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L'anno che verrà

Sono contento di leggere che più di qualcuno non incolpi il 2020 per questo 2020.E' da qualche giorno che ci penso e ho già letto altri pensieri simili.
La pandemia non l'ha portata il 2020, il 2020 non ha fatto schiantare l'elicottero in una nebbiosa domenica mattina e una malattia che si porta via un mito non è colpa del 2020.
 
Quest'anno doveva andare tutto bene invece mi sembra stia solo andando tutto a puttane. Non diamo la colpa al governo ladro o al 2020, ma incolpiamo solo noi stessi.
Un comportamento diverso forse avrebbe potuto davvero far andare tutto bene, una rinuncia una volta nella vita la può migliorare e pazienza se per un anno non si mette in mostra ogni singolo respiro che si sprecato durante le vacenze.
Potevamo imparare molte cose, invece di limitarci a copiare un hashtag come asini facendo nulla per dimostrare che davvero tutto andà bene.

Il 2020 non è stato l'anno che ci auguravamo nel 2019 (per alcuni invece sì, anche meglio) ma speravo riuscissimo a imparare qualcosa: il professore Mancini, professore di italiano delle medie, ci diceva sempre che bisogna imparare sempre qualcosa da qualsiasi situazione.
Invece abbiamo iniziato l'anno odiando i cinesi in Italia, poi i settentrionali in vacanza in meridione e poi a non vedere alcuna distinzione geografica, fanculandoci per semplice differenza di opinione o solo perché si era colpevoli di andare a correre, nel rispetto delle indicazioni per altro.
Abbiamo tanti mezzi di comunicazione a disposizione ma li abbiamo usati per insultarci invece che per chiederci un semplice "Come stai?".
Non è colpa dei social media, ma è colpa nostra perché non sappiamo usare le cose che abbiamo a disposizione.
In mezzo a un pandemia dalla quale si può guarire ma che rischia anche di uccidere, ho visto mettere l'aspetto economico davanti alla salute, ho sentito persone più spaventate di dover chiudere temporaneamente l'attività che di ammalarsi.
Nemmeno il vaccino ha portato un po' di calma anzi, è stato un altro motivo per assurdi litigi digitali. 
Spero nel frattempo che le big pharma stiano sviluppando un vaccino contro l'imbecillità, ma dubito che ci possano essere dosi a sufficienza e che l'effetto sia perenne.

Alcune cose della vita sono ineluttabili purtroppo e sono sempre più convinto che siamo il risultato delle nostre scelte e quello che ci succede dipende solo da noi stessi.
Poi ci sono anche le altre persone che influenzano la nostra vita, personale e professionale, ma almeno noi ci dobbiamo impegnare per migliorarci e dare anche un buon esempio agli altri, stimolare chi è vicino, parenti amici e colleghi. 
Oppure prendere d'esempio chi cerca di sistemare le cose perché il buon esempio di una persona, la sua forza d'animo, può essere lo stimolo per le altre persone.
Compreso io, ben inteso, per alcune cose!
 
Kobe Bryant doveva morire per far conoscere ai molti che non sapevano nemmeno chi fosse cos'è la Mamba Mentality, un atteggiamento vincente di chi vuole essere il numero 1, il migliore e che si può riassumere nella parola impegno. Un impegno incredibile, che richiede la massima concentrazione e dedizione.
Però ci vogliono due palle così per impegnarsi, la Mamba Mentality non è per tutti e se ci sono i numeri 1 è anche grazie ai numeri 2, 3, 4 e a tutti gli altri.
 
Speravo di veder spuntare qualche diamante da tutto questo letame e invece è rimasto tale. 
Potevamo imparare tante cose, scoprire la bellezza che ama nascondersi o quella delle piccole cose, che è troppo facile vederla in un tramonto o in un paesaggio ricoperto di neve mentre è più difficile ammirare un'alba o il fascino della luce di una notte di luna piena riflessa dalla neve.
Vogliamo essere felici senza fare fatica e anche a discapito degli altri, senza impegnarci un po' per scoprire le cose tanto meno a capirle, vogliamo vincere facile magari spendendo un po' di più, non solo in senso economico.
 
Una cosa sola mi spiace di quest'anno: ci ha portato via la socialità e la convivialità. Uno dei miei miglior difetti (o peggior pregi, ancora non lo so) è quello di riuscire a stare bene da solo. E per un po' questa situazione inedita neanche mi spiaceva.
Poi ho scoperto il saluto senza una stretta di mano, di un complimento senza abbraccio, un augurio senza un bacio sulla guancia (eh mica si deve limonare!), un brindisi senza tintinnio. 
Un gomito non è la stessa cosa, mi sono accorto che vedersi in tanti davanti a uno schermo porta imbarazzo anche tra persone che di solito devono sforzarsi di stare zitte invece di parlare.
Mi è mancato non vedere gli amici, non avere persone che girano in casa o andare in quella degli altri.
Ricordo la prima sera che sono uscito in mountainbike con Olo, Giuda e Infe: sembravamo fuorilegge con le mascherine ma è stata una sensazione di assurda libertà dopo più di due mesi di isolamento.

Per me l'ultimo dell'anno ha perso ogni senso già da un po' perché oggi non finise nulla, è solo un giorno buono per stare svegli qualche ora in più (come se non andassi già a letto abbastanza tardi tutti gli altri 364 giorni), mangiare qualcosa di diverso e scoppiare i petardi.
Non c'è alcuna fine, la mattina dell'1 gennaio è come quella del giorno prima, a meno che non siamo noi disposti a fare qualcosa, oltre a cambiare il calendario.
Ed è questo l'unico augurio che mi viene in mente, ma senza molta fiducia.

Parto da Kobe Bryant e finisco con un personaggio completamente diverso ma molto significativo: Pasquale Amitrano che esce dalla cabina elettorale. 



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Ancora! Ebook tributo a The Bends

Porca miseria! E' successo ancora! Ci sono ricascato. Dopo "Una punta di malinconia e tristezza -mai- infinita", l'ebook tributo per i 20 anni del doppio album Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins, ecco un altro ebook tributo.
"We don't have any real friend" è un ringraziamento a Colin Greenwood, Jonny Greenwood, Ed O'Brien, Phil Selway, Thom Yorke che messi tutti insieme fanno i Radiohead, per l'album The Bends, uscito esattamente oggi, 13 marzo, 25 anni fa. Lo potete scaricare gratuitamente a questo link.

Gesù Cristo. 25 anni fa era il 1995. Il pallone di Roberto Baggio sparato sopra la traversa di Pasadena mi sta(va) ancora trapassando il cuore.
A scuola ripetevo la 2a ragioneria ma stavo crescendo. Parlavo tedesco con una discreta disinvoltura. Ero innamorato fisso di almeno due compagne di scuola. Imbrattavo la mia prima Smemo di parole e segni scemi, di foto di Nicole Kidman e di pubblicità di modelle bionde con gli occhi verdi e di Liv Tyler, dei cori da stadio del Vicenza Calcio e dei risultati del mio campionato, il mio primo da juniores. Ero uno dei più giovani tra giocatori più grandi e bravi di me. Per la prima volta giocavo partite da 90' e l'allenatore del tempo famoso per essere un ammazza ragazzi (fisicamente e psicologicamente) mi aveva rinforzato (fisicamente e psicologicamente) e avevo concluso la stagione con un assist di destro al volo per un compagno che ha segnato al volo di sinistro, io mancino e lui (ottimo) destro. Jack Frusciante era uscito dal gruppo in libreria da un anno, l'anno dopo sarebbe uscito anche al cinema. Siccome a scuola erano cose già fatte spesso andavo in sala giochi sotto lo stadio e mi trovavo con i giocatori del Vicenza. Che giocava benissimo in Serie B e sarebbe stato promosso in A dopo un campionato splendido. Nel 1995 ho vissuto la mia prima esperienza all'estero, dove ho conosciuto tantissime persone, alcune delle quali mi spiace non sentire più, una delle quali sono felice sia una mia splendida amica. Durante quella esperienza ho anche capito perché il calcio inglese (ancora questo calcio!) è definito tale e perché quindi mi piace così tanto! Coraggiosamente, andavo al mare da solo con tre mie amiche perché mi piaceva da matti una di loro, mora con gli occhi azzurri anche se ero felice di tornare in stanza all'alba per le vie di Jesolo che profumavano di pane appena fatto con un'altra delle tre ma non avevo il coraggio di essere più di un suo amico* e intanto conoscevo le prime paranoie. Giravo in scooter in mezzo la strada  passando nello spazio lasciato tra due corriere senza casco con il walkman a palla ascoltando Micheal Jackson, i R.E.M., Jovanotti, gli Aerosmith, i Nirvana e varie cassette di rock anni 70 e un gruppo pazzesco che si chiamava Smashing Pumpkins che mi faceva sentire sulle montagne russe. Mi atteggiavo a quello che voleva essere lasciato in pace e per i cazzi suoi. Riprendevo con la videocamera i compagni di classe nei loro concerti. Non uscivo ancora la sera e la mia vita era casa-scuola-calcio e la musica, che ascoltavo anche a casa di un compagno di classe, fornitore di cd masterizzati. In un sola parola, ero uno sfigato.

Ed è stato in uno pomeriggio di inizio primavera che il fornitore, Ale come me, mi ha messo qualcosa di nuovo. Se la musica mi ha preso all'istante la voce all'inizio mi lasciava perplesso, sembrava un lamento costante. Ma esprimeva bene i testi delle canzoni. Mi sono portato a casa il cd e l'ho fatto andare ininterrottamente con mio papà che mi chiedeva chi avesse registrato il gatto che piangeva. Ho letto e tradotto con il vocabolario tutti i testi e più ascoltavo il cd più quella voce mi piaceva e travolgeva, introversa come me ma irruenta quando alza i toni, come quando cerc(av)o di essere meno introverso. 

Era 25 anni fa. Anche 25 anni fa ascoltavo canzoni di 25 anni prima: Let it be, dei Beatles, è uscito nel 1970 e al tempo, senza avere riferimenti di quell'anno, mi sembrava una enormità. Pensavo fosse una canzone vecchia. Adesso di anni sono diventati 50. Una vita fa. E mi trovo ad ascoltare, ancora, musica di 25 anni fa. A celebrarla con un (altro) ebook. E mi sembra ieri. Non è una musica così vecchia come quella del 1970 sembrava nel 1995. Dovrei chiedere un parere a mio nipote che ha appena fatto 18 anni cosa pensa di The Bends.

Quando Roberto mi ha chiesto di partecipare anche a questo ebook mi ha sorpreso, significava che è stato contento di quello che avevo scritto per "Una punta di malinconia e tristezza -mai- infinita", perché anche quest'altro è una sua iniziativa. La sua considerazione mi ha fatto un enorme piacere. Così anche se non sono esperto di Radiohead come per gli Smashing, ho subito accettato. Non mi è capitata una canzone semplice da tradurre in racconto, ma Bulletproof... I wish I was è comunque bellissima, perfetta per Tom Yorke. Il testo è deprimente ma c'è dell'aria tra le note e mi da una certa fiducia. Così ho iniziato a scrivere qualcosa, idee sparpagliate, parallelismi tra i diversi me e la canzone. Il testo che ho mandato a Roberto l'ho chiamato lato B2 per intenderci! Anche se ce ne sono altri che ho cancellato o perso perché quando scrivo ho il vizio di non salvare o mi sono venuti in mente in momenti nei quali non potevo trattenere l'ispirazione, come quando corro per esempio. 
Non parlo del mio racconto, quelli degli altri autori sono bellissimi, coinvolgono e raccontano in modo autentico. Dimostrano come la musica riesca a entrare nelle nostre vite e ad accompagnarle. Magari all'inizio in modo più forte ma poi quando più avanti ti fermi un attimo e torni indietro, senti ancora quelle sensazioni. Buon ascolto, e buona lettura.

* Poi alla fine il coraggio l'ho trovato e adesso siamo sposati.

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Gli Smashing Pumpkins a Bologna - 18 ottobre 2018

Gli Smashing Pumpkins quasi originali hanno suonato per più di 3 ore a Bologna per una Unipol Arena strapiena. Per la quarta volta ero davanti a loro.


Sono le 3 del mattino. O della notte, il confine tra i due mondi è molto confuso a un certo punto. Soprattutto dopo un concerto che ti ha proiettato indietro nel tempo. Di oltre 20 anni, 23 per la precisione che sono quelli passati dalla prima volta che vidi il video di "Bullet With Butterfly Wings" su MTV. Da li in poi gli Smashing Pumpkins, con Mellon Collie and the Infinite Sadness, Gish, Siamese Dream, il cofanetto The Aeroplane Flies High diventeranno la colonna sonora di quegli anni, di due picche, di telefonate infinite e lettere scritte a notte fonda o sui banchi di scuola o di serate trascorse per la provincia attraversata su una Lancia Y o una Peugeot 106. Stanotte faccio più fatica del solito ad andare a letto perché sono appena tornato dal concerto di Bologna proprio degli Smashing Pumpkins e le emozioni sono ancora calde, tenute in circolo dal cuore che le sta pompando forte. 

Allora meglio cogliere l'attimo, perché la musica è qualcosa di pancia e bisogna lasciare spazio alle emozioni schiette, meglio se poi vengono condite da un sonno stanco ma molto felice. Così rispolvero il mio libretto, uno di quelli dov'ero solito trovare sfogo e rifugio, e stendere queste emozioni per non perderle nel sonno. Questo concerto, come tutti quelli che ho visto, è iniziato mesi fa e cioè quando è stata ufficializzata la data di giovedì 18 ottobre alla Unipol Arena di Bologna. Un minitour per celebrare la reunion della band (meno D'arcy). Billy Corgan, James Iha e Jimmy Chamberlin di nuovo insieme in quella formazione che a metà anni 90 ha messo in ginocchio una generazione ora a cavallo dei quaranta. Quasi un privilegio rivederli live visto che Bologna è stata scelta come unica data in Italia e la seconda in Europa dopo Londra, l'altra città europea. Immediatamente dopo l'ufficializzazione della data è iniziato il giro di messaggi: Infe e Jimmy ci sono quindi bene è come se fossimo già la e il biglietto non costa la solita e ormai non più sorprendente esagerazione che ti fa bestemmiare rabbiosamente. 

Peccato avessi tralasciato quel dettaglio non tanto indifferente che non c'erano altre date in Europa e in Italia prima e dopo Londra e Bologna e quindi i biglietti sono stati venduti quasi subito. 
Non mi servirà a esercitare la professione ma meno male che quel tesserino di giornalista pubblicista conserva un'altra utilità e che Veronica & Co. al momento mi lasciano lo spazio digitale per scrivere qui! 
Non finirò mai di ringraziare Giacomo per avermi dato l'opportunità di assistere a uno dei più bei concerti che abbia mai visto. 

L'ultimo ostacolo è il passaggio per Bologna. Farmela in macchina da solo non mi esalta, fare la strada con uno/a sconosciuto/a non mi attira perché per me il concerto è un evento importante, al quale si va con persone fidate, con le quali sai di poter condividere ogni parola di ogni canzone oltre ad altre discussioni. Eh, sarebbe stato da andare con uno in particolare, avrebbe avuto il suo significato ma è una storia di "se" che vi risparmio. Infe però c'è e con lui ho già visto gli Smashing a Milano nel 2008 e a Padova nel 2011 e ha il cuore con l'SP tatuato nel braccio. Jimmy defeziona e anche Carlotta, l'altra sodale di concerti, purtroppo stavolta non c'è. Il vecchio Santre che sento meno di quanto vorrei ha preso la sua vita e l'ha imbarcata per Amsterdam. Il sito che commercia passaggi auto non mi aiuta proprio per niente. Ci sarebbe la compagnia di Biso ma parte troppo presto ovvero il giusto per evitare di arrivare con l'acqua alla gola. Per fortuna che Infe mi manda il messaggio perfetto: "C'è un posto e partiamo alle 18" e così mi trovo nel van camperizzato di Francesco con Davide e via. 

Arrivati all'arena le strade si dividono perché io e Infe siamo in parterre e loro sugli spalti mentre si unisce Alvise che incontriamo per puro caso alle biglietterie. Abbiamo avuto anche il tempo per un pit-stop nonostante per la prima volta nella storia dell'universo ci sia stata più fila nel bagno degli uomini che in quello delle donne, per l'entusiasta incredulità femminile. Anche se ci gioca la Virtus, l'arena di Casalecchio è un gran bel palazzo dello sport. Ci ero stato l'ultima volta nel 2000 toh guarda sempre per gli Smashing! Come il migliore degli esterni di centrocampo, partiamo dalla parte più laterale per guardagnare terreno e accentrarci piano piano e poco dopo le luci si spengono lasciandoci nell'atteso e richiesto buio. Poi sul fondale del palco appaiono le immagini che raccontano le storia degli SP tramite le copertine degli album e la loro presenza in carne e ossa addirittura: perché sul palco arrivano le bambine di Siamese Dream, con un'aria più trita di quella vista sulla cover, a dar fuoco al cuore simbolo della band, tra il tripudio dei fan.





Smashing Pumpkins reunion a Bologna - Il concerto

E poi William Patrick Corgan appare sul palco, da solo, sotto un fascio luminoso. Una visione divina. E si capisce subito quale sarà il tema, su chi sarà incentrata la serata. Non poteva essere altrimenti visto l'ego di quest'uomo tanto complicato quando capace di scavarsi nel profondo, cantando metafore della vita. 
Le prime note rispecchiano il titolo del brano: un sorriso disarmante al primo acchito, senza tregua. Alle sue spalle le combinazioni di foto di lui in gioventù e parole mettono i brividi. Se si abbinano al testo di Disarm ti assale una forte inquietudine. La stessa di quegli anni. 

E il buco nero verso gli anni 90 si è aperto. Poi una pausa. Breve. Perché la band prende il suo posto e comincia lo spettacolo. Nel senso letterale del termine e cioè di puro show, di vari cambi di abiti di Corgan che da istrionico camaleonte adatta al contesto di alcune canzoni (dalla t-shirt nera con le ossa stampate - e panciute... - alle tuniche nere e argento all'abito quasi papale finale) e alla fine saranno 31, presentate come la band ha abituato i suoi fan ad ascoltare dal vivo, con arrangiamenti inediti lasciando in sottofondo il ricordo della versione album. 

Il concerto chitarra voce con Schroeder annullato il giorno prima per le condizioni di salute di Corgan aveva preoccupato i fan: canterà? Sì, concerto confermato. Sollievo. Rocket Siva e Rihinoceros sono il trenino che porta alla cover di Space Oddity. Come per il concerto di Londra di due giorni prima, anche ieri a Bologna hanno suonato Stairway to Heaven e Landslide, quest'ultima in una versione ancora più struggente grazie alla voce della cantante e attrice danese Amelie Bruun, uscita all'improvviso per questo brano. Nei miei ricordi, questo è uno dei più malinconici della band e ieri l'ha abbinata subito dopo a Porcelina, che non sono riuscito a cantare come succede ogni volta da un triste pomeriggio. Vaffanculo, chissenefrega se più di qualche canzone estirpa ricordi agrodolci, inutile resistere al tempo e alle lacrime, lasciamole scendere perché fanno parte della serata. Penso che il pavimento del palazzetto qualche etto di sale lo avrà raccolto. 

Nonostante le preoccupazioni, la voce di Corgan non cede alla cagionevolezza del giorno prima anche se a dir la verità, nelle canzoni più melodiche, sembra un po' fuori controllo, che gli scappi via e i diversi momenti di pausa tra una canzone e l'altra e i brani cantati da Iha potrebbero confermare la precarietà dell'ugola di WPC. Che però ci da dentro quando c'è da darcene, e nella cover di Stairway to heaven lascia partire un acuto notevole e per il resto non si risparmia. 

Tenerissima la versione di For Martha, dedicata alla madre, rappresentata nel video da una ragazza che danza per l'ultima volta, prima di salutare il suo bambino per sempre e sparire tra le nuvole. 
Questo brano è stato parte di un intimo trio di canzoni insieme a Blew Away e To Sheila che ha visto Corgan (in abito bianco) su un podio a suonare il piano, in perfetta sintonia con Iha, l'altro chitarrista Jeff Schroeder, il bassista Jack Bates e la tastierista Katie Cole chiamati a completare la band. 

Immancabili brani come Zero (la cui scritta appariva ovunque nei display), Today, Bullet with the Butterfly Wings, sorprendente Soma ma mai come quel Billy Corgan in formato martire kitsch che viene fatto passere in processione in mezzo al pubblico esterrefatto. 

Alla fine sono più di 3 ore di concerto, circa 200 minuti. Alla faccia dello stato di salute di Billy Corgan che conclude in versione pontificia. 
Sul front man convergono tutte le grafiche e animazioni: quando non ci sono i collage dei video vecchi e nuovi o le presentazioni di Mark McGrath a introdurre i brani, sui display appaiono in continuazione video e immagini di WPC da bambino in diverse situazioni. Perché in fondo gli Smashing Pumpkins sono lui, lui li ha voluti lui li ha sciolti e dopo tanti anni, troppi, è riuscito a riunirli. 

Mancava la bassista D'arcy Wretzky e mi sono chiesto se quella ragazza bionda che accompagnava la raffigurazione di Corgan non fosse una dedica, ma resto indeciso se come un tributo o una burla. 
Ricollegando le canzoni e la loro storia, perché non ce ne è una che non possa raccontare la mia, con le immagini di Corgan, penso sia stato un viaggio tra i ricordi, i suoi intrecciati con quelli di ognuno di noi. 
Mi piace pensare a com'eravamo messi quando ascoltavamo nelle cuffiette o negli stereo compatti multi CD Gish o Siamese Dream: depressi teenager rabbiosi ingabbiati un po' nei cliché che ci sceglievamo e un po' nella condotta da seguire, e a com'eravamo oggi, completamente diversi, adulti, forse meno depressi e repressi, scappati dalle gabbie e con una rabbia diversa e qualche preoccupazione in più. 
Ma quelle canzoni le ascolti con lo stesso sentimento di quel tempo non ci puoi resistere. Per 3 ore siamo tutti tornati ai maglioni di lana grossa larghi, alle camice a quadroni, ai jeans sdruciti sotto i quali spuntavano gli anfibi. E' stato il mio quarto concerto degli Smashing. Nessuno di questi mi ha deluso. Di certo, questo è stato memorabile! Adesso tornano negli USA per il tour e poi chissà, con uno come William Patrick Corgan ci si deve aspettare di tutto. Spero ami gli Smashing Pumpkins tanto quanto il suo ego. L'abbraccio alla fine con Iha non è del tutto banale. Ma del futuro non c'è certezza.
 

La scaletta del concerto degli Smashing Pumpkins del 18 ottobre 2018 alla Unipol Arena Casalecchio di Reno (Bologna)

Disarm
Rocket
Siva
Rhinoceros
Space Oddity (David Bowie cover)
Drown
Zero
The Everlasting Gaze
Stand Inside Your Love
Thirty-Three
Eye
Soma
Blew Away
For Martha
To Sheila
Mayonaise
Porcelina of the Vast Oceans
Landslide (Fleetwood Mac cover)
Tonight, Tonight
Stairway to Heaven (Led Zeppelin cover)
Cherub Rock
1979
Ava Adore
Try, Try, Try
The Beginning Is the End Is the Beginning
Hummer
Today
Bullet With Butterfly Wings
Muzzle

Bis:

Silvery Sometimes (Ghosts)
Baby Mine (Betty Notes cover)



Ph. Credits: Unipol Arena


Post pubblicato su Gushmag.it

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Ringraziare il cielo

Mi sono ritrovato all'improvviso senza un motivo preciso a ripensare a quello che ho scritto nel post precedente e mi sono dato del mona.
La precarietà del lavoro negli ultimi due anni si è fatta sentire e non nascondo che abbiamo vissuto un periodo davvero difficile. Ma a casa c'era (e c'è) la tenerezza di Tommaso e Teresa - lo so che formano una combinazione esplosiva (TnT), se lo avessimo saputo prima almeno Teresa la avremmo chiamata Serena - ma nonostante i loro caprici la loro testardaggine più o meno consapevole non c'è cosa più dolce di vedermeli venire incontro ed abbracciarmi le gambe. C'è l'appoggio di Anna che non guarda alla salute e alla malattia, alla ricchezza (anche perché in questo caso c'è niente da vedere!) e povertà al bene e al male.
Tutto quello che trovo in casa mi fa star bene mi da sollievo da quello che c'è e non c'è fuori. Non sempre è primavera nemmeno qui ma sono le normali situazioni di famiglia.

Allora, cosa non andava in quello che ho scritto?

Perché guardando il casino seminato nel pavimento in sala e ascoltando il silenzio che lo riempie, dopo una giornata di voci bianche a db elevati, mi rendo conto che a me non manca qualcosa mentre a qualcun altro il 2017 ha portato via quasi tutto o non ha portato quello che aspettava.

Persone che hanno perso genitori che hanno terminato l'ultima parte della loro esistenza in una non vita, figli mai nati quando ormai mancava poco o figli persi dopo una vita straziante, persone che da anni lottano o convivono con un dolore invisibile, con una malattia maledetta o ne devono affrontare un'altra subito dopo averne sconfitta una, bambini divisi tra le incomprensioni dei genitori.

Ho avuto le mie sfighe ma sono pozzanghere lasciate da un temporale di passaggio al confronto dell'oceano di malessere fisico e psicologico vissuto dalle altre persone che non so cosa dovrebbero dire all'anno che se ne è andato. Di sbattersi bene la porta alle spalle e di buttare anche la chiave.

Guardiamo bene la realtà e le persone che abbiamo intorno.
Chiunque, prima di andare a dormire, dovrebbe dare uno sguardo al cielo, se c'è anche alla luna e ammirarne lo splendore. E ringraziare.

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Fanculo 2016, vedi tu 2017!

Si dice anno bisesto anno funesto e questo 2016 è stato un anno più bisestile del solito.
E' stato un anno inverosimile nel corso del quale sono successe un sacco di cose e tante altre non sono successe. In entrambi i casi ne avrei fatto molto volentieri a meno.

Come di quei tre-contratti-tre di lavoro per i quali avevo ricevuto delle proposte formali e che invece per ragioni note solo a chi me li aveva proposte sono svaniti così come sono comparsi. Un giorno ci sono e quello dopo puff, non si fa più niente. Tanto mica rimangono loro a piedi.
E starei ancora aspettando risposte da almeno un paio di persone che almeno all'apparenza parevano volessero fare grandi cose e che invece mi hanno dimostrato di non essere in grado di fare nemmeno le più elementari come dare una cazzo di spiegazione sincera.
Il lavoro è stato un incubo. Mi sono impegnato in progetti che non hanno portato da nessuna parte o nemmno un grazie. Ho perso tempo. Ho fatto anche errori se alla fine non ho portato a casa qualcosa.
Di certo ho scoperto che un anno fa non ero dalla parte del torto anzi, ero solo nel posto sbagliato con le persone sbagliate. Peccato che questo mi abbia fregato!

Della patente rifatta due volte vi ho già detto. Spero di non rivedere la motorizzazione per i prossimo 8 anni bisestili.

Delle due multe salatissime lungo la SR53 Postumia (prese andando a un colloquio oltretutto: una all'andata e una al ritorno... che amarezza!) e degli autovelox piantati a 3 metri di altezza non ve ne ho parlato per evitare problemi penali.


Dei casini con le poste in ritardo con la postina e del collega nemmeno ma anche questa sarebbe una storia da raccontare, tipica di una Italia burocrate col culo pesante.


Vi ho fatto una testa così col menisco che mi ha rovinato un'intera estate e mandato a puttane le mie corse mattutine con Teresa in passeggino, cosa che non vedevo l'ora di fare (con Tommaso lo facevo, anche d'inverno, la mattina presto in giro per  Ospedaletto e altre strade poco consigliabili per una corsa spingendo un passeggino).

Ho scritto un altro articolo su un'altra rivista figa di moto con lo stesso risultato dell'altra volta (3 anni fa... cioè faccio il mio lavoro ogni 3 anni... bene no!?): zero compenso e zero ringraziamenti. Son soddisfazioni.


In questo anno bisestile non conto gli amici che sono passati ma ne conto uno perso perché non posso considerare che tale una persona che chiama due volte all'anno per parlarmi solo dei suoi problemi (di scelta di persone sbagliate, ha una non invidiabile e incredibile capacità in questo), non risponde il giorno del suo compleanno e si dimentica costantemente del mio. Peccato, perché le volevo bene. Ma le persone non sono obbligate a stare insieme figurarsi in contatto.


In questo anno più bisestile del solito molte persone se ne sono andate ma non mi sorprende se queste sono malate, anziane o si sono trattate male. E anche le persone famose cagano e muoiono. Spiace molto ma la vita non è diversa da questo.

Se ne è andato anche Massimiliano e a un certo punto ho chiesto agli angeli del cielo di venirselo a prendere per risparmiargli tanta sofferenza dopo una vita che più difficile non si può. Mi mancheranno quegli occhi scuri e il suo sguardo profondo che solo sui sapeva dove era destinato. Spero solo che ora si possa divertire con suo nonno Filippo ascoltando tutte le storie che un nonno ha da raccontare (però conoscendo il nonno potrei avere qualche dubbio sul divertimento... adesso infatti sarà il turno di Massimiliano per le commissioni!).

Di questo 2016 Teresa
è stata la stella cometa in un cielo nero. Una vita nuova tenera e dolce. Anche Tommaso è nato in un anno bisestile, verso la fine mentre sua sorella nel pieno di questo anno che non vedo l'ora passi.
Quest'anno l'ho passato del tutto a casa e mi sono goduto la famiglia. Ogni tanto siamo impazziti perché è impossibile non impazzire, ma siamo belli così! La mia rientra in quella percentuale di famiglie povere. Ma questa situazione mi ha fatto scoprire la futilità di tantissime cose e l'importanza di altre, poche ma dal peso incalcolabile. Siamo schiavi di un commercio che stressa (perché accettiamo le newsletter ma la pubblicità nella cassetta delle poste ci sta sui coglioni?) che nonostante sigle e slogan ridicoli ci fa spendere anche se non ne abbiamo bisogno. Avendo pochi soldi capisci cosa serve e di cosa si può fare a meno e non solo per il momento ma anche per sempre. Che mi serva di lezione quando sarà!

Non ho la più pallida idea di cosa porterà il 2017. Il 2016 poco niente anzi, ha più tolto che dato. Quindi qualsiasi cosa arriverà da domani sarà più che positiva.

L'anno scorso avevo fatto gli auguri a tutti e non è successo nulla di quanto avevo augurato, in generlae, anzi è andata anche peggio. Quest'anno se permettete me ne sbatto le balle. Ogni tanto un po' di sano egoismo e maleducazione ci vogliono.
Vi dico solo una cosa: brindisi con bollicine e panettone e/o pandoro con vino dolce. Almeno questo, Cristo Santo!

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Accadde oggi

Andare indietro nel tempo e rivedere cosa ho fatto vissuto visto dov'ero con chi ero è una attività nostalgica che mi è sempre piaciuta, sarà che ci trovo un certo piacere a crogiolarmi nella malinconia dei ricordi. Adesso non bisogna fare nemmeno tanta fatica perché il principale social media ti dice subito cosa stavi facendo quel giorno di diversi anni indietro. E li guardo sempre tutti questi ricordi messi li davanti dall'algoritmo ma non li condivido mai. Scrollando in giù i ricordi di oggi 5 giugno però ho scoperto che sono notevoli!
Così ho pensato di non condividerli uno per uno perdendoli nella marmaglia del web e che invece meritavano un posto migliore, anzi un post migliore e di dargli il giusto risalto qui nella Zona Verde.

Nel 2011 io e Anna stavamo scendendo dai colli vicentini in scooter con la ruota posteriore a terra. Terza volta in 2 anni. Ci siamo salvati grazie ad una serie di botte di culo materializzate sotto la forma di un signore che mi ha dato un passaggio fino a casa di un amico conosciuto solo col soprannome da dj ma che per fortuna conosceva bene anche lui e ad un compressore che il suddetto dj ci ha prestato per scendere in pianura.
È finita che mio papà ci è venuto a prendere perché eravamo a più di 20 km da casa mentre lo scooter è rimasto dal primo meccanico che abbiamo incontrato per strada.

Gli altri due riguardano il posto dove ho vissuto gli scorsi 5 anni, il quartiere di Ospedaletto.
Nel 2014 una maglietta grigia con la scritta rossa mi ricorda che erano appena arrivate le t-shirt dello spettacolo teatrale Johanne, una splendida esperienza della quale vi avevo già parlato.
Nel 2015 stavo mangiando patatine fritte e hamburger all'Ospedaletto City Limits, cioè una delle tante feste che don Marco si inventa per suonare, far (fare) musica, bere e mangiare e stare insieme in allegria. Io però ero piuttosto malinconico (ben più di quanto non lo sia normalmente) perché stavo lasciando quel quartiere e la sua splendida gente.
E mi è nata una riflessione spontanea sui miei modi di fare e di essere che tendono a mantenere una distanza, almeno iniziale, dalle persone che ho appena incontrato o dalle cose. Qualcuno ci vede una certa dose di arroganza maleducazione e cagacazzagine e non posso dargli tanto torto. È che lasciarmi andare con persone nuove non mi viene molto facile.

Non so perché il 5 giugno nel corso degli anni sia stato così generoso di esperienze da ricordare. Non lo saprò mai e dipenderà dal caso.
Ad ogni modo, sono felice di averle vissute e ricordate.








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Qualcosa di troppo

Troppi guru
Troppe bufale
Troppi ingenui
Troppi customizzatori di moto
Troppe scrambler e cafe racer 
Troppa convinzione
Troppi fanatici
Troppe persone che si credono uniche               
Too much people considering itself unique
Troppe barbe
Troppi esibizionisti
Troppi social 
Troppa apparenza
Troppi selfie
Troppi approfittatori
Troppo bisogno di amicizie giuste
Troppa avidità
Troppa mancanza di ascolto 
Troppi bugiardi 
Troppo falso distacco 
Troppa umiltà sbandierata
Troppe parole non dette
Troppa attesa
Troppa pazienza
Troppa cattiveria
Troppa studipidà
Troppa ignoranza
Troppa maleducazione
Troppa superficialità
Troppe complicazioni 
Troppa arroganza
Troppa distanza
Troppa assenza 
Troppa mancanza
Troppa gelosia
Troppa invidia
Troppo egoismo
Troppa rabbia
Troppo rancore

Troppo stanco.
____________________________________________

Too much gurus 
Too much fakes 
Too much naives
Too much motorcycle customisers
Too much scrambler and cafe racer
Too much certainty
Too much fanaticals
Too much people considering itself unique
Too much beards
Too much exhibitor/exhibitionist 
Too much social 
Too much appearance
Too much selfies
Too much profiteers
Too much need of affairs
Too much lust 
Too much luck of listening
Too mcuch liars 
Too much false coolness 
Too much unsaid words
Too much wait
Too much patience
Too much wickedness
Too much foolishness
Too much ignorance
Too much rudeness
Too much superficiality
Too much complications
Too much arrogance
Too much distance
Too much absence
Too much lack
Too much jealousy
Too much envy
Too much egoism
Too much rage
Too much resentment

Too much tired.


____________________________________________

 

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Mellon Collie and the Infinite Sadness, 20 anni fa

 

Nella primavera de 1995 guardavo su MTV quel video con curiosità. Un ammasso di figuranti infangati ai piedi di un re dalla voce stridula che cantava quanto facesse (e fa) schifo il mondo.
Non ero un fan del grunge o dell'indie rock o di quello alternativo. I Nirvana li conoscevo pochissimo. I Pearl Jam pareva dovesse essere quel gruppo che a un ragazzo della mia età non può non piacere (e poi quel ragazzo di quella età lo sono diventato 15 anni dopo), i Soundgarden erano un black hole sun. Mi piace(va) la musica e al tempo andavo matto per gli Aerosmith.
Ma Bullet with the Butterfly Wings è stato il battito di ali di farfalla che ha cambiato la mia vita, musicalmente l'ha segnata in modo indelebile creando un legame fortissimo con i miei ricordi.
E il 23 ottobre ero chiuso in camera nella soffitta di là della Zona Verde (quella reale!) del mio migliore amico dell'epoca ad ascoltare e duplicare Mellon Collie and the Infinite Sadness. Lui aveva l'originale ed io la copia, finché stavamo masterizzando quella doppia opera d'arte musicale io ero corso dall'edicola del quartiere per fotocopiarmi il libretto con i testi perché al tempo internet non sapevamo ancora ci avrebbe stravolto la vita e i testi me li traducevo con il Sansoni di fianco, anche fino a sotto le coperte.
Era 20 anni fa.

Poi il mondo è terminato li. Ci ha girato attorno per un po', è stato messo in serio pericolo dai casini di Jimmi Chamberlin l'estate successiva e dall'ego di Billy Corgan più avanti (nonché adesso),  tutto quello che mi è e non mi è successo ha quella colonna sonora e come uno tsunami mi ha cambiato.
Non c'è ancora stato un album capace di travolgermi come quello. Direte che è facile per un doppio con ben 28 canzoni. Invece non è per quello perché non ne esiste una di quelle 28 che ti fa premere “avanti” e saltarla.

Al tempo ero uno studente nel pieno di una adolescenza caratterizzata da sentimenti non corrisposti o alquanto complicati ed ero più interessato a correre dietro a un pallone, imbrattavo la Smemoranda di pensieri poco lucidi e piuttosto ammorbati da ideali non nella norma e tendenti alla malinconia, stavo ore al telefono oppure mi bastava attraversare la Zona Verde per le solite confidenze nella soffitta.
Mellon Collie and the Infinite Sadness (e il cofanetto con i singoli poi) ha fatto il resto ovvero è diventato il sale di quel periodo amplificando i tratti del mio carattere.
Mellon Collie and the Infinite Sadness non può non colpire già dal primo dito che tocca il piano introducendoti con dolcezza in un mondo che esalta tenerezza ed odio, passando per la commiserazione a seconda di quello che ascolti. Mellon Collie and the Infinite Sadness è un mare a volte quieto a volte molto mosso. In ogni caso affascinante.

Questo album dal carattere instabile rispecchia alla perfezione quello della band che infatti pochi mesi dopo la sua pubblicazione è scoppiata per un'overdose. Ne sono passati di album nel laser del mio lettore CD o nell'mp3 qualche anno dopo, ma nessuno è stato capace di trascinarmi tanto quanto Mellon Collie and the Infinite Sadness.
Pensare che quando sono venuti in Italia la prima volta, il 24 aprile 1996 sono stato così fesso da non andarci e oggi come allora faccio ancora scelte del cazzo. Ma non potevo sapere che non li avrei potuti rivedere nella formazione originale, perché tutte le altre volte (all'Alcatraz di Milano il 12 gennaio 2000, al Palamalagutti di Casalecchio di Reno il 27 settembre 2000, al Forum di Assago il 2 febbraio 2008 – dove sono stato centrato in fronte dal plettro di Ginger Reyes – e al Palafabris di Padova il 29 novembre 2011) James Iha, D'arcy Wretzky e Jimmi Chamberlin non sono mai saliti sul palco insieme.  
 
Dopo Mellon Collie and the Infinite Sadness è stato facile farsi prendere dai due album precedenti: Gish e Siamese Dream hanno quella sonorità selvaggia di una band all'inizio della carriera che compone musica per il gusto di farla senza badare alle leggi discografiche e suonano canzoni splendide nella loro cruda bellezza. Perdersi in I am one, Rhinocheros, Daydream, Today, Cherub Rock o Siamese Dream è immediato. Ricordo di aver trascorso intere nottate saturando camera mia di incenso ascoltando questi tre album, dopo aver trascorso buona parte dei pomeriggi ad imparare e tradurre i testi. 

Mellon Collie and the Infinite Sadness sono io da adolescente innamorato della sua tristezza, come può esserlo chiunque fosse stato adolescente 20 anni fa. Sono la rabbia e la disillusione di Zero, Bodies e Bullet with the Butterfly Wings, la malinconia di Thirty-Three e In the Arms of Sleep, la speranza di Tonite Tonite, il rancore di Fuck You, la leggerezza di 1979 e la tenerezza di Lilly (My One and Only) e Farewell and Goodnight. Porcelina of the Vast Oceans è il ricordo indissolubile di Yuri e un me fuori da una chiesa sotto la pioggia appoggiato ad una stampella per salutarlo l'ultima volta.
Ma la mia preferita tra le 28 canzoni è Muzzle. Non se la caga nessuno e ne sono felice perché resta più mia. Sembra il mio riflesso il mio ideale il mio autoritratto.
Sono molti anni che non lo ascolto, potrei farlo in questi giorni anche se mi dispiace tanto non avere un impianto adeguato. 

Mellon Collie and the Infinite Sadness sono delle altre adolescenti che mi regalano due magliette nere degli Smashing Pumpkins in un Virgin Store di Dublino, sono due ragazzi che 20 anni fa si conoscevano alla perfezione e che 20 anni dopo nemmeno si guarderebbero in faccia se si incontrassero chiusi nella soffitta di la della Zona Verde o in macchina a cantare tutto l'album registrandosi con la videocamera, è una ragazza che riceve un cd con le canzoni degli Smashing che parlano di lei di chi glielo ha spedito.
20 anni fa immaginarmi chi sarei stato 20 anni dopo mi faceva tanta paura, mi chiedevo se sarei stato ancora vivo come avrei vissuto se le persone che c'erano 20 anni fa ci sarebbero ancora state 20 anni dopo.
20 anni fa cercavo di far piacere Mellon Collie and the Infinite Sadness agli amici adesso cerco di farlo con Anna e Tommaso, mia moglie e mio figlio che 20 anni fa non rientravano nel mio immaginario di me 20 anni dopo e nel frattempo il simbolo degli Smashing ha ispirato il logo delle bomboniere del matrimonio.
Il mondo è cambiato rispetto 20 anni fa e così anche gli Smashing. Credo entrambi in peggio. Il mondo è ancora il vampiro di 20 anni fa e non ci possiamo fare un cazzo, nonostante tutta la nostra rabbia. Non ci resta che alzare il colletto, affrontare le intemperie. La vita cambia e noi con lei. Siamo differenti ora. Più cresciamo e meno senti(menti abbiamo). Esattamente com'è successo a me grazie a tutto quello che ho vissuto e ad alcune persone che sono passate in mezzo a questi 20 anni. Alcune sono le stesse di quella soffitta di là della Zona. E 20 anni fa era una di quelle cosa che mi faceva tanta paura mentre ora rimane solo tanta amarezza.

Non so cosa sia io ora. So che sento meno. Di certo, quando mi capita di ascoltare una di quelle 28 canzoni, il viaggio nel tempo è immediato, a volte è doloroso a volte è malinconico e raramente è gioioso. Com'è Mellon Collie and the Infinite Sadness alla fine. Gli occhi tornano a luccicare. Sono felice di aver potuto vivere Mellon Collie and the Infinite Sadness e di riscoprire alcuni di quei ricordi, che sono una parte preziosa di questi 20 anni.
E per scrivere questo post ho fatto le 3 am. Come quando ascoltavo Mellon Collie and the Infinite Sadness 20 anni fa.

PS: il plettro di Ginger Reyes non provate a chiedermelo. È una reliquia che conservo come la nr 1 di zio Paperone

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