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Primo giorno di scuola elementare

Il primo giorno di scuola elementare di Tommaso lo stavo aspettando da fine giugno, dall'ultimo giorno di asilo.
E' stato un lungo ma inesorabile avvicinamento, fatto di sporadiche battute generiche dette a Tommaso per l'occasione o scambi di opinioni con Anna all'occorrenza.

E come tutte le cose graduali questa mattina la tensione è implosa. Anna non ha potuto trattenere i lucciconi e un singhiozzo quando ho fatto la prima foto a Tommaso, io per tutta la giornata ho trattenuto dentro tutto nella mia nota incapacità di lasciar andare le emozioni.
Teresa invece era del tutto inconsapevole di quello che stava accadendo ma mi dava l'impressione - e niente niente conoscendola non ci sto andando tanto lontano - di studiare la situazione per capire quello dovrà vivere anche lei tra quattro anni. Anche se li per li era più dispiaciuta di separarsi dal suo amato fratello dopo una intera estate passata quotidianamente attaccati.
Tommaso invece ha realizzato benissimo che la sua vita stava cambiando per sempre quando siamo arrivati: espressione cupa, testa bassa sempre vicino alla gamba della mamma che è stata costretta a entrare in classe con lui.
Da quel che mi ha detto poi Anna, c'erano altri bambini in comprensibili condizioni peggiori e alla fine se l'è anche passata bene, conoscendo alcuni bambini nuovi. Insomma, superato lo shock iniziale, si sta ambientando anche se penso che il freno a mano lo terrà tirato per diversi giorni.
La maestra lo avrà preso per un bambino timido con qualche problematicità a dare confidenza. Che è anche vero ma non sa cosa le aspetta una volta che farà amicizia con gli altri bambini. Rimpiangerà quel bambino schivo e diffidente, com'è successo alle maestre all'asilo.

Intanto oggi il mio bambino (chissà se si vergognerà tra qualche anno quando leggerà queste parole. Se esisteranno ancora. Mah... mi piacerebbe però, dovrei salvare alcuni post, almeno quelli che riguardano la famiglia) ha iniziato un nuovo percorso. Piano piano è sempre meno bambino e parallelamente, forse un po' più velocemente, ne sentirò la mancanza.
Oggi è diventato un alunno e lo sarà per i prossimi 10 anni. Non glielo ho detto per non spaventarsi: ha crisi di nervi quando deve aspettare due giorni per vedere un cartone animato, figurarsi se gli prospetto cosa dovrà vivere per un periodo così lungo che non sa neanche quantificare. Povero il mio tato.

Io il mio primo giorno di scuola non me lo ricordo. Ma non so perché invece ricordo qualche giorno prima quando Marco è venuto a casa mia per conoscerci, perché era l'unico altro bambino in classe con me con altre cinque bambine, poi sei e veniva da un altro asilo.
 Esatto, nel 1984 la classe prima delle scuole elementari di Bertesina, quartiere alla periferia est di Vicenza, era di 7 bambini! L'ultima prima di quella scuola ne ha avuti due, forse tre poi ha chiuso.
Ma quel periodo era tutto più semplice: un libro e cioè il Sussidiario, che presto è diventato il Sussi, termine che ancora adesso non riesco a levarmi dai coglioni! Ma soprattutto solo due tipi di quaderni: a quadri grandi e a righe con i margini.
Nel gruppo dei genitori di prima su WhatsApp ho letto più di 20 messaggi solo per i quaderni! Il progresso non avrebbe dovuto semplificarci la vita invece di complicarcela nel modo più stupido?

Ma queste cose non riguardano Tommaso, sono cose per far incasinare i genitori ancora più del dovuto. Lui e gli altri bambini devono pensare ad altro, a divertirsi e imparare.
Perché da oggi si inizia a fare sul serio, a imparare cose serie. Lui non lo sa ancora, io si e per questo sono terribilmente emozionato. 
Ancora adesso. Sarà empatia ma più facilmente è ansia. So cosa significa avere l'angoscia di fare qualcosa che non ti piace ma ne sei costretto. Ricordo ancora le battute tristi e le risate programmate del Drive In che non riuscivano a rallegrarmi in quelle meste domeniche sere al pensiero di dover andare a scuola!
Da oggi Tommaso, come tutti gli altri bambini al loro primo giorno di scuola elementare, inizia un percorso eccitante e stimolante che gli permetterà di scoprire cose nuove. 
Ha voluto imparare a scrivere da solo e il suo nome un po' ci riesce e distingue alcune lettere. Da oggi perfezionerà la scrittura e sono curioso di scoprire la sua calligrafia. Gesù fa che non abbia quella a zampe di gallina perché mi fa diventare isterico!
E poi imparerà a leggere. La lettura è la chiave di tutto, ti apre tutte le porte che vuoi aprire, potrà imparare tante cose! 
E' proprio questa indipendenza che mi fa combattere tra due sentimenti opposti: la gioia di sapere che potrà fare anche da solo senza di me e la sua mamma al suo fianco che leggono e spiegano, lo sconforto provato perché scoprirà la sua autonomia e indipendenza. Tanto sperata da mamma e papà che alla fine un po' li spaventa piano piano che la ottiene. Come ho già spiegato quella volta col bob,

Se state pensando che il primo giorno di scuola elementare di Tommaso e il passaggio tra i grandi al nido di Teresa mi mettono l'ansia perché misurano il tempo che passa, vi sbagliate. Nemmeno un capello bianco mi deprime. Anzi, in mezzo a quelli rossi la mia testa diventa la bandana del Vicenza! 
Non è il passare del tempo, ma il come lasciamo che passi che mi fa incazzare.
Ma è un'altra storia e il protagonista di questa è Tommaso. Che oggi ha iniziato il suo percorso di studi. E' un bambino curioso e spero che continui a esserlo. Sempre e sempre di più. Che non smetta di fare e farsi domande e di cercare le risposte.
Gli faccio gli auguri più grandi che ogni papà possa fare a suo figlio, che insieme a Teresa resta l'unica cosa che riesce ancora a meravigliarmi.
Vai avanti Tommaso, metti più cose possibili e splendide in quello zaino e in tutti quelli che userai, non facendo quello che ti dicono di fare, ma quello che ti piace fare di più e come preferisci.




Ho scritto quattro volte scuola elementare. Per me rimarrà sempre la scuola elementare!

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Capre e bufali

A pochi giorni di distanza dalle proteste di Bologna per dei tornelli montati alla biblioteca universitaria, arriva il discorso di Marco Rondina al Politecnico di Torino nel corso della cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico 2016/2017.
Marco è un ragazzo di 22 anni, studia Ingegneria informatica ed è il rappresentante dell'Associazione studentesca Alter.POLIS, un altro collettivo di studentesse e studenti universitari, proprio come quelli che hanno fatto casino a Bologna.

Scendere in strada a far casino e a rompere le palle agli altri non è proprio la migliore delle scelte. A mio modesto modo di pensare. E se proprio devi, allora che ne valga davvero la pena. Per esempio, per le condizioni nelle quali è stata ridotta l'università italiana, una volta (tantissimo tempo fa) la migliore d'Europa e adesso una delle peggiori per tasse d'iscrizione accesso e programma al passo con i tempi.

Sarebbe stato più bello se quei collettivi bolognesi o chi per essi avessero fatto casino per questi motivi, invece di prendere dei tornelli come pretesto per dimostrare tutta la propria imbecillità.

Marco non ha dovuto fare casino e rompere le palle agli altri per dimostrare il suo disagio. Ha usato la parola e lo ha fatto in modo ironico all'inizio e poi acuto e impietoso.

E' stato un discorso molto bello e sincero, per niete retorico.


Mi spiace per Marco e per tutti gli studenti, non solo universitari, perché il suo discorso non produrrà nulla altro che delle pacche sulle spalle, tra quelle forti materiali e quelle ideali.
Le parole di Marco sono rivolte a ministro rettore e autorità o pseudo tali varie, ma si è accorto chi era seduto nelle poltroncine rosse? Vedo tante teste grigie e pelate e mi chiedo se e cosa hanno capito e quanto potevano essere interessati al suo discorso e alle condizioni dell'università.
E sarebbe stato bello se tutti gli studendi del Politecnico avessero potuto ascoltarlo, per essere invitati a fare e dare il proprio meglio, per migliorare la loro vita cone quella degli altri.
Due anni fa era intervenuto il presidente del consiglio chiedendo al contratio l'aiuto del mondo universitario, ovvero di quelle vecchie eminenze grigie che pensano solo a difendere la propria cattedra e la definizione di "magnifico" (perché?).

Protestiamo per delle partite di calcio tra miliardari ma non per come siamo ridotti per le cose che valgono davvero la pena. Siamo più informati sui cazzi di pseudo personaggi famosi. 
Ci facciamo rincoglionire da programmi tv idioti. Parliamo e pensiamo nello stesso modo. Le amicizie sono solo di comodo.
Siamo delle capre. Stupide, per altro!
Articoli sui quotidiani, commenti sui social media, atteggiamenti nella vita reale (oh cazzo esiste! Ma davvero?) non riescono a farmi cambiare idea. Anzi la confermano!
Più il tempo avaza e più il nostro cervello regredisce avizzito da modi di dire e di fare diffusi dai social media e dal web in generale e ridistribuiti e fomentati da pseudo giornalismo di pessima qualità.

Influenzando la nostra qualità, perché siamo diventati così stupidi da non riconoscere più le cose che contato.

Dovrebbe esserci un progresso nell'umanita, nella mente umana, a tutto vantaggio della popolazione. Invece non ne vedo neanche un po', o quel poco resta alla portata di pochi che potrebbero permetterselo.
Noi intanto restiamo qui idolatrando miliardari estemporanei con le pezze al culo o diventando euforici per qualcosa che solo poco tempo prima non avremmo mai concepito (chi di voi si alza all'alba per una corsa al sorgere del sole solo perché adesso lo fanno quasi tutti?) e che dura come una briciola di pane in Piazza San Marco a Venezia.

silent party
pokemon go
selfie
Islanda
holy fest
color run
corse di gruppo all'alba
barbe hipster
andiamo a comandare / molto interessante
ma di cosa parliamo
gianluca vacchi
le citazioni con tanto di grafica sentimentale
i pro e gli anti VR46 e Juventus (ma di qualsiasi altra cosa)
i fasci e i comunisti
le isole dei vip e i grandi fratelli
gli apericena
je suis
youtubers
bullismo (ai nostri tempi questa definizione non andava di moda, ci limitavamo a fare a botte all'asilo o alle elementari con bambini e bambine più grandi e/o stupidi/e o maleducati/e)
la bandiera di una nazione sullo sfondo del proprio profilo
le tradizioni straniere che cancellano quelle locali e nazionali
i tatuaggi e il taglio dei capelli come quelli di quelli che si vedono in tivù

E andiamo avanti così. Capre! O bufali, secondo la similitudine di qualcun altro. O una o l'altro, la destinazione rimane quella. Il baratro. Ve ne accorgerete prima?

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Maturità

Mi ricordo ancora molto bene il mio esame di maturità. Nel 1998.
Della magia della notte prima degli esami ho ricordi confusi invece. Non ricordo cosa ho fatto. Forse, sono andato ad una di quelle feste rock di quartiere a limonare (eh... in quei giorni, succedeva anche questo miracolo!). Ricordo invece che non ebbi alcun problema a dormire!
E' stato l'ultimo esame con quella formula, con quattro commissari esterni ed uno interno scelto dagli studenti tra i professori della classe, due esami scritti e due orali.
Il tema era uguale per tutte le scuole, il secondo scritto veniva sorteggiato mesi prima e per l'orale due materie a scelta tra quelle migliori. Quindi dovevi essere bravo a tenerti basso materie scomode ed alzare quelle che preferivi. Praticamente, un auto-biscotto, in gergo sportivo.

Per la prova di italiano c'erano queste tracce (con una breve ricerca su internet sono riuscito a trovarle su questo sito!):

1) I continui successi delle scienze, in particolare della medicina, offrono la possibilità di raggiungere risultati finora insperati, creando nuove condizioni di salute e benessere. Impegnativo e delicato si fa però il lavoro dello scienziato, sul quale incombe la responsabilità di conciliare l'irrinunciabile principio della libertà della ricerca con l'esigenza di evitare i rischi connessi ad eventuali manipolazioni, soprattutto nel campo della genetica. esponete le vostre riflessioni in proposito adducendo la necessaria documentazione.

2) Il romanzo italiano dell'Ottocento. Analizzate questo genere letterario facendo riferimento alle vostre letture e con opportuni rinvii ai testi.


3) Ricostruite il quadro politico ed economico-sociale dell'Italia alla vigilia della prima guerra mondiale, soffermandovi sugli orientamenti del governo Giolitti, sulle scelte da esso compiute e sulle conseguenze che ne derivano nella vita politica italiana di quegli anni.


4) Lo sviluppo tecnologico e le applicazioni che ne sono derivate, soprattutto nella seconda metà del ventesimo secolo, sono all'origine di profonde trasformazioni economiche e sociali. Limitatamente al vostro settore di specializzazione, individuate le principali innovazioni introdottevi e valutatene gli effetti sull'attività produttiva e sulla organizzazione del lavoro.

In un istituto tecnico il secondo non lo puoi proporre. Con la professoressa di italiano che ci siamo trovati non abbiamo nemmeno fatto la Divina Commedia per intero! Fai fatica anche con il terzo perché i professori difficilmente arrivano a quel punto del programma di storia, anche se devono! 
Fui indeciso tra la prima e l'ultima ed alla fine andai per la quarta traccia, uno dei pochi, forse l'unico o forse solo in due, a scegliere il tema di attualità. Gli altri titoli non mi piacevano, non trovavo ispirazione. Con quello iniziai a buttare già i pensieri sparsi su un foglio bianco, un brainstorming che probabilmente deve aver fatto bella impressione sulla commissione. 
Scrissi un pippone dicendo che quello che eravamo era il frutto di quello che era qualcun altro prima di noi, che per questo avevamo immense responsabilità (no, non scrissi quello*) qualcosa sull'evoluzione che se non è alla portata di tutti non serve a una pippa e non è un vero sviluppo, ho citato figure come Ulisse per l'arguzia con la quale aveva ingannato Polifemo e Einstein per l'intelligenza, perché aveva creato qualcosa di davvero utile ma che l'uomo, a causa della sua disgraziata capacità autolesionistica, ha utilizzato nel modo peggiore e più sbagliato.

Nell'esame di ragioneria per fortuna c'era una riclassificazione di bilancio. Forse questo era l'esame. Non ero una cima in ragioneria, che non è un dettaglio in un istituto tecnico commerciale, però mi venivano benino.
Anche alla maturità mi venne benino: ricordo bene quei risconti da quasi 2 miliardi di lire per trovare l'equilibrio di bilancio...

Per tutta la durata degli scritti, mi sentivo immerso in quello che stavo facendo, completamente estraniato dal mondo. Soprattutto durante il tema, sconvolto da quel flusso di coscienza che mi ha portato a scrivere quella filippica e certe riflessioni che prima di all'ora non avevo mai affrontato. 
Ricordo che c'era qualcuno che passava con un carrello con panini e snack e succhi di frutta e bottigliette di acqua. I panini della mia scuola erano una bontà. Ho mangiato tanto durante i due scritti. Ma quando vedo una confezione di Mars non esistono zuccheri che mi trattengono.

All'orale portai finanza e matematica. Matematica. Io che avevo preso due (sì, 2) nel compito di probabilità e statistica e poi ancora due (esatto, 2 ancora) nel compito di recupero. Ricordo che chiesi alla professoressa "quante probabilità potevano esistere di prendere un doppio due nel compito di probabilità". Mi rispose che se fossi riuscito a calcolarlo, mi avrebbe dato 7! Ho preferito evitare il triplete.
Per finanza andò tutto liscio. La professoressa si diceva che odiasse le ragazze. Non potevo esserne certo né mi interessava però guardandola qualche dubbio potevi avercelo. All'orale di matematica, nonostante mi fossi preparato bene anche con delle ripetizioni, il calcio sulle palle. Il commissario ti scazzottava di domande, veloci, una in fila all'altra, senza tregua. Potevi alzare i guantoni per difenderti ma uno spiraglio riusciva sempre a trovarlo per raggiungerti. E non appena trovava quello giusto, ti inchiodava all'angolo e ti massacrava. Glielo avevo visto fare con altri miei compagni prima di me, ma caddi anche io nella sua trappola. Cercai di sviare, creare un diversivo, ma niente. All'inizio brillante, poi al primo passo falso la furia. Forse a lui stavano sul cazzo i maschi. 

Subito dopo, passai alla verifica degli scritti. Quello che mi dissero le due professoresse fu indimenticabile. Quella di italiano mi disse con una certa trepidazione che il mio tema era stato "il migliore della classe, forse dell'istituto". Mi sorpresi, non pensavo addirittura fino a tanto. Non so ancora se era un confronto generale o meno, perché se siamo stati solo in due a scegliere quel tema non ci voleva una impresa.
L'altro colpo di scena per l'esame di ragioneria: "Il tuo esame è sufficiente"! Porc'! "Sul serio?" chiesi a bruciapelo, forse con due occhi sgranati come quelli di un gatto in mezzo la strada che si vede venire addosso una macchina. Con quasi 2 miliardi di lire di risconti mi sembrava impossibile. Ed invece, in tre anni sono riuscito a prendere la seconda sufficienza piena in ragioneria. All'esame scritto della maturità!

Avrei voluto tuffarmi in ua vasca di Martini (senza olive) per la gioia, nonostante lo smarronamento per l'orale di matematica, ma porca di quella eva quella mattina i soldi nel portafoglio non erano davvero il mio primo pensiero.

Non ho voluto genitori parenti amici durante gli orali. Ce ne era solo uno. Poi gli altri erano compagni di classe che sono entrati a tradimento ad assistere al mio ko di matematica.

Quel giorno finii una vita, per cominciarne un'altra che non conoscevo ancora.

Dopo andai qualche giorno in Germania a trovare Hannah, la mia corrispondente tedesca. 
Quando tornai a Venezia, una sera di fine giugno piuttosto calda, mamma e papà mi dissero il voto: 42. "Dai non prendetemi per il culo!" risposi, senza nemmeno un "per favore". 
Mi portarono fino a scuola, quasi a mezza notte. Risi come un deficiente. Non ci credevo. Non so come ci ero riuscito, io che ci avevo messo sei anni per farne cinque. 

Non mi fregava niente del voto. Ero già stra sicuro del 36 e calcio in culo. Ed invece.

Ancora adesso sono arci convinto che quel voto non è importante. Nemmeno con l'attuale formula fatta di crediti e numeri, senza valutare la persona. Non sono i numeri che certificano quanto sei maturo. Che sulla porta della scuola dovrebbero scrivere "Vabene, vai fuori dai coglioni e auguri" o qualcosa di simile, per dire che hai passato l'esame.
Ho visto ragazzi e ragazze (più queste ultime) dannarsi cinque anni della loro vita per avere una buona media ed infine uscire alla maturità con un sacco di pive ed una delusione indescrivibile.
Ho visto ragazzi e ragazze (più i primi) vivere cinque anni (a volte anche sette) di scuola allegramente e poi scoprire che ora sono persone affermate o comunque con una posizione tranquilla, alla faccia dei pregiudizi, delle previsioni catastrofiche e dei beceri luoghi comuni dei professori, che dimostrano di non conoscere i ragazzi che hanno avuto di fronte per anni. 
La maturità ti aspetta fuori da scuola, qualche anno dopo. La maturità è come affronti la vita con le sue gioie e vigliaccate.

Per me gli esami di maturità sono stati una bellissima esperienza. Molto peggio è stata l'estate del post maturità ma questa è un'altra storia. 

Non ho vissuto gli esami di maturità con apprensione. Quello che sapevo non potevo migliorarlo quindi li affrontai cercando di dare il meglio che potevo, ancora inconsapevole dei risconti da 2 miliardi di lire e dell'incontro di box col prof di matematica.  E' stata una bella esperienza.

E stanotte mi sento un po' emozionato. Domani tocca a mio nipote Filippo. Sono già passati 18 anni da quella volta. Quando ho fatto la maturità stava per compiere 1 anno. Adesso tocca a lui, nella stessa scuola. 

Lui però è più bravo dello zio. Intanto è in regola. E ha una media da spavento (sono l'unico ad aver notato una impennata dei voti negli ultimi anni?). 
Fa un certo senso. Tanto tempo dopo. Stessa scuola.
Esami di maturità anche per i ragazzi di Ospedaletto. Li ho conosciuti che erano appena usciti dalle media per debuttare nelle superiori. Adesso sono ometti e signorine.
In bocca al lupo ragazzi. E fottetevene, non siete un voto, non lo varrete mai. Valete infinitamente di più! 
Alla fine, gli esami di maturità sono una passeggiata, al confronto di quello che vi aspetta dopo.

 * v. foto

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Ferie d'agosto

E mentre le mie ferie non sono ancora inziate pare che l'estate stia per finire.
A leggere i bollettini meteo il terrorismo metereologico sta facendo girare le palle ad operatori turistici e turisti ancora allo stato embrionale.Cose tipo "Ferragosto con l'ombrello e la settimana successiva con la felpa" che non fanno altro che carburare l'ansia di chi non vede l'ora di partire per il meritato relax.
Faccio un po' di pubblicità gratuita: mi fido solo di Arpa Veneto, Machetempofa.it ed il Meteo dell'AM (che sono quelle di Bernacca per intenderci, anche se io sono della generazione del Colonnello Baroni).
E mentre agosto ormai è al suo giro di boa (per usare un termine marino-estivo) e manca poco più di un mese al termine dell'estate, mi chiedo una cosa stupida: per quale cazzo di motivo si deve andare in ferie ad agosto quando hai tre mesi di estate in tutto? Porca di quella puttana!
Una nazione si ferma 15 o 20 giorni e gli altri 80 (da metà giugno/fine delle scuole, luglio, l'altra metà di agosto e fino al 20 settembre)? Non piacciono a nessuno? Un rito di una Italia che non vuole cambiare e degli italiani capre che seguono una tradizione del ventennio fascista che regge ancora (strano, hanno cancellato o distrutto la maggior parte di quanto creato in quel periodo, dato che c'erano questa poteva fare la stessa fine) e che a sua volta si ispirava a una cadenza dell'impero romano.
Andare in ferie ad agosto è una rottura di palle per diversi motivi.

L'estate è agli sgoccioli.

Manca metà mese e giri pagina del calendario. Le giornate si sono accorciate già da fine giugno e te le godi meno, salvo non si siano prenotate delle vacanze in Svezia.
La Serie A inizia che metà curva è in ferie. L'altra metà le ha fatte al seguito della squadra in ritiro. Quindi chi ha l'abbonamento a Sky si perde una o due partite della squadra del cuore.
Perché andare in vacanza alla fine dell'estate sfiniti dopo otto-8 mesi di attesa? A me piacerebbe fare una settimana per mese, o dieci giorni un mese e una settimana un altro, organizzandosi al lavoro.
Forse è questa la vera riforma che serve a questo Paese e non le unioni civili o l'insegnamento di genere (no comment per cortesia, ad iniziare dal termine......)!

Ad agosto costa tutto di più.
Un appartamento male in arnese come quello di Bibione dove siamo stati l'anno scorso a luglio lo paghi il doppio nonostante l'impianto elettrico fuori norma i materassi sfondati ed i serramenti attaccati con lo spago.
Perché la stessa struttura deve avere prezzi diversi da una settimana all'altra? Fammi due o tre fasce di prezzo: inverno, primavera/autunno ed estate.
Purtroppo, non credo che una "liberalizzazione" delle vacanze (estive ed invernali) possa portare ad una riduzione dei prezzi, anzi. Potrebbero abbassarsi ad agosto ma alzarsi negli altri periodi. E l'aumento potrebbe essere molto più grande della diminuzione. Se non costare tutto uguale, ovvero tutto come agosto! Per due motivi: perché siamo sempre in Italia, dove si vuol far credere che tutto sia una eccellenza (e se non lo è tanto vale andarci) e dove tutto è più bello e migliore di tutti nonostante lo stato attuale del Vecchio Stivale. Perché in Italia se si può si deve approfittare dell'occasione per fottere gli altri.

Sono tutti in giro.
E chi resta a casa non trova nessuno/niente: ti servisse mai qualcuno o qualcosa, un idraulico un carrozziere un ricambio per la persiana stai certo di trovare la serranda abbassata. Perfino il tuo fruttivendolo di fiducia ti saluta per recupero psicofisico. 
Tante fabbriche quasi tutti gli uffici e le città si svuotano per riempire strade, spiagge, monti, laghi ed altre città in quindici giorni. 
Vai in vacanza per stare meglio una manciata di giorni e trovi casino in partenza perché se ci vai in macchina c'è il traffico da esodo qualunque sia l'ora intelligente si scelga per partire e poi quando torni trovi quello da controesodo.
A proposito di partenze intelligenti: un'altra rottura di balle è il turno di vacanza da sabato a sabato. Se l'italiano fosse libero di arrivare al tuo campeggio/appartamento/albergo/b&b/agriturismo/dove cazzo decide di andare in qualsiasi giorno della settimana, forse le strade sarebbero più libere?
Come ogni cosa però ha un risvolto positivo: chi ha la fortuna di poter andare in vacanza in altri periodi e rimanendo a casa a Ferragosto, oltre a spendere un po' meno trova le strade deserte e per qualche settimana si vive meglio! Forse è più rilassato chi rimane...

Perché subire tutto questo disagio per 15 giorni di vacanza su 365?

Fossi ministro di qualcosa che me le permetteresse, abolirei le ferie d'agosto.
E poi liberi di scegliere di andare quando si vuole.
Sarà che a me l'estate non piace. Odio l'estate. Non per il caldo ma perché c'è quell'atmosfera frenetica da bisogna per forza fare qualcosa/andare da qualche parte che non riesco a sopportare.


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Vita

Il mese scorso in un momento particolare di basso livello di euforia avevo scritto qualcosa riguardo le varie fasi della vita.
Adesso pare di essere in quella della maturità, per la precisione in quella delle nascite.
Una mia ex compagna di univeristà ha avuto da pochi giorni il secondo figlio, una bella bambina. Mi ricordo ancora quando in una notte - ma dai? - di primavera ho letto la sua email nella quale annunciava la sua felicità per il primo: era la prima maternità/paternità post universitaria, un altro segno che la vita stava andando avanti con la sua consueta ineluttabilità mentre la mia rimaneva li dov'era.
La cosa bella della vita però è che il suo cerchio, o la sua linea, non è mai così scontata e le sue tappe possono susseguirsi in un alternanza molto soggettiva.
Per esempio, c'è qualcuno che diventa padre per la prima volta passati i 50. E' il caso di un caro ex collega, uno di quelli coi quali ti trovi particolarmente bene da tenersi in contatto anche quando si passa ad altro.
Nei nostri infiniti dialoghi via whatsapp sui massimi sistemi eravamo piuttosto d'accordo sul fatto che non era il periodo più bello per concepire una nuova vita, con poteri forti sempre più tali ed opprimenti mentre quelli più deboli sempre più schiacciati ed emarginati. Scrivevo queste cose guardando il piccolo Tommaso intento a scoprire ogni attimo qualcosa di nuovo attorno a se, quando non era intento a scambiare sguardi di reciproca meraviglia con Pescello sdraiato sulla sua culla ...
Ora anche lui, l'ex collega, si trova con un'altra (piccola) meravigliosa creatura con la quale condividere la sua vita. Mi spiace aver percepito nei nostri messaggi un certo disagio tra le sue parole. Spero possa aver aperto il suo cuore ad un po' più di gioia.
Nel frattempo, vedendo crescere Tommaso e vivendo ed aspettando altre nascite, ho cambiato la mia opinione: è vero che ci sente piuttosto irresponsabili ma è ancora più vero che non ci si può arrendere anzi, si deve rispondere. Tommaso, Anja, Luisa, Agata, Elia, Gioele, Davide sono le risposte a questa situazione. La speranza di una vita migliore più bella ed equa. Sarebbe un grosso errore da parte nostra non voler partecipare al miglioramento. Abbiamo l'obbligo minimo di tentare.

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Bullismo e debolezza

Eccone un altro. Studente che ha preferito darci un taglio piuttosto deciso. Perché era arrivato al livello di saturazione e non riusciva più a sopportare gli altri. Che lo sfottono perché è in un certo. O perché sono gli altri ad essere stupidi ed ignoranti. Così la cosa migliore da fare, quella che rimane da fare, è buttarsi giù dalla finestra perché fuori dalla classe avrebbe rivisto quei personaggi disgustosi. 
In quella scuola, dall'inizio dell'anno scolastico, è la seconda volta che succede. Forse se ne dovrebbe parlare, tutti insieme: preside, insegnanti ed alunni. 
Mi ricordo - e come non potrei - che nei primi due anni di ragioneria c'era qualche compagno di classe idiota che si divertiva a deridermi: non ne ho mai capito il motivo.
Ero diametralmente l'opposto del 'piùquellodibellochevolete' della classe, non mi andava (e non mi va) di dover apparire sempre per forza a tutti i costi come gli altri, anche se aprivano bocca solo per dire cose dal dubbio senso. 
Non ho mai capito e mai capirò le prese i giro. Le trovo ignobili. Che gusto si trova a tormentare la gente così? E meno ancora capivo chi mi conosceva da tempo e che invece di difendermi si metteva dall'altra, con chi aveva appena conosciuto. Che cosa c'è di divertente? Sono queste le soddisfazioni? Lasciavo stare, lasciavo che si accontentasse così, se tanto ci trovava gusto. Penso che siano più sfigati quelli che rompono i coglioni in questi modi penosi e patetici che le loro vittime. Mi sono preso qualche piccola vendetta durante le lezioni di educazione fisica con sgambetti oppure 'involontarie' scarpate sugli stinchi se giocavamo a calcetto. Fino a una volta che l'altro ha rischiato di farsi male davvero. Poi la scuola ci ha separati, io segato e gli altri avanti, salvo poi venire segati (ancora) a loro volta. 
Succede così: niente fila liscio come un pacifico fiume di pianura e prima o poi la vita si trasforma in un agitato torrente di montagna. E' questione di tempo e bisogna solo aspettare.
Ma qualcuno non ce la fa. Non si sa perché. Forse io davo sfogo alla mia rabbia con il calcio. O forse ho uno spirito profondamente zen. 
Anche mio papà e mio nonno materno mi hanno raccontato alcuni episodi del genere della loro gioventù: ai loro bellissimi tempi questi episodi non avevano un etichetta. Succedevano e basta. E nessuno si lanciava dalle finestre di scuola o sotto i treni o si tagliava parti del corpo in modo letale. No, tutto si risolveva in una sonora scazzottata e la mattina dopo ci si vedeva a scuola (o per strada) con il viso più gonfio e morta li. Fino al giro successivo. 
Una volta, durante la ricreazione di uno dei miei primi giorni di scuola media, mi sono sentito aggredito alle spalle da un altro ragazzo. Mi è saltato addosso da non so dove. Non sapevo chi fosse né cosa cazzo volesse. Ho solo pensato di togliermelo dal groppone scagliandolo per terra come se mi togliessi un sacco di farina.
Dopo, mi hanno detto che era un temibile ragazzo del quartiere, disgraziato figlio di buona donna di padre ignoto (che anni dopo rividi nelle pagine di nera del quotidiano locale per spaccio). Da quel giorno si è sempre tenuto almeno un metro da me. D'accordo non è stato un gesto consapevole, non sapevo fosse lui ma da quella volta ho avuto il suo rispetto (e forse anche timore) per avergli risposto così.
Forse i ragazzi di oggi sono cresciuti sotto una eccessiva protezione, poco esposti al pericolo e non riescono a vivere le difficoltà. Non lo so, sparo solo boiate.
Però arrivare al punto di preferire di togliersi la vita piuttosto che subire prese in giro mi sembra troppo.

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65 Mount Anville Wood, 17 anni fa

Così, senza uno motivo preciso o forse sì, ho cercato l'indirizzo di dove stavo a Dublino.
Me lo ricordo bene: 65 Mount Anville Wood, Goatstown, Irlanda
La mia casa era quela di angolo, alla sinistra di quella con la piccola macchina color giallo metallizzato. La finestra a sinistra è quella della mia camera.
In fondo la via, svoltato l'angolo, la piccola stradina portava a quell'enorme parco con i pali per giocare a rugby e da dove si vedevano le luci del porto. In fondo al parco, un pub bellissimo. Ci sono entrato una volta con Andrea (di Valdagno, amico di Marco, Anna e Lara): ci hanno fatto uscire perché lui non era maggiorenne. Anche se dimostrava molto più dei suoi 16 anni di allora. Avrei voluto dirgli che da dove viene lui la birra è il minimo sindacale di alcolico che possono bere. Ma la legge e la legge.
Per fortuna c'era l'atro pub, dalla parte opposta, lungo la strada verso Stillorgan, dove sono andato un paio di volte con Andrea e Matteo ed il loro curioso coinquilino giapponese ("Coke? Coke no good! Guinness? Aaah! Guinness is good!!!"). E a volte anche da solo, perché tutto sommato era bello. Sia bere da soli che il pub. Basso, bianco e azzurro e pieno di fumo.
Mi ricordo quelle sera con Erica, Andrea e Matteo, Marika e Francesca e la sua coinquilina, a ridere e scherzare e a guardare tramonti indimenticabili, tra il rosa e l'azzurro fino al buio più completo brillantato di stelle.
Mi ricordo che quando io e Nicola uscivamo di casa la mattina e quando tornavamo da lezione il pomeriggio i bambini della via ci chiamavano per nome ridendo e non credevano che io fossi italiano. Non sono stati gli unici in quelle quattro settimane irlandesi. 

Chissà se la famiglia Kenny c'è ancora. Ho ancora le loro chiavi di casa (se l'anno prima mi ero tenuto volontariamente quelle di casa Cristodulou di Hastings, l'anno dopo me le sono dimenticate in tasca. Giuro!). Potrei andare a controllare.

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Primo giorno di scuola

Io andavo in paranoia dura già decine di giorni prima della drammatica data e più ci si avvicinava più era dura. Vivevo sempre il primo giorno di scuola in modo drammatico (tranne forse quello della 5° ragioneria ma non ne sono sicuro né saprei dire perché!), considerandolo come il termine della vita libera e spensierata di un bambino che in quanto tale deve essere impegnato in altre faccende più adatte.
In più c'era mia madre che alle etichette è sempre molto attenta pretendeva che almeno il d-day fossi messo bene ovvero con gli abiti giusti (quella volta che alla sagra di paese giocando a calcio le ho rovinato le scarpe da ginnastica appena comprate apposta per il primo giorno le devo aver fatto passare una serataccia per pulirle) per fare una buona impressione. Senza pensare che ci avrei messo poco a svelare il mio vero lato.
Questa mattina mi sono reso conto che anche mia mamma ha un limite o forse ha saputo comprendermi in quei drammatici giorni, perché se oltre a rinchiudermi a scuola (e a casa per fare i compiti) la mia mamma mi avesse conciato come questo bel bimbo qui sotto, come minimo sarei scappato di casa urlando terrorizzato!
 
Non ho potuto vedere l'espressione dell'infante la mattina quando la mamma lo ha conciato in quel modo. In quel momento sembrava tranquillo, forse aveva già assimilato lo choc mattutino. 
L'insieme camicetta bella in tinta impiegatizia, pantalone in cotone con cintura in pendant con le scarpe nere eleganti (scarpe nere! A 34 anni non le metto nemmeno io!) oltre ad avermi sconvolto mi ha anche proiettato nel nuovo contesto: infatti da giugno l'ufficio si è trasferito, insieme alla casa dei capi (ma questo è un altro - delicato - discorso) in un quartiere residenziale alto borghese. Siamo passati dagli immigrati spacciatori delinquenti e puttane di varia provenienza ai figli di papà liberi professionisti. 

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¡Hasta la revolución!

Dopo questo titolo verrò di sicuro tacciato di apologia all'anarchia, ma mi piaceva perché si adatta molto a quello che ho in testa in questo periodo.
Non mi piace quello che sta succedendo nel mio Paese.
Tutte le istituzioni (mi) stanno deludendo, dalla prima all'ultima.
La famiglia non è più unita si è sgretolata sotto la forza di un individualismo che porta i componenti del nucleo famigliare a ignorare le esigenze dei propri cari, la famiglia non è più quel gruppo nel quale trovare riparo incoraggiamento e protezione e il focolare è stato sostituito da scatole molto meno calde e insignificanti da cui dipendiamo troppo e ci facciamo pure contagiare.
I figli rubano ai genitori, i mariti non rispettano le mogli. I figli crescono come bulletti imparando quello che fanno da un'altra famiglia: la televisione. Per loro è questo il nuovo riferimento, il giusto modo di essere.
La famiglia che mi raccontavano i miei nonni era diversa. Più bella. Preferivo quella. Lo so che i tempi cambiano ma non significa dover cambiare i modi di vivere e di condividere la vita che appartengono ed hanno contraddistinto per secoli l'unione famigliare.
Lo Stato è del tutto assente, rinchiuso nelle sale riunioni delle grandi aziende, delle associazioni di categoria, nei salotti giusti, nei club elitari, nelle barche di politici amministratori imprenditori liberi professionisti, nelle case dei lobbisti. Nei casini, in tutti i sensi, vedeteli come vi pare tanto fa lo stesso.
Lo Stato non c'è per la maggior parte delle persone che vivono nel Paese ma solo per quella minoranza che influisce sulle scelte dei politicanti.
La torta non è divisa equamente e per trovare le giuste proporzioni ci si deve muovere da parti diverse.
La popolazione è consapevole della situazione ma nonostante tutto mostra un totale fastidioso disinteresse nascondendosi dietro giustificazioni superficiali insufficienti.
Non ci si può non interessare alle questioni che appartengono al proprio Paese, vorrebbe dire non sentirsene parte e rinchiudersi nel proprio individualismo personale che non porta da nessuna parte. Come una grande famiglia, si deve pensare al 'noi' lasciando da parte 'io'. Ce ne sono troppi di 'io' e non si possono avanzare richieste per 60 milioni di 'io'. Bisogna presentarsi come diversi nuclei di persone con le stesse esigenze e con delle proposte. Allora forse potremmo anche aiutare il lavoro dei nostri amministratori.
Loro devono rispondere al popolo che è sovrano solo per un week end, loro devono sapere che hanno l'onore e il dovere di rispondere alle loro richieste, alle richieste di tutti e non solo di quella piccola schiera di leccaculo che offre i suoi servigi per ottenere in cambio privilegi che tagliano le gambe ai deboli.
La politica non deve fare distinzioni a seconda di quello che può ricevere, è lei che deve dare semmai! Ma a tutti e a qualcuno un po' di più rispetto ad altri, in modo inverso a quello che sta facendo ora.
Se ci troviamo in una situazione critica la risposta deve essere diretta verso la gente che deve consumare e non deve passare attraverso aiuti alle aziende che filtrano incentivi spesso insufficienti anche a una piccolissima minoranza di persone.
La politica non può chiudersi nelle proprie stanze per i loro porci comodi senza dare una risposta alle persone che l'hanno scelta. È totale mancanza di rispetto verso i loro diritti e le loro opinioni.
La politica deve togliersi da in mezzo le gambe delle puttane, tenere la schiena dritta e i pantaloni su verso chi chiede aiuti personali. Il popolo dei disillusi disinteressati sta crescendo e non può più andare bene.
La politica deve dimostrare di essere al servizio della gente che l'ha eletto e non il contrario, perché non si può più avere l'impressione di pagare le tasse per garantire lo stipendio ai politici! Siamo la popolazione europea con gli stipendi più bassi ma abbiamo i politici più pagati d'Europa!
E la politica comprende associazioni di categoria, sindacali, enti ed organizzazioni.
C'è troppo differenza tra 'noi' e 'loro' e questo è uno dei principali fattori che bloccano lo sviluppo italiano.
Le risorse dovrebbero andare da qualche altra parte, nella ricerca per affermare la vera eccellenza italiana, che non è quella delocalizzata in oriente e poi rifinita qui; nel sociale per garantire il diritto a una vita degna a tutti, nell'istruzione perché le nostre scuole sono vecchie ferme e antimeritocratiche; nei trasporti e nelle infrastrutture davvero necessarie e nelle energie rinnovabili pulite e democratiche.
Non si può più avere l'impressione che la stessa legge vada in due diverse direzioni, a favore dei soliti lacchè e a svantaggio dei deboli che non hanno amicizie e conoscenze giuste per evitarne il giusto rispetto.
Con questa legge elettorale non ci possiamo scegliere i politici che vogliamo, e loro si sono garantiti un vitalizio perpetuo. Questi politicanti legiferano di argomenti che non conoscono che non hanno mai affrontato o che, nella loro vita privata, hanno affrontato in modo del tutto opposto a quello  in cui dovrebbero credere. Quale credibilità ha il politico del partito vicino al(la banca del) clero che rifiuta di riconoscere le coppie di fatto e nel frattempo non porta rispetto per il sacramento del matrimonio dopo aver divorziato ed essersi risposato e prende la comunione in Chiesa.
La politica deve ritrovare una nuova classe dirigente svecchiata e slegata dai vecchi pregiudizi ideologie e valori anacronistici. Ma questo non significa far entrare nel partito i figli di, perché non cambierebbero niente!
Manca anche la scuola tra le istituzioni che non sono più in grado di garantire un buon servizio agli studenti e alle famiglie. Da una parte tagliata di risorse finanziarie, umane e di programmi ritenuti inutili come storia e storia dell'arte, sradicando l'insegnamento delle sue basi e identità per creare una popolazione così come la vuole la politica: ignorante delle proprie origini, che non conosce il proprio passato, che non si pone domande, accettando quello che gli viene imposto e credendo in un altro tipo di cultura: ancora quella della tv!
Dall'altra parte i professori non sono più in grado di farsi rispettare e di diventare l'alternativa della famiglia per studenti che hanno perso qualsiasi riferimento.
Infine la Chiesa che sta attraversando credo il suo periodo peggiore della storia moderna. Giovanni Paolo II è stato capace di riportare l'attenzione del mondo verso i deboli e gli emarginati, di unire popolazioni diversi da  loro e di diffondere la fede tra i più giovani. Un Papa in mezzo la gente.
Ora gli scandali della pedofilia sembrano aver riportato la chiesa ai tempi dello scisma luterano del 1517! Un bel salto indietro! Com'è possibile credere ancora in quella istituzione che predica la castità prematrimoniale mentre i suoi ministri e rappresentanti abusano dei bambini? E il matrimonio dei preti non è una soluzione, perché la pedofilia è diffusa anche tra i padri di famiglia.
Inoltre c'è troppa ingerenza del potere Spirituale nelle vicende di quello Temporale. Non è più libera Chiesa in libero Stato, ma dubito che sia sempre stato così.

Tutto questo mostra la perdita di valori (o valori sbagliati) e la mancanza di senso di responsabilità nei genitori, figli, politici, insegnanti e religiosi.
Tutto questo mette in evidenza una cosa: la mancanza di un riferimento per noi. Non crediamo nei padri come nei figli, non ci vogliamo più far prendere in giro dai politici che rifiutiamo di scegliere, pensiamo che la scuola non ci insegni più niente o al massimo le solite cose ne' ci (con)fidiamo più dei preti.
Questo porta a isolarci a crederci degli eroi di se' stessi, capaci di auto-realizzarci, in noi riponiamo la fiducia che abbiamo sottratto alle istituzioni e abbiamo una reputazione così alta di noi stessi che non possiamo permetterci di fallire e in caso di fallimento crolliamo come castelli di carte da gioco al primo soffio d'aria.
Ma non possiamo vivere così, individui soli in mezzo a una collettività individuale.
Nnon riusciamo a unirci se non per una partita della Nazionale di calcio, per 90' o quello che dura un Mondiale o un Europeo che sia o per contestare o idolatrare allenatore e giocatori.
Poi si ritorna ognuno per la propria strada, senza una guida ne' entusiasmo.
Ecco cosa ci manca.
Un riferimento. 
Non un posto dove andare, ma una persona da seguire. Forte, sensibile, ascoltatrice, vicina nella quale riconoscersi e che ci faccia sentire partecipi di una Nazione e della sua vita.
Il Sud Africa è cresciuto con Nelson Mandela, la Jugoslavia era forte bella e unita con Tito. Peccato per le Leggi Speciali, lo squadrismo e la censura del fascismo senza le quali credo che riconosceremmo Mussolini  davvero come quel Duce che ha portato gli italiani ad avere un forte senso di appartenenza, del dovere e di lealtà verso la propria Nazione (i tre romanzi di Mario Farneti sono delle meravigliosi sogni ad occhi aperti).
È questo che sento mancare di più. Mentre ognuno fa per se, noi abbiamo bisogno di una guida.
Ma forse deve ancora nascere.
I nuovi eletti non saranno mai in grado di unire tutto il Paese, almeno finche saremo così idioti da eleggere un ventenne politicante convinto che il Governatore della sua regione sia il capo del suo  Stato! Non potrà essere possibile se lui pensa di poter crescere la propria figlia insegnandole il disprezzo verso le altre religioni e le altre razze.
Questi politici piaceranno ai cittadini di Preganziol ma dubito che riescano ad attrarre quelli di Bagnara Calabra.
Abbiamo bisogno di una leader, che non lavori al buio come certi politici che preferiscono starsene dietro le quinte a cercare di muovere i fili giusti invece di intervenire, voglio una persona forte indipendente ed imparziale capace di ascoltare le esigenze di tutti ma in grado di decidere per il bene della sua popolazione.
Voglio un leader che dica una cosa e che non se la rimangi il giorno dopo denunciando l'eccessiva libertà di stampa.
Aver bisogno di un leader non lo vedo positivo. Significa che abbiamo del tutto perso la considerazione in noi stessi, nel nostro Paese, le nostre bellissime tradizioni dei nostri stupendi nonni.
Ma è proprio nei momenti di difficoltà che nasce questo bisogno.
Spero che sia il momento giusto.

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