).
Intanto Anna iniziava il travaglio a volume variabile ed il dialogo con Teresa, chiedendole di aspettare di non avere fretta di prendersela con comodo che si era capito aveva voglia di vederse il suo nuovo mondo. 
Ogni tanto non capivo se parlava a me e dopo un po' ho smesso di risponderle.

Non sapevamo se avremmo fatto in tempo a riempire la piscina. Anche perché gli attacchi della canna non erano compatibili con alcun rubinetto (cucina, doccia, rubinetto del bagno e del bidet: nemmeno uno!). Una Elena ha invertito il senso della pompa e aggiungendo la pentolona del cous-cous siamo riusciti ad arrivare ai centimetri sufficienti per Anna.

Se ho assistito al parto di Tommaso, quello di Teresa l'ho perso perché Tommaso non poteva non svegliarsi, spavetantato per le urla della mamma. Sono andato su in cameretta sua e voleva la sua mamma. Come spiegarli che era in atto il suo passagio a fratello maggiore? 
Ho cercato di tranquillizzarlo ma ad ogni acuto materno si stringeva a me. 
Anna urlava così tanto che mi sono preoccupato. Ero sul punto di mettere giù Tommaso e scendere di corsa per sapere se stava andando tutto bene. 
E all'improvviso il silenzio.
Teresa non ha pianto (ma neanche Tommaso a sua volta). E' arrivata in mezzo a noi accolta tra le braccia della mamma veloce e silenziosa. 
Peccato non abbia i capelli rossi, mi sarebbe piaciuto molto. O forse no, sarei stato ancora più geloso?! Pazienza, non importa.
Nelle ore seguenti, osservandole, Anna non sembra nemmeno avesse partorito, tanto rilassata appariva, mentre Teresa sembrava nata già da qualche giorno. Forse l'atmosfera del parto in casa ha aiutato.

Teresa ha scelto una notte particolare.
Una notte di stelle cadenti e cioè di meraviglie universali.
Una notte di medaglie d'oro olimpiche.
Speriamo che sia di buon auspicio.

PS: riguardo la piscina, ci farei un pensierino per il giardino per la prossima stagione: comoda, alta così ti puoi appoggiare bene e con tanto di porta bicchiere.

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Pazzia #4

Forse questa è la #5 perché la #4 è stata la scelta (e conseguente acquisto) della macchina dopo l'arrivo di Tommaso.
Se si vuole questa può essere la #3-bis visto che la pazzia #3 si chiamava Tommaso.
Comunque sia, io e Anna abbiamo rifatto la stessa pazzia ed ora siamo in attesa di Teresa.
Deve ancora nascere e fa già dannare Anna perché in pancia è una scalmanata. Spero che trovando spazio più ampio fuori non sia peggio!
Stando alla natura il termine è tra poco, metà agosto. Ma non ci sorprenderebbe se decidesse di anticipare i tempi.

Anche lei come Tommaso è una pazzia. Questa volta ancora di più perché né io né Anna lavoriamo. O almeno, io 9 mesi fa avevo qualcosa più di una promessa di lavoro ma si sa, finché le promesse le strette di mano o le intenzioni non si firmano nulla è certo. Anna aveva un lavoro che ha dovuto per forza di cose mollare e che potrebbe ritrovare ma, per gli stessi motivi di cui sopra, non si sa ancora. Io ho terminato un corso di web-marketing e sono in attesa di sapere dove finirò a fare lo stage ma in mezzo ci sono anche altre cose.
E tutto questo mi rende molto inquieto. Che è un eufemismo per descrivere come sto.
Qualcuno dice che ogni bambino porta il suo cestino (eh?).
Qualcuno che i figli non si fanno con allegria e si tratta di vite umane.
Tutto vero. Ma non mi va neanche di pensare che si debba pianificarle come la produzione in serie di un oggetto.

E per di più memore dell'esperienza con Tommaso in ospedale, Anna questa volta ha preferito farla nascere in casa.
Quindi, se volete festeggiare con noi l'arrivo di questa splendida nuova vita, non fatelo con vestitini tutine o qualcosina di bello ma che nel giro di pochi mesi poi non serve più. Ci piacerebbe se vorreste partecipare con noi a far nascere Teresa nella sua casa. 
Lo apprezzeremo davvero tanto!

In questi giorni è stato curioso riprendere tutte quelle cose usate da Tommaso tre anni fa: passeggino, coperta per il fasciatoio, bilancia, cover dei pannolini lavabili (meno traumatico di quanto si possa pensare) etc.
Tommaso è stato avvertito per tempo. Ma non so se sia contento o no e tanto per cambiare sono preoccupato di come potrà reagire. Il suo comportamento in questo ultimo mese mi sembra richiedere più attenzioni del solito e più si parla di Teresa e più mi sembra che accentui questo comportamento.
E noi, io e Anna, come ci comporteremo? Vorremo più bene a uno o l'altra? O ci sarà la divisione casalinga tra sessi? O nella casa del fungo a punta ci vorremo tutti bene allo stesso modo?

Quest'attesa è più snervante di quella provata la prima volta e io vaneggio. Non vediamo l'ora che nasca. Poi speriamo di non doverci ricredere.
Ma se è avra i capelli rossi le perdonerò tutto!

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Buon Natale e felice 2016!

Buon Natale e felice 2016! I soliti auguri di consuetudine... Ogni anno mi trovo in grande difficoltà perché vorrei evitare di ripetere le annuali banalità.
Mi è capitato una volta di scrivere degli auguri di anno nuovo ad una cara amica e mi sono usciti con una imprevista ed autentica originalità che da allora non riesco più a trovare parole migliori per nuovi auguri in altrettanto modo. Quella volta mi è uscito davvero un bell'augurio sincero. Forse il capolavoro degli auguri (da un punto di vista personale!) ed i capolavori sono unici.

Non so cosa dirvi. Mentre un amico ogni anno in questo periodo dorme 3 ore per notte per preparare ed inviare dei video auguri con il tema lo spirito del Natale ed ogni anno riesce a sorprenderci.

Onestamente questa volta non ho molto spirito del Natale. O meno del solito. 
Anche perché tra tele, radio, interntet e giornali non si fa altro che essere colpiti da pugni in pieno stomaco, dai politici ai banchieri (che pare siano circa la stessa cosa o persona), dai religiosi agli imprenditori. 
Che se ci fate caso sono tutte figure votate (...ho usato una parola sbagliata, lo so!) ad aiutare il prossimo, il cittadino, i bisognosi ed invece fanno l'opposto, nell'egosimo più sfacciato ed arrogante, togliendo dai guai persone disoneste e mettendocene di oneste.
Per finire con quelle persone mediorientali che si fanno chiamare terroristi e che come quelle figure di cui sopra pare abbiano come unisco scopo della loro vita quello di non fartene vivere una tanto serena.

Così quest'anno sono piuttosto turbato. Vorrei davvero tornasse sulla terra un mediorientale con tratti somatici tipici di un surfista scandinavo-americano hippie (ma andrebbe bene anche il contrario) ad insegnarci come volerci bene gli uni e gli altri ma anche noi stessi, a farci capire come siamo tutti uguali nonostante le nostre mille differenze e per questo belli interessanti e da conoscere.
Almeno per darci delle ripetizioni perché dopo 2015 anni ci siamo dimenticati qualche cosa o abbiamo interpretato in modo un po' troppo personale il suo insegnamento precedente. E risparmiandogli una (seconda?) Pasqua, possibilmente.

Come si fa? E' possibile essere più buoni altruisti generosi e misericordiosi, senza la necessità di uno straodinario Giulibeo dedicato?
Penso di sì! E voglio sperare di sì! Qualche esempio c'è e l'ho appena visto in un video di un sito che ho conosciuto anni fa grazie alla pubblicazione di coglionate uniche, autentiche perle!
Ma questa volta è stato capace di stupirmi. 
Posto qui sotto il video. Qualche situazione di pericolo, più o meno estremo, dove delle persone aiutano altre persone. Persone con un innato spirito del Natale per 365 giorni. O più semplicemente con tanto coraggio, buon senso e coraggio straordinario, che è quello che ci manca. 
E' una raccolta di buone azioni un po' lunga ma da vedere!

E per finire con un tocco di pura originalità, tanti auguri a tutti di buon Natale e di un felice 2016 a tutti voi ed a tutte le vostre famiglie, anche alle persone che mi stanno sulle balle ed alle quali sto sulle balle!





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Non è un paese per bambini

Non è un paese per vecchi. Siamo un paese (sempre più) di vecchi, con tutto rispetto. Ma le statistiche parlano da sole.
Non siamo nemmeno un paese per famiglie. E lo vedo ogni giorno da inizio anno ovvero da quando Tommaso ha iniziato ad andare al nido. La prima volta che l’ho portato mi si è stretto il cuore lasciarlo la con altri bambini appena conosciuti, guardarmi andare via con i suoi occhi che mi chiedono “perché mi lasci qui con questi bambini e questa signora e non stiamo a casa a giocare insieme?”.
Sull'argomento ne ho parlato con il Forno, tra l’altro neo padre, perché lui ha la capacità di analizzare le cose a zero gradi mentali. Lo so, come mi ha detto lui, che ai bambini fa bene confrontarsi non solo con altre persone, ma soprattutto della sua stessa età, altrimenti rimanendo a casa oppure stando con i nonni crescerebbe con persone più adulte. Chissà se anche lui verrà travolto dalla crisi di abbandono del figlio oppure prevarrà la sua razionalità. 
Sì l’asilo è utile alla sua crescita. Sì però… però quegli occhi che non parlano sanno dire tutto e ti strappano il cuore dal petto porca miseria!
Come questa mattina, che ha visto la sua mamma uscire di casa senza di lui per andare a lavoro: una tragedia. Mi si è aggrappato e stretto forte per trovare una consolazione che non avrebbe comunque pari alla presenza della sua mamma. Siamo rimasti un po’ seduti sul divano e ho cercato di distrarlo finché non ci siamo alzati per andare all'asilo ed in macchina finalmente si è distratto. Ogni tanto come al solito ha chiesto dov'era la mamma ma ne sembra consapevole. Una volta uscito dall'asilo l’ho sentito scoppiare in lacrime. Non lo trovo giusto. Dovremmo ascoltare di più i bambini e meno i dottori o i maestri.
Le famiglie dovrebbero rimanere insieme finché il bambino è piccolo. Nemmeno io ne volevo sapere di andare all'asilo, per colpa di una maestra per niente gentile e perché mi sentivo privato della mia libertà, per quanto piccolo fossi. 
Non volevo più alzarmi dal divano questa mattina. Stavo pensando di chiamare l’ufficio accampando una scusa per stare a casa con Tommaso. Perché i privilegi logici (ci sorprendiamo del banale altrui che da noi invece è straordinarietà!) ci sono solo fuori dai nostri confini, oppure nel nostro paese non sono per tutti ma per pochi fortunati o paraculi?
Come fa a crescere un bambino se i suoi genitori li vede poche ore? Un genitore può dire di aver visto crescere suo figlio se non lo vede correre, tirare i primi calci al pallone, nuotare o che altro? Così si vive solo per sentito dire e per racconti. A me non piace. Non voglio che Anna mi racconti cosa ha fatto Tommaso, io voglio vedere Tommaso farle queste cose, che impara a vivere, che sia suonare giocare qualsiasi sport voglia ballare leggere. La vita è questa qui.  
Tommaso non avrà preso dal suo papà il colore dei capelli ma a quanto pare qualcos'altro.

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Ciao Ospedaletto. Grazie!

Questa è la mia ultima notte a Ospedaletto. 
Domani ci trasferiamo nella bella e grande casa di Longara. Giardino, vista città di Vicenza e Prealpi, campo visivo nettamente più ampio. Da invidia. Più tranquillità la sera con le cicale ed i grilli invece dei motorini e delle auto che passano sotto le finestre ed il vociare degli avventori di pizzeria bar e osteria.
Eppure, nonostante queste premesse che paiono migliorare le nostre prospettive, mi sento molto triste.
A Ospedaletto, questo quartiere al limite della città e della provincia di Vicenza, ci siamo stati 4 anni. Però faccio molta più fatica a lasciare questo quartiere dopo 4 anni che non Bertesina, quello dove ci ho vissuto per 34 prima di venire qui. 
E' incredibile quello che ci hanno dato le persone che abbiamo conosciuto a Ospedaletto: persone splendide affezionate al loro quartiere, molto unite tra loro più di una squadra come una grande famiglia allargata che senza chiedere niente sa darti tutto quello che può e i genitori trasmettono ai figli il medesimo spirito.
Non so se riusciremo ad avere lo stesso rapporto con le persone del nuovo quartiere, non è neanche corretto avere queste aspettative. Però dove staremo da domani mi sembra l'esatto contrario: ogni famiglia chiusa dentro il proprio recinto senza farsi vedere nè sentire. Mentre qui è tutto più aperto semplice a disposizione di tutti. 

Personalmente, non essendo una persona che si apre molto facilmente, ho conosciuto più gente qui in 4 anni che non a Bertesina in 34.
Porto con me ricordi splendidi che sarò felice di raccontare e spiegare a Tommaso del posto dove è nato e ha mosso i primi passi della sua vita.
Mi piacevano le piccole cose come fare colazione in piedi alla finestra della cucina guardando fuori e salutando Giorgio che legge il giornale, vedere i genitori che accompagnano i bambini a scuola e cercare di capire se quei due genitori nascondo qualcosa oppure no, contare gli zingari che escono dal camion (sono arrivato a 9 una mattina) e vedere il gatto che cerca carezze e cibo, le chiacchiere con Eraldo, Eleonora, Eliana e il sig. Franchin lungo le scale nell'androne e nel portico anche solo per qualche istante e anche quelle lunghe e taglienti con Nico in garage, salutare Talla, Ibra e Robert dal loro poggiolo quando torno a casa da lavoro, scendere veloce per prendere il giornale o una spesa dell'ultimo momento o la pizza o il pesce perché non c'è niente altro a casa o non abbiamo voglia di cucinare. Dove si trova un prete che ti coinvolge così com'è capace don Marco, ospitandoti a casa sua per qualche birra fino a tardi o per vedere un film o per chiederti qualche dritta su Linux?
Qui sono riuscito a buttarmi e a non suicidarmi socialmente perché ci sono le persone giuste che anche se non mi conoscevano mi hanno dato lo stesso fiducia. 
Non è un addio! Fossi matto! Ci spostiamo di 10 km e non andiamo dall'altra parte del mondo, per quanto sia comunque sempre più difficile vedersi in una città piccola come Vicenza. Qui tornerò spesso, per ogni festa per ogni sagra e sagretta ogni cosa sarà una buona scusa per tornarci. Avremmo voluto spostare la casa da Longara a qui ma non si può ancora. E i mondi perfetti non esistono (altrimenti oggi la Juve avrebbe vinto la Champions League...).
Che magone!

Da campione nel mondo nel trovare le cose più brutte invece di quelle più belle, sono molto più triste di lasciare Ospedaletto e la sua meravigliosa gente mentre, al momento, non riesco a essere felice per il posto dove andrò a vivere.
Ma sono contento perché qui ho fatto delle belle amicizie che so di poter ritrovare, che spero si ricorderanno e ci chiameranno per ritrovarci. Per loro la nostra nuova casa sarà sempre aperta come hanno aperto la loro a noi e saranno i benvenuti. E se vorranno ci sarà anche un posto per la notte.

Grazie di tutto bellissima gente, grazie per essere stati al nostro fianco in questi anni. Ci portiamo via un sacco di cose preziose. Di quelle che non si mettono nello zaino in borsa né in un cartone e tanto meno in cassaforte ma che si imprimono nel cuore e nella mente e ti puoi portare ovunque vai.
La bellezza di un posto sta anche nel cuore delle persone che ci vivono e quello delle persone che ho avuto la fortuna di conoscere è grande!

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Andiamo a Berlino!!!

Non ci credevo all'andata martedì scorso. Ero scettico.
Ci credevo pochissimo ieri sera al ritorno al Bernabeu. Ero spaventato.
Perché Ronaldo, Benzema e Bale contro Chiellini, Bonucci e Barzagli non è uno scontro equilibrato. La difesa della Juventus non mi ha mai dato fiducia. Nonostante 4 scudetti consecutivi (e i risultati della Nazionale possono darmi ragione).
Il giorno del sorteggio della semifinale, quando è uscito il Real Madrid, avevo commentato: "vediamo di prenderne il meno possibile". Oltre a questo, la Juventus è riuscita a farne uno in più. Quell'uno che le permette di giocare la finale di Champions Leauge a Berlino sabato 6 giugno.
Contro il Barcellona.
Contro Messi, Neymar e Suarez.
Un confronto ancora più impari. Da macchiarsi le mutande ogni volta che hanno la palla, anche fuori dalla loro area di rigore.
Il Barcellona è al momento la squadra più forte del mondo. Almeno, dalla cintura in giù. Un po' il Rocco Siffredi del calcio insomma. E vediamo di non trascendere in battute di dubbio gusto.

Me lo avessero detto a settembre, con l'incazzamento verso la dirigenza della Juve che aveva lasciato andare Conte e preso Allegri, verso Conte che aveva abbandonato la squadra e verso Allegri che solo pochi mesi prima ce l'aveva a morte con la Juve, sarei scoppiato in una risata nevrastenica.
Forse il calcio è strano e bello per questo. Forse non ci capisco una mazza io. Forse è questione di culo: Borussia Dortmund e Monaco possono dimostrarlo, ma vallo a dire al Real Madrid quando ha pescato la Juventus al posto del Bayern Monaco se ha avuto culo.

Forse non conta chi hai di fronte. Ma come affronti chi hai di fronte.
Come ha fatto Stefano Sturaro all'andata contro il Real Madrid. Pochi mesi prima giocava nel Genoa e una semifinale di Champions League contro il club che ne ha vinte 10 se la poteva solo sognare o al massimo giocare alla Playstation. Invece ha fatto una partita bellissima.
Mi vengono in mente un paio di partite mie ai tempi del settore giovanile della mia piccola squadra di periferia contro gli squadroni di provincia: partiti sconfitti, tornati vittoriosi. Per diversi motivi, dalla fortuna alla miglior organizzazione difensiva. E la motivazione: quando giochi contro i più forti ti impegni oltre le tue capacità. Basta il nome dell'avversario per caricarti. 
Un po' come quando il lottatore più piccolo sfrutta la forza del suo avversario per stenderlo.
Spero che il 6 giugno la forza di quei tre la davanti (e degli altri 8) sia un incentivo in più per quei tre la dietro (e anche per gli altri 8).
A proposito.
L'anno scorso Suarez aveva iniziato un antipasto di Chiellini. Mi chiedo se gli sia piaciuto e proseguirà o avrà una museruola stile Hannibal. O se Giorgione indosserà qualche protezione o metterà del sale.
Sto già soffrendo! Sarà una sofferenza!
Che vinca il migliore.
"Ciò, speremo de no!" (cit.)


PS: ho visto le due SF a casa dei miei. Con mio papà juventino e mia mamma ex milanista che comunque tifa sempre una squadra italiana.
Non ricordo l’ultima volta che ho visto una partita di calcio con loro. Quindi, perché non tornare dove avevo già gioito e sofferto in passato?
E sono stato contento di passare così due serate.
La finale? O torno da loro. O a casa dell'interista Nich. Dove ho gioito nel 2010 per quelle due perle di Milito.
Non so ancora. Non sono scaramantico. Ma dicono che non esserlo porti sfiga.







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Zappare la terra

Oggi l'ho scritto su Facebook. Ma non era una esternazione estemporanea bensì l'affermazione di qualcosa che mi piacerebbe/preferirei/desidererei/sarei curioso di fare.
Non è nemmeno la prima volta che ci penso. Quella è stata alcuni  anni fa in mezzo la campagna di Lubjiana insieme ad un collega mentre l'auto aziendale ci aveva lasciato a piedi e noi ad invidiare il contadino sloveno sul trattore in mezzo al campo.
Un'altra volta un giorno di inizio settembre, qualche anno più tardi sull'Altopiano di Asiago, osservando l'espressione concentrata ma serena di un signore che tagliava il fieno con una falce enorme.
Poi una decina di giorni fa alla fiera dei prodotti agricoli parlando con un rivenditore di trattori medio piccoli ho sognato ad occhi aperti di lavorare la terra seduto dentro uno di quelle moderne macchine.
Adesso ci penso ogni volta che vedo un trattore in un campo o quando sono chiuso in ufficio e fuori c'è il sole e mi tocca lasciarlo la come oggi pomeriggio.
Non so se è una delle mie divagazioni che periodicamente mi assale o se invece si tratta di qualcosa di più serio e viscerale. Ma da un po' di tempo mi sembra di trovare pochi stimoli in quello che faccio nella mia giornata lavorativa e do molto più significato a chi raccoglie i frutti del suo lavoro nel senso più letterale e materiale.
Adesso il mio lavoro è quello di smazzarsi per attirare più gente nel sito aziendale, di realizzare contatti, di migliorare il posizionamento nei motori di ricerca, di aumentare le interazioni e i "mi piace" sul social network.
Rileggendo le tre righe che ho appena scritto avverto un lieve senso che sta in bilico tra il ridicolo e l'incredulo nemmeno fossi mio papà che non sa cosa faccio per vivere (a parte l'impiegato).
Sarei più fiero se mi mettessi alla guida di quelle macchine agricole a fare rotoballe ed a girare la terra. Avrà i suoi lati positivi e negativi come tutti ed orari indefiniti. Però mi sento attratto. Ho sempre voluto vivere all'aria aperta, sporcarmi con la terra, respirare i profumi della natura che annunciano il cambio delle stagioni e seguendo le leggi dinamiche della natura ed i suoi ritmi.
Forse sono stanco di parole come competitività, rapidità, velocità, virale, social, engagement, conversioni, webinar, SEO, posizionamento... che poi vai a leggerti articoli e post sul web dei gente che sembra saperne a vagoni di queste cose ma in quello che c'è scritto non trovi un significato una risposta alle due troppe domande. Mentre se chiedi al giardiniere come potare un melo te lo dice nel modo più semplice che possa esserci. Basta scegliere il periodo giusto.
Sento sempre più spesso persone che dicono che è ora di riprenderci la terra, di tornare a lavorarla. Penso non abbiano tutti i torti e che sia tutt'altro che vergognoso.

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