Non è solo uno sport!

Eravamo lungo la strada del ritorno da un weekend in moutainbike sulle Pale di San Martino, appena rifocillati e asciugati dopo una mattinata a prendere acqua e freddo ma a divertirci come non capitava da tempo.
Il provider web mi ha regalato 3 mesi di una web tv che trasmette le Olimpiadi e così posso vedermele su internet, dal momento che a casa non ho la tv. Peccato che la RAI non abbia acquistato i diritti per la trasmissione in streaming, l'atletica senza il commento di Franco Bragagna non è la stessa cosa, ma ce la facciamo andare bene.
Infe mi tiene il telefono perché senza alcun supporto la sua incolumità in curva (del telefono, non di Infe) sarebbe in serio pericolo.


Stiamo guardano la finale del salto in alto, dove c'è Gianmarco Tamberi: è a medaglia, perché lui e il qatariota Mutaz Essa Barshim hanno saltato 2,37 metri senza errori. A un certo punto sembra che se la stiano giocando a pari e dispari. E invece no: perché giocarsi l'oro quando ce l'hanno già al collo e chi se ne frega se il fabbro dovrà forgiarne un'altra in più? E' Barshim ad avvertire Tamberi: "Wait! Wait! Wait!" gli dice, capisce che ci può essere qualcosa di bello per entrambi. Quando chiede al giudice se possono avere due ori, un po' come quando in trattoria due persone dello stesso tavolo vogliono entrambe gli spaghetti con il sugo di astice, il giudice è un po' in imbarazzo (forse pensa al fabbro...) mentre a Tamberi si accende la lampadina in testa, che esplode quando l'amico-rivale Barshim lo abbraccia e gli dice "History, man!".


E' fatta, 5 anni di fatica, di sforzi, di lotta contro il fisico, se stessi, il destino o meglio, di una scelta che poteva risparmiarsi che lo ha privato di una medaglia alle Olimpiadi di Rio, contro un virus che ha prolungato di un anno, interminabile e stressante, l'attesa verso questo momento. 
Tamberi si lascia andare al piano di gioia e penso che nella sua mente sia scorso il film di questi 5 anni, testimoniati dal gesso che si è portato in pedana, come se avesse avuto bisogno di ricordarsi chi è, cos'è successo e cosa ha vissuto. Forse una pantomima, ma provate voi a vivere i suoi cinque anni e ditemi se non avreste reagito a modo suo. Io forse sarei ancora per terra a piangere incredulo, ebbro di gioia. 


Passano 10' e raggiungiamo la macchina di Giuda e Olo, facciamo i fari: no, non ci è caduta - ancora - la bici dal porta bici (altra storia, per fortuna breve e a lieto fine). C'è la finale dei 100 metri, LA gara delle Olimpiadi, c'è Marcell Jacobs, salite in macchina da me che ce la guardiamo tutti perché questi eventi sono unici e bisogna viverli insieme.
Nemmeno Mazinga Zeta ha avuto una presentazione così al suo debutto! Partenza falsa dell'inglese, chissà se in patria chiederanno di ripetere la gara o diranno che è colpa di Jacobs, che è così freddo e concentrato che nemmeno si è mosso dai blocchi.
Si riparte. E parte bene Jacobs. E' davanti Jacobs. "Marcello!", lo chiama Franco Bragagna dal microfono RAI, come ho sentito più tardi cercando il suo commento registrato. "Marcello! Marcello!"
Ha vinto!!! Ha vinto!!! Ha vinto!!! L'uomo più veloce del mondo a queste Olimpiadi è italiano!!! Me lo avessero detto la mattina prima, non ci avrei creduto. Nelle gare di qualificazione si è sempre migliorato, ha cercato di andare oltre i propri limiti ogni volta. Ma la vittoria è una bellissima impresa. Una bellissima sorpresa.
Anche lui ha perso le Olimpiadi di Rio per un infortunio, dopo tanto lavoro per esserci. Soprattutto dopo essersi dedicato alla velocità dopo buoni risultati nel lungo. 
Piano piano, con costanza e fiducia in se stesso, si è impegnato in una nuova specialità, si è sempre migliorato anno dopo anno. Negli ultimi due anni è esploso: nel 2018 passa da 10"82 a 10"08, nel 2019 scende a 10"03. L'anno scorso torna a 10"10. Nel frattempo migliora costantemente nei 60 metri indoor e a marzo di quest'anno con 6"47 diventa campione europeo e registra il nuovo record europeo.
Ieri ha vinto l'oro olimpico, ha fatto tre primati nazionali e due europei, migliorando ogni sprint. Ha Abbassato il suo crono di 30 centesimi in un anno: il record del mondo dei 100 è di 9'58", quando Bolt lo ha demolito ai mondiali di Berlino nel 2009. Facendo un confronto con l'ultima gara di Bolt ai 100 proprio alle Olimpiadi di Rio, il campione giamaicano ha corso in 9"81. Jacobs ieri in 9"80. Certo, al tempo un crono così non era nelle sue gambe, correva in 10"23. Però se ci pensate, rincorrendo una motivazione come Usain Bolt, chissà cosa sarebbe potuto capitare. Oggi Marcell Jacobs succede a Bolt. E ancora faccio fatica a crederci. 
L'anno prossimo a luglio ci sono i mondiali di atletica, tenesse queste prestazioni... 


Nell'arco di poco più di 10', due atleti italiani vincono l'oro nelle loro specialità. Tamberi e Jacobs hanno saltato e corso oltre i propri limiti.
Quando ero bambino e vedevo americani, inglesi, giamaicani, canadesi insomma tutti gli altri vincere, mentre Panetta, Antibo e Mei si sforzavano di portare qualche successo a casa, mi chiedevo quando sarebbe successo a un italiano. 
E ieri, in una decina di minuti, un'emozione fortissima da Tamberi e Jacobs.


Questa mattina è tornata sul tappetone Vanessa Ferrari: ha più cicatrici lei sui piedi che graffi sulla carrozzeria un'auto di endurance. E' stata la prima italiana a diventare campionessa del mondo, poco prima aveva conquistato il titolo mondiale a squadre e l'anno successivo campionessa europea al corpo libero. Poi la lotta con gli infortuni, un tendine che non da pace. L'operazione nel 2009, il lungo recupero verso le Olimpiadi di Londra. 
Olimpiadi agognate e dannate perché a Londra e Rio viene beffata: due quarti posti per un dettaglio, quello che ti fa lavorare e impazzire in allenamento e per il quale un giudice può penalizzarti privandoti di una medaglia. 
Nel 2016 si rompe ancora il tendine durante la finale del corpo libero a Montreal. Posso solo immagine il dolore, fisico e morale. Ma Vanessa si riopera, si impegna ancora, ma la vita non le da tregua e nel 2019 altro intervento chirurgico a entrambe le caviglie. L'anno precedente alle Olimpiadi di Tokyo. Questa volta, il virus la aiuta, spostando i Giochi di un anno. 
E quest'anno Ferrari ritorna sul tappeto. Sfiora la medaglia a squadra. Questa mattina si porta a casa l'argento con una prestazione fantastica, sicura, determinata. Bellissima! A 30 anni. Nonostante tutto o, forse, anche grazie a tutto. 


Sono proprio queste cose che ti danno la carica, perché quando qualcuno o qualcosa ti dice che "non puoi", allora è bello rispondere "io voglio"
Perché non devono essere gli altri, la vita, la sfiga, il destino o chissà quale altra scusa a decidere quando smettere. Che sia un legamento crociato, un tendine o un muscolo che si spacca, lo decidiamo solo noi. Padroni di noi stessi.
E' più facile capire queste sensazioni se hai fatto sport, al massimo lo segui bene, e sai cosa significa passare attraverso operazioni, gessi, immobilità, riabilitazione, vedere gli altri gareggiare mentre tu stai fermo. 
Provate a immaginare l'atleta che vive in preparazione al mondiale o all'Olimpiade. Duro lavoro per 4 anni. E poco prima, crack, si spezza un tendine. E quei 4 anni precedenti di lavoro duro sono stati inutili, perché l'obiettivo diventa all'improvviso irraggiungibile. E nel migliore dei casi, ti rimetti a lavorare per i prossimi 4 anni. Più forte di prima. Perché se lo sconforto non divora l'atleta, è la voglia di rivalsa che lo spinge, di tornare a saltare, correre volteggiare, in pista nel tappeto. Una motivazione grande così. 

A distanza di ore continuo a guardare i video ti Tamberi, Jacobs e Ferrari e non smetto di emozionarmi.
Non è solo sport. C'è un mondo di fatica, sacrifici, fame, sudore e dannazione per arrivare alla redenzione.

Bravi ragazzi e grazie per le emozioni.


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