Che serva di lezione e che si impari quella degli sport minori

 Non c'è due senza tre. Spero che il quattro non venga da sé. 


Così anche a questo mondiale la nazionale italiana resta a casa. Ha perso lo spareggio ai rigori contro la Bosnia Erzegovina. Complimenti a loro e in bocca al lupo.


Quanto a noi, non riesco a dispiacermi ma mi chiedo perché la Nazionale non va ai mondiali di calcio e perché le ultime due volte che è andata a una competizione, Mondiali del 2014 ed Europei del 2024, ha fatto brutta figura? 


Domande da 100 mila dollari e altrettante risposte, una più paranoica dell'altra.


Tutto sommato, la Nazionale non aveva fatto così schifo nel girone di qualificazione. Purtroppo ha cannato la prima partita contro la Norvegia, che invece non ne ha sbagliata una nemmeno per sbaglio. Il ritorno era ininfluente per la differenza reti, per qualificarsi direttamente avrebbe dovuto vincere tantissimo a zero e la sconfitta è stata il risultato della demotivazione (che comunque non doveva capitare in quella misura vergognosa). Una volta le migliori seconde si qualificavano, invece nel calcio moderno tutto soldi e basta, si fanno gli spareggi. Più partite, più soldi per l'UEFA.


Non so cosa ci sia di sbagliato nel calcio italiano e onestamente non so se si può definire ancora italiano, visto il numero di stranieri in campo (sono così tanti che sono anche in panchina, in tribuna, a letto con le mogli dei compagni - e non solo, forse), di allenatori stranieri e di proprietà straniere (nell'attuale Serie A, 11 club su 20 sono di proprietà straniere). 
Troppi stranieri. 
Una volta ce ne erano 3 per squadra. Ma erano quelli forti. I tedeschi dell'Inter, gli olandesi del Milan, gli argentini del Napoli. Mattheus, Brehme e Klinsmann, Van Basten, Gullit, Rijkaard, Maradona e Caniggia, poi Ronaldo, Papin, Savicevic, Zidane erano tutti di un altro pianeta e alzavano il tasso tecnico anche degli italiani. Che, oh, non era comunque disagiato: Roberto Baggio, Del Piero, Totti, Pirlo, Baresi, Maldini, Donadoni (potrei nominare tutto il Milan di Sacchi e Capello). Si era un calcio diverso, mio papà può dire di aver visto giocare Sivori, Charles, Vinicio, Conti, Rossi, Tardelli, Zoff e direbbe che erano meglio loro. 


Ma era un calcio più tecnico, mentre ora è veloce ma meno tecnico. Molto meno tecnico, direi scarso. 
Fai fatica a vedere uno stop giusto, tutti a inseguire (il pallone) invece che a seguire.
Ci si stupisce quando un giocatore salta l'uomo! E cosa dovrebbe fare, per Dio! Passarla indietro? Stupirsi perché un calciatore fa quello che dovrebbe fare rende l'idea, vero?!
C'è meno fantasia e troppa tattica
L'allenatore ti dice cosa fare in campo, ma come lo decide il giocatore e non vedo fantasia in campo. Solo stop a inseguire
Non vedo più tanti tiri, si arriva in area di rigore e non si tira più in porta, al massimo un appoggio. Ma cazzo sei in area di rigore chiudi gli occhi e tira una bomba che tanto hai i piedi di marmo cosa cerchi di piazzarla? Se non si tira in porta dentro l'area di rigore, figuriamoci da fuori area. 
Eppure, a me hanno insegnato che si segna se si tira in porta. Invece il calcio moderno insegna a segnare dai calci da fermo. In pratica i calciatori corrono tanto per cercare di prendere un corner o un fallo il più vicino possibile all'area di rigore. Poi che sarà, sarà.
E come non vedo tiri in porta, non vedo nemmeno i portieri uscire a mani alte. Per la miseria, possono prendere il pallone dove la testa degli avversari non arriverà mai e non si muovono dalla linea di porta! Tanto che quelle poche volte che escono fanno disastri. 
E non possono nemmeno uscire perché quando si batte un calcio d'angolo sono tutti ammucchiati sulla linea di porta (guardatevi una partita dell'Arsenal, che ha una notevole media realizzativa dai calci da fermo).
In compenso sono armadi quattro stagioni che occupano mezza porta e l'altra ci arrivano con un balzo.
E nonostante il tasso tecnico sia vergognoso, gli allenatori (che sono  ex calciatori degli anni '90 del secolo scorso, che forse pensano ci sia ancora  la qualità di quegli anni) si ostinano a far iniziare l'azione dai portieri, coi piedi. Addirittura. Se i difensori non sono capaci di fare un passaggio, immaginatevi un portiere. E infatti da qualche anno si vedono ancora cose imbarazzanti che non succedono nemmeno nei peggiori campi di terza categoria, dove il campo è spellachiato mentre in Serie E giocano su tappeti d'erba fitta e perfetta.


Credo che paghiamo quello che siamo. Anzi, pagano quello che sono. Non è colpa di Gattuso, prende quello che ha a disposizione. Sì è vero Conte ha trasformato Giaccherini in Giaccherinho ma le botte di culo capitano e alla fine più dei rigori contro la Germania non è riuscito a fare anche lui. Il materiale, cioè i giocatori a disposizione, del CT è davvero deludente. Bastoni non l'ho mai considerato un buon difensore (come Bonucci, che finalmente ha trovato il suo posto, cioè in panchina). Gli riesce bene nell'Inter perché ha uno squadrone attorno (perché stasera invece di falciare l'avversario non lo ha contenuto? Il bosniaco era largo, eravamo in vantaggio, in porta c'era Donnarumma e se proprio non ce la faceva meglio l'1-1 in parità numerica che l'1-1 sotto di un uomo in casa loro in un ambiente infernale).
Nel 2013, Roberto Baggio aveva presentato un dossier di 900 pagine per migliorare il calcio italiano, ma non è stato preso in considerazione e ha deciso di dimettersi da responsabile del Settore Tecnico della Figc. Spero che Baggio abbia tenuto quel documento. Potrebbe essere ancora utile.


Allora, cosa facciamo? Qual è la via d'uscita?
Intanto la si deve indicare al presidente della Federazione. Arrivato al secondo fallimento consecutivo, non può piangere colpe del sistema e dire che lui le responsabilità se le è sempre prese rimettendosi a decisioni altrui.


Una ricetta magica non esiste. Io però vedo una cosa in altre nazionali italiane di altri sport, maschili e femminili, per esempio in quelle di pallavolo che hanno letteralmente vinto tutto negli ultimi anni: coltivare il settore giovanile. Non è uno sport ricco come il calcio, eppure vince. Non è del tutto a posto, però i risultati sono davanti a tutti. 
Non ci sono proprietari stranieri né giocatori strapagati. Se vedi Simone Giannelli, il miglior giocatore di pallavolo al mondo, penseresti che è un impiegato coi capelli un po' lunghi e il pizzetto (chiedete all'ex direttore di Rai Sport che una sera non lo ha riconosciuto nemmeno lui) che forse nei weekend suona e canta in qualche locale. 
Nel 2025 la nazionale Under 21 femminile ha vinto il Mondiale (argento nel 2019, oro nel 2021, argento nel 2023, fanno quattro podi consecutivi centrati negli ultimi sei anni) e quella maschile è arrivata seconda (argento nel 2019, l'oro nel 2021 e l'argento nel 2023, anche qui quattro podi). Mi viene in mente una parola: continuità. Che nel calcio non conoscono. Se non nel fallimento.
Anche il basket sta migliorando molto e ottenendo ottimi risultati con le giovanili: nel 2025 la nazionale maschile Under 20 ha vinto i Campionati europei, l'Under 20 femminile e l'Under 18 maschile si sono messe al collo due bronzi. Con il bronzo della Nazionale maggiore femminile agli Europei, fanno quattro medaglie, di cui tre a livello giovanile: i primi frutti dei talenti coltivati negli ultimi anni.


Ecco cosa fanno pallavolo e pallacanestro: coltivano talenti. Che non è semplice, non è immediato, ma porta risultati e continuità.

Nel calcio non è così. Si vuole tutto e subito. Se i calciatori sono giovani, sono stranieri. Per una legge sbagliata. I loro valori di mercato sono esagerati. I procuratori hanno troppo potere.


Girano troppi soldi. E vengono usati male. La Juventus negli ultimi anni ha comprato giocatori stranieri scarsi pagandoli un'esagerazione quando aveva in casa talenti costruiti nel suo settore giovanile (Fagioli, Nicolussi Caviglia, Rovella, Kean non sono peggio di Koopmeiners, Arthur, Gonzalez e David). Se perdi imbottito di stranieri perché dici che costano meno ma sono più bravi degli italiani, i conti non tornano.


Meno tattica, meno soldi, meno squadre in Serie A e Serie B, meno stranieri, meno entusiasmo non appena qualcuno esprime l'ordinario, per non bruciare giocatori ancora inespressi (Macheda? Camarda?).
Più fantasia, più tecnica, più responsabilità, più carattere. Se dai lo spazio giusto a un giovane, questo cresce. Lo zio Bergomi o Buffon lo possono spiegare bene.


In generale vedo un abbruttimento del calcio. È un incremento spropositato dei costi. Sapete una cosa? Nella Premier Leaguela crescita dei ricavi non compensa l’innalzamento degli stipendi dei calciatori e le sempre maggiori cifre spese per i trasferimenti. Resta sempre un generatore di 15 miliardi di euro di fatturato, mentre la nostra Serie A si ferma a 1/3 con la maggior parte che va alle solite note squadre, mentre alle altre vanno le briciole.
Negli anni 2000 si parlava di corsi di management sportivo, poi alla fine nei club, nelle federazioni e nelle leghe ci vanno ex calciatori o i loro figli o persone con le conoscenze giuste ma le competenze sbagliate. Con questi risultati, per la gioia di chi ha pagato per i corsi (o le lauree). 


 Il tasso tecnico è così basso che nazionali come Italia e Bosnia si equivalgono. E comunque, in superiorità numerica alla Bosnia non sono bastati 120 minuti per battere l'Italia.


Forse era quello che serviva. Spero che questa sconfitta insegni una lezione a chi deve impararla. Al prossimo presidente federale, sperando che ce ne sia uno presto. Spero che questa sconfitta faccia capire la lezione della pallavolo e della pallacanestro, due sport minori che invece mangiano gli spaghetti in testa al calcio. A proposito di mangiare spaghetti.


Fonte foto: figc.it

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Sportività

 Tre cose sulla partita di ieri sera.

1) Ieri sera, nella giornata dell'amore, si è scatenato l'odio. Quello che mi ha dato più fastidio è stata la mancanza di sportività. E quindi anche di rispetto. 
Vedere l'esultanza dell'atleta e dei suoi tifosi per un gesto antisportivo è triste. Oltre che squallido. Soprattutto se arriva da chi per anni ha pianto torti subiti e ha dovuto eliminare la concorrenza per riuscire a vincere qualcosa che prima non era stato capace.
Se lo sport italiano è regolato dalla legge del taglione allora si deve cambiargli nome. La mancanza del denso di sportività toglie tutto il significato. Chi esulta per un gesto simile non è migliore dell'altro. È triste e indegno. È antisportivo. 

2) Ieri sera ho visto due squadre di basso livello. Qualitativamente. Lente. Non reattive. In superiorità numerica l'Interr poteva e doveva vincere prima del 90°. 
Non ho mai ritenuto Bastoni un bravo giocatore, come non li ritenevo Chiellini e Bonucci per altro. Nell'Inter gioca bene perché ha una buona squadra attorno e infatti si vede la differenza in Nazionale dove è insicuro. Ieri è stato antisportivo e non ha rispettato la maglia che indossa né quella della Nazionale. Non credo purtroppo che per questo non verrà convocato, ma se dovesse succedere non sarà una perdita.

3) Il calcio non è più uno sport di contatto. I giocatori si buttano a terra al minimo contatto. Cadono in avanti quando vengono tirati per la maglia invece di cadere all'indietro. Si toccano il viso quando vengono sfiorati sul braccio. Urlano di dolore al minimo tocco. Gli arbitri ci cascano. Il VAR sarebbe perfetto se al suo controllo ci fosse qualcuno di competente e, forse, onesto. Perché a vedere certe decisioni un po' di perplessità mi resta.
In sintesi, il calcio non è più uno sport ma è uno spettacolo, di bassa qualità, che non merita tanta attenzione.

Un'ultima cosa: scriverei queste anche per altre partite, anche di una dove non sarebbe coinvolta una squadra che non tifo. Perché non mi definisco un tifoso, uno di quelli che pensano con il cervello scollegato e si esaltano e si incazzano per la minima cazzata.
Mi piace vedere lo sport e prima di tutto lo sport è un gioco e lo sport richiede rispetto dell'avversario, in campo e sulle tribune. Tutto il resto è un mesto spettacolo.







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Stesso pianeta, mondi diversi

Nel pianeta terra siamo oltre 8 miliardi. Non so come facciamo a starci ma in un modo o nell'altro ci stiamo. 
Cinque anni fa la natura se n'è accorta e ha pensato di farne fuori un po', tra i più deboli e tra i più scemi. 
Poi ci ha pensato l'uomo facendo fuori i vicini di casa con un vero e proprio genocidio ma reclamando un preciso motivo quando in realtà immagino ce ne siano molti altri che ignoriamo e ci fanno ignorare.

Ma non è questo che mi turba. O meglio non è solo questo che mi turba. Sono anche tutte le relative conseguenze. C'è chi non ha più una case né un pasto. C'è chi non ha più niente a causa di chi si è arrogato non so quale diritto di toglierlo.
Ma c'è chi vive in dimore da milioni di euro o dollari e in garage ha auto che ne valgono almeno un quarto ed è sicuro di tre pasti al giorno più gli extra.

Nello stesso pianeta, la Terra, esistono due mondi differenti. Non sono due mondi paralleli, non stiamo vivendo due diverse realtà divise da salti temporali, al massimo da fusi orari. Quando qualcuno va a dormire nel suo letto comodo c'è chi nello stesso pianeta nello stesso tempo nemmeno si alza perché non ha mangiato e non ha le forze per alzarsi ma tanto, non ha nemmeno un materasso per dormire. Perché nemmeno su quelli degli ospedali può contare, perché anche gli ospedali non ci sono più.

C'è chi muore svolgendo il proprio lavoro perché vuole far conoscere la realtà al suo mondo, armato di macchina fotografica, videocamera e pc e c'è chi facendo lo stesso lavoro fa marchette protetto e sicuro, forse sottopagato e parliamone pure ma di questo meglio in un altro momento.

Qualche settimana fa ero in un supermercato, una catena locale. Passavo attraverso le corsie ed ero frastornato dalla quantità di cose da mangiare bere pulire giocare esposte negli scaffali in maniera ossessiva e soffocante. Poi sono passato davanti al banco dei salumi e mi si è ritorto lo stomaco.

Il banco frigo era colmo di una distesa di vaschette di plastica con salumi affettati, pronti per essere presi pagati e consumati. Due cose contrastanti una con l'altra mi hanno colpito: la totale assenza di contatto umano rappresentato da quel dialogo tra salumiere e cliente che mi colpiva sempre da bambino, perché qui prendi quello che ti serve senza chiedere né salutare mostrando educazione e gentilezza e l'esagerata quantità di beni di prima necessità (lo sono ancora?) messa in mostra come gioielli.

Ho chiesto alla signora addetta al reparto se si vendono tutte e altrimenti cose ne fanno di quelle avanzate. Mi ha risposto che certamente si vendono tutte e che in caso le buttano.

Sono stato travolto dal suo sorriso a rassicurarmi, di non fare troppo il progressista. Non ho potuto non trattenere un groppo in gola non pensare a chi non può più permettersi una di quelle vaschette ed è costretto a implora un po' di cibo e sta morendo, per colpa di quello che si è arrogato quel non so quale diritto di privarli dei diritti della personalità e di tutti gli altri che in vari modi più o meno obliqui lo sostengono. Quel sorriso meschino e quelle vaschette mi hanno fatto sentire un grande senso di ingiustizia. Mi sono chiesto se me le meritassi, se tutti noi ce le meritassimo. Perché noi sì e altri invece no. Questo mondo è davvero giusto?

E io che ne faccio parte cosa faccio per renderlo giusto?




Il video l'ho trovato sulla pagina Facebook Gatot Garislurus

Rompiamo tante le scatole e ci rompiamo tante le scatole perché pensiamo di meritarci tante cose quando invece c'è qualcun altro che invece ne ha bisogno e c'è una differenza tremenda.
Ho pensato allo spreco di quelle vaschette che vengono gettare se non vengono vendute quando invece dovrebbero essere d(on)ate a chi ne ha bisogno.

Ho guardato Tommaso a Teresa che guardavano con occhi vuoti e un'espressione di chi chiede chiarimenti perché forse avevano capito il mio malcelato sgomento. Loro ancora non riescono a capirlo. Vorrei non avessero bisogno di capirlo in futuro perché allora questo mondo è stato capace di rendersi giustizia. Ma è una speranza che al momento è privo di qualsiasi fondamento.

Se quelle vaschette sono il simbolo della modernità e del progresso, stiamo sbagliando tutto e dobbiamo subito fare qualcosa per cambiare.


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Ci hanno ingannato. Un'altra stagione di promesse mancate

Lo so, le reazioni a caldo non sono le migliori ma voglio buttarle giù subito perché altrimenti con una notte di mezzo rischierebbero di perdere il senso e poi le scrivo cercando un barlume di lucidità. Ma di solito le mie riflessioni a caldo sono incredibilmente lucide, quella lucidità per capire la rabbia provocata dall'ennesima delusione. Per sette anni di delusioni. Perché anche quest'anno il L. R. Vicenza è riuscito a deludere i suoi tifosi. O almeno chi credeva che questa potesse essere la stagione giusta per tornare finalmente in B. E invece, dopo il buon esordio nei play off di serie C contro il Crotone che aveva fatto ben sperare, di colpo nelle due semifinali contro la Ternana c'è stata una involuzione incredibile. Due partite importanti giocate con sufficienza leggerezza senza nervo voglia grinta voglia di vincere. Con tutte quelle cose che non si devono avere e senza tutte quelle cose che si devono avere. 


Domenica ero allo stadio per la partita di andata, perché ero uno di quei tifosi fessi che credeva fosse l'anno giusto. Ma più passava il tempo e più vedevo cosa combinavo i giocatori in campo e più mi rendevo conto che i miei vaneggianti timori iniziali (cioè da quando è iniziata questa nuova gestionesette anni fa) si stavano materializzando.


A inizio stagione ho messo da parte i miei vaneggianti timori e mi sono buttato nella mischia di quelli che credevano che questa potesse essere la stagione giusta per tornare finalmente in B. E cominciare con qualche anno di ritardo a risalire la china per tornare in quella Serie A che l'allora neo proprietario e salvatore voleva raggiungere in cinque anni. Ma ne sono passati sette e siamo ancora dove eravamo. 


Cos'è che non va? 


Facciamo una analisi di come sono andati questi anni, da quando la S. S. Vicenza Calcio è fallita nel 2018 e viene rilevata all'asta di liquidazione dalla Virtus Bassano, che trasferisce la sede sociale a Vicenza e cambia denominazione in L.R. Vicenza Virtus S.p.A. e nel 2021 viene modificata nella attuale L. R. Vicenza. Così tutti i tifosi sono ancora più convinti di tifare Vicenza. 
Nel 2020 c'è stata la promozione in B grazie al Covid che ha fermato il campionato quando la squadra era in testa con 6 punti di vantaggio dopo 27 partite (5 potenziali perché il Carpi, terzo, aveva una partita in meno). Era fine febbraio e c'erano ancora 11 gare da giocare, poteva succedere ancora di tutto.
A Bassano era capitato spesso che un girone di andata fosse stato mandato a ramengo con uno di ritorno sciagurato nonostante una superiorità schiacciante.
Nel 2022 dopo due stagioni in B e dopo un inizio di stagione caratterizzato da qualche screzio in ritiro tra allenatore e dirigenza (cosa è successo ad Asiago tra mr. Di Carlo e i dirigenti lo sanno solo loro e qualche solito ben informato), zero punti in cinque partite e ben tre allenatori (dopo Mimmo sono passati Cristian Brocchi e Francesco Baldini) è stata retrocessa in C perdendo senza gloria lo spareggio salvezza contro il Cosenza.
Il Lane è in Serie C dal 2022. Questo è stato il terzo anno consecutivo di Serie C. La pessima sconfitta di questa sera lo condanna al quarto. Sono anni di tantissimi bassi e qualche alto, come la Coppa Italia di Serie C che però non riescono a fare nemmeno quel guàivo del detto popolare.


Intanto ormai sono passati sette anni da quel luglio 2018 e dal pronunciamento di raggiungere la Serie A in cinque anni. E siamo ancora al punto di partenza.


Guardando le due partite della semifinale contro la Ternana mi sembrava di rivederne alcune già viste: solo per fare degli esempi, posso citare il ritorno di Cosenza costato la retrocessione in C, le due partite della finale play off dell'anno scorso contro la Carrarese e le tante trasferte di quest'anno dove sono stati lasciati sul campo troppi punti. Come la trasferta fatale a Verona.
Partite strane giocate con svogliatezza, quasi superiorità e superbia pagate a caro prezzo in classifica. 
Il Lane è una Nobile Provinciale ma forse più provinciale che nobile, rispetto a quella definita così negli anni '50 del secolo scorso. 
Quel termine sottolineava il prestigio e la dignità della squadra, nonostante la sua origine provinciale. Questa società e i giocatori la dignità l'hanno gettata nel Bacchiglione. Forse è meglio definirla Nobile Decaduta


Come detto prima, rivedo le stesse dinamiche del Bassano Virtus: tanti anni in C2 con strepitose galoppate terminate in anticipo per poi perdere i play off in finale o semifinale. Solo grazie al fallimento di diverse società, alla fine della stagione 2009-2010, chiuso al 7° posto, viene ripescato in C1 dove però resiste solo due stagioni (come il Vicenza in Serie B).
Nel 2013-2014 riesce a stravincere il campionato di C2 con 12 punti di vantaggio, ma è inutile perché è l'anno che non prevede alcuna promozione per la riforma che sopprime C1 e C2 e istituisce un unico campionato, la Lega Pro. Anche qui riesce sempre ad arrivare ai play off perdendoli la prima volta in finale contro il Como e poi ai quarti di finale al massimo. Insomma, una eterna promessa come quella del nuovo stadio di Bassano, rimasto sempre un progetto.
Come quello del nuovo stadio Menti, altra analogia nella gestione del club dopo quelle sportive.


Dove voglio arrivare con questo confronto? Due società che hanno avuto la stessa proprietà che ha fatto le stesse promesse e ha dato gli stessi risultati, che lascio a voi giudicare.
Ma alla fine, gliene frega davvero qualcosa del calcio, dei tifosi, della Serie A in cinque anni? 
Mi viene in mente Jari Vandeputte, un centrocampista di classe che non ha voluto rimanere a Vicenza preferendo un club che ambiva alla promozione in Serie B, alla fine ottenendola. Mi fa pensare che club e giocatore non avessero le stesse ambizioni.


L'attuale proprietà non ha salvato il Vicenza dalla scomparsa del calcio professionistico, ma ha salvato il calcio professionistico a Vicenza. La differenza può sembrare sottile ma è enorme! Per mantenere un club professionistico nel capoluogo lo ha fatto sparire a Bassano con molte polemiche. Posso immaginare come i bassanesi si siano sentiti ingannati.


Per spostare un club da una città a un'altra è stato sufficiente un milione di euro all'asta.
La Serie C costa, l'anno scorso il Vicenza ha chiuso con una perdita di oltre 9 milioni di euro. Però la sua proprietà è una delle più facoltose del calcio italiano. Non della Serie C ma di tutto il calcio italiano.
Cosa sono 9 milioni di perdite con un patrimonio di 3,7 miliardi di dollari e con tutte le società del gruppo che vanno bene? E come fa a non raggiungere obiettivi sportivi che invece raggiunge chi ha un patrimonio inferiore?


Ho sempre avuto il sospetto che del calcio, dei tifosi, della maglietta, della Serie A in cinque anni, non gliene sia mai fregato niente. Come i fondi di investimento, il calcio è un mezzo per qualcos'altro, che sa solo chi lo sfrutta.
Altrimenti non mi spiego questi risultati sportivi, queste prestazioni in campo indecorose, indegne, irrispettose per quei tifosi che si sono presi 1 o 2 giorni di ferie per andare a vedere la partita in trasferta. 


Gli 83 punti di quest'anno non bastano a salvare la stagione. L'obiettivo dichiarato era la promozione che è stato fallito. Dopo questo ennesimo fallimento aspetto quei tifosi all'apertura della campagna abbonamenti: posso capire la fede calcistica, posso capire che finché ci sono i colori e la maglia che corre in campo, ma credo sia arrivato il momento di darci un taglio, di smetterla di farsi prendere in giro e nella prossima stagione di spendere i 90 minuti altrove invece che al caro vecchio stadio Menti.


Se Mr. Vecchi non vuol sentire parlare di mancanza di voglia (complimenti Giancarlo per la domanda, ci stava tutta!) non so come siano scesi in campo i giocatori. Se hanno davvero messo in campo tutto quello che avevano, allora avevano davvero molto molto poco.
Sono partite come queste che mi lasciano perplesso (eufemismo all'ennesima potenza). Non puoi uscire dal campo con la maglia che non puzza di fatica. E non azzardarti a lanciarla ai tifosi, ma toglitela perché non la meriti.


Forse il Vicenza è più provinciale che nobile adesso. Negli ultimi 30 anni il Vicenza ha fatto 5 anni di Serie A (quattro consecutivi dal 1995 al 1999 e poi un altro nel 2000-2001) e poi 18 di Serie B (sarebbero stati 16 senza i due ripescaggi dalla retrocessione in C alla B) e 7 di Serie C. Lo aspetta l'ottavo.
Chi non ha neanche 30 anni non ha mai visto il Vicenza in Serie A. Io dopo anni bui in Serie C a fine anni '80 ho avuto la fortuna di vivere degli anni gloriosi, le promozioni dalla C alla B, Ulivieri Pizzi Cantarutti Gasparini Briaschi Praticò Lopez D'Ignazio che fa gol all'Empoli quasi da centrocampo, la promozione in A la Coppa Italia il sogno della Coppa delle Coppe Guidolin Otero Mendez Björklund Jimmimaini Belotti che prende a ginocchiate sulla schiena Andersson la fuga di Iannuzzi Gasparin che piange in tv dopo a Varsavia Ambrosetti che segna al Napoli un attacco Comandini-Luiso-Bucchi che non vedrò mai più a Vicenza.
Chi ha 25 anni ha visto la mediocrità di un calcio mediocre, Ebagua perdio mentre Giacomelli scalava la classifica delle presenze scavalcando una leggenda come Giulio Savoini, perdiosantissimo!


Non so se riuscirò ancora a seguire il Lane l'anno prossimo. Come tutti i tifosi mi ero fatto illudere, ingannare. Tante promesse elettorali cadute in corsa. Se davvero scendi in campo per raggiungere l'obiettivo quella maglia a fine partita deve trasmettere tutta la fatica che hai fatto per raggiungere l'obiettivo. E se non ce l'hai fatta pazienza, almeno ce l'hai messa tutta. Domenica sera e stasera non hanno messo niente.



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Bandiere, libertà e Costituzione al Giro d'Italia

Si devono vivere certe cose per capirle e provare certe emozioni. Perché quando ne vieni a conoscenza in modo indiretto tramite i mezzi di informazione o perché te le raccontano, non puoi provare le stesse cose di chi le ha vissute. Per quanto tu possa essere la persona più empatica del mondo, non potrai mai sapere cosa significa quello che hanno vissuto le altre persone.
Ieri ho potuto vivere una di quelle situazioni che di solito mi raccontano o che leggo sui giornali che mi fanno rimanere con tante domande e sospeso tra stati d'animo diversi e contrastanti.

Ieri a Vicenza c'è stato l'arrivo di una tappa del Giro d'Italia. Uno di quegli eventi che coinvolgono e stravolgono le città dove passa la carovana rosa, soprattutto se in quella città in non c'è un cazzo da fare (che storia eh!? Argomento che ho già trattato più volte e che mi farà ritornarci sopra perché merita. Mestamente!).
Il territorio vicentino è così vario che sui Colli Berici comprende anche dei tratti in salita davvero tosti così sono andato a vedere il passaggio a S. Giovanni Monte, sopra il comune di Barbarano Mossano.
Mi sono messo d'accordo con Infe, il mio compagno di concerti e uno della banda dei Cinghiali Notturni, gli amici con i quali esco in giri notturni in mountainbike. Trovarsi lungo la Riviera Berica vuota e senza macchine è stato molto strano e bello. Da qui siamo saliti lungo la strada di San Rocco tra una chiacchiera e una madosca per certi tratti che hanno richiesto uno sforzo alto e un rapporto basso.
Tagliando per un sentiero infangato grazie all'intransigenza di un anziano addetto al controllo passaggi abusivi, lungo un tratturo che si immetteva nella strada principale (che però si poteva percorrere se arrivavi da un'altra parte!), siamo arrivati  al GPM di San Giovanni in Monte (4a cat., 5 km al 6,6%) piazzandoci poco dopo, su un tratto lievemente in salita dove potevamo vedere bene i ciclisti. 

Mentre eravamo in attesa del passaggio e cercando di capire quanto potesse mancare, essendo in una zona dove il segnale del telefono non riusciva a raggiungerci, io e Infe stavamo facendo passare il tempo con profondi ragionamenti sul più e sul meno quando a un certo punto si è fermata un'auto a qualche metro da noi. Mentre scendeva un signore tarchiatello con il distintivo della Polizia ho pensato che ci avrebbe chiesto di spostarci ulteriormente e di non stare troppo sul ciglio della strada, visto anche che le auto al seguito dei ciclisti ci avevano quasi fatto il filo. 
In effetti aveva una richiesta ma non era per entrambi ed è stato molto diversa da quella che mi aspettavo: "Può farmi vedere un documento?" ha detto a metà strada tra un ordine e una domanda rivolgendosi a Infe che evidentemente, capendo la situazione in leggero anticipo rispetto a me, cercando la sua carta di identità con gentilezza ha chiesto: "C'è qualcosa che non va?". Il tempo molto breve a realizzare cosa stava succedendo e sono sbottato, pur se in modo educato.
"C'è bisogno di chiedere e fotografare un documento? Non mi sembra stia facendo qualcosa di male, anzi!" ho esclamata incredulo, vivendo una di quelle situazioni che ho sempre letto o sentito raccontare.
"No niente, infatti, è solo una richiesta" ha risposto il solerte agente in borghese.
"Mi scusi posso sapere in forza di quale qualifica ha fatto questa richiesta?" ho chiesto con la pressione sanguigna in salita.
Pensando valesse come una risposta, l'agente mi ha mostrato il distintivo agganciato ai passanti dei suoi jeans.
"Lo so, avevo visto. Quale è il suo grado?" ho chiesto mantenendo la calma e l'educazione che i miei genitori mi hanno insegnato.
"Io sono il responsabile della sicurezza della Polizia. Lavoro per il vostro bene" ha risposto in modo fermo ma arrogante il responsabile della Polizia che lavora per il nostro bene, senza però rispondere alla mia domanda dirigendosi verso l'auto senza neanche salutarci.

L'agente si è rivolto a Infe, il "colpevole" era lui non io ma per tutta la durata della scena e anche successivamente quell'agente mi ha lasciato un profondo senso di avvilimento e di rabbia. Per la sua arroganza, la sua freddezza, per aver abusato della sua superiorità nei confronti di chi non può rispondere con la stessa misura. Mi sono sentito schiacciato. 
Se viviamo in un paese che riconosce tra i suoi principi fondamentali quello di essere una Repubblica democratica, che ripudia la guerra, che riconosce a tutti il "diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", che bisogno c'era bisogno di chiedere i documenti a Infe solo perché aveva in mano la bandiera della Palestina? Avesse avuto quella di Israele si sarebbe fermato?
No, la mia sicurezza non si è sentita per niente tutelata da quella persona anzi, è stata schiacciata. Mi sono sentito oppresso e anche spaventato. I miei diritti non sono stati riconosciuti. Ma mi sembra sempre più evidente come la nostra Costituzione non sia rispettata nemmeno dalle istituzioni che invece devono rispettarla e devono lavorare secondo i suoi principi fondamentali.

Il fatto che Infe non sia stato l'unico a essere identificato per lo stesso motivo da un esponente delle forze dell'ordine (quale ordine?) mi preoccupa ancora di più.



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Buon 1° maggio

Buon 1° maggio a tutti i Giuseppe.


Buon 1° maggio a tutti i lavoratori e a tutte le lavoratrici che oggi si possono godere di un giorno di riposo, meritato o meno che sia.


Buon 1° maggio a chi oggi invece lavora per prestare il suo servizio, che sia per garantire la sicurezza e la salute delle altre persone o perché per loro oggi è un giorno come un altro. Agli autisti dei mezzi pubblici, alle forze dell'ordine, a medici e infermieri, a chi non chiude il negozio, agli addetti alla raccolta rifiuti che questa mattina si sono alzati lo stesso perché è un giorno qualsiasi.


Buon 1° maggio ai sindacati che dopo essere stati costretti alla tortura del loro discorso in stile anni '70 del secolo scorso o del presenzialismo in qualche posto noto solo per qualche triste fatto, sono tornati da dov'erano venuti. Buona festa del lavoro a voi che uscite dal vostro guscio quando ormai è troppo tardi e non per evitarlo, questo troppo tardi e mai per rispondere alle vostre responsabilità. 


Buona festa del 1° maggio ai politici che regalano briciole come se fossero le loro costole mantenendo i propri privilegi. Buona festa del lavoro a voi che non avete mai saputo cosa significhi davvero cercare, tenere e avere un lavoro per pagarvi lo stipendio e con quel che resta mantenersi.


Buon 1° maggio a chi si sbatte dalla mattina alla sera, qualcuno sette giorni su sette, per permettere a chi lo paga di comprarsi l'ultimo modello di telefono e di auto da intestare all'azienda.


Buon 1° maggio alle donne che devono decidere tra lavoro o maternità perché vivono in un Paese fermo, dove una possibilità esclude ancora l'altra, rendendole inconciliabili. 


Buon 1° maggio a chi ha studiato per un lavoro, non lo ha trovato (se lo ha cercato) ma ha la fortuna di farsi mantenere lavorando nell'azienda del papà. 

 

Buon 1° maggio a chi scrive annunci di lavoro mescolando quattro ruoli in un solo annuncio.

 

Buon 1° maggio a chi è troppo vecchio, a chi non ha esperienza ma solo tanta voglia di mettersi in gioco, umiltà di imparare, necessità di far quadrare i conti. 


Buon 1° maggio a chi preferisce resistere e lamentarsi invece di cambiare.


Buon 1° maggio a chi li vuole giovani e a chi fa tutto da solo per risparmiare, scoprendo dopo che il tempo per sistemare le cose costa di più.


Buon 1° maggio a chi ha mandato tutto a puttane, inventando la precarietà con contratti a termine e portando il lavoro all'estero facendo sparire competenze e tradizioni invece di custodirle come quel patrimonio inestimabile che erano, in favore del profitto facile ma impoverendo un popolo intero.

Immagine generata da IA

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Morto un Papa non se fa un altro

È morto papa Francesco I e sono preoccupato. Perché era l'unico rappresentante della parte di mondo sfortunata, debole, povera, emarginata. Sono preoccupato perché ora c'è un grande vuoto e non so se chi lo sostituirà sarà all'altezza del suo operato e della eredità che lascia e porterà il suo messaggio.

Si dice che morto un Papa se ne fa un altro ma è un semplice detto difficile da far corrispondere alla realtà.


Soprattutto in un momento storico terribile come questo. Comanda la rabbia, l'avidità, l'arroganza, l'egoismo, il cinismo e l'opportunismo, un ritorno di un imperialismo insensato e al potere ci sono persone guidate da questi comportamenti. Invece abbiamo un enorme bisogno di sentimenti opposti come il rispetto, la simpatia intesa come sentimento di inclinazione e attrazione istintiva verso persone, l'altruismo, l'empatia, la solidarietà, la gentilezza e l'educazione, che forse racchiude tutti quanti gli altri.


Papa Bergoglio era l'unica personalità capace di rappresentare questi valori.


Papa Benedetto XVI, che non è stato capace di portare avanti il messaggio di Giovanni Paolo II e nemmeno ha dimostrato di averne voglia, dimostra come sia difficile succedere a una grande personalità. Ora c'è da trovare il degno sostituto di Francesco I.
Già il nome scelto da papa Bergoglio anticipava molto chiaramente in che direzione voleva portare avanti il suo pontificato. Non bisogna dimenticare quello che ha fatto anzi, bisogno proseguire quello che lui aveva iniziato.


Diceva che “Davanti alla sofferenza si misura il vero sviluppo dei nostri popoli". La mia concezione di sviluppo prevede che tutto è a disposizione di tutti, altrimenti non si può parlare di progresso ma solo di arricchimento per pochi.


Papa Franscesco ieri ha raccolto le poche forze che aveva per svolgere il suo servizio di pastore, benedire i fedeli e stare in mezzo a loro. Dire che è morto sul campo non è una esagerazione. 


Mi spaventa molto l'influenza che possono avere la politica, l'economia e le persone che comandano. Il nuovo Pontefice deve essere distante da quelle sfere. Se vogliamo un mondo più equo, capace di ascoltare e migliorare, di creare aiuto reciproco, oltre al nostro impegno che possiamo dare alle nostre comunità, ci vuole una guida per la gente comune, non quella che ha già tutto e vuole ancora di più. 


Mi fa schifo e non tollero una realtà che lascia indietro qualcuno mentre altri si arricchiscono. Nessuno è più importante di qualcun altro. Anzi, come diceva il Papa, siamo tutti uguali.


“Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti”. Sono le parole passate alla storia che Francesco I aveva pronunciate il 27 marzo 2020 in una piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia. Non dimenticherò mai la forza di queste parole e di quelle immagini. Non deve farlo nessuno soprattutto i cardinali che dovranno eleggere il nuovo Pontefice. Altrimenti non solo quelle parole ma tutto il pontificato di papa Bergoglio sarà stato vano. Lui ha iniziato un percorso e bisogna portarlo avanti. A iniziare da noi. 


Foto Ansa


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