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Auto e Moto d'Epoca 2016

Venerdì sono stato a Padova per Auto e Moto d'Epoca. L'ultima volta è stata sei anni fa quando facevo finta di fare il giornalista. Adesso che lo sono (ma non molto operativo) ci sono andato per fare finta di lavorare. Com'è curiosa la vita...
Pier mi ha chiesto di andarci ma ci sarei andato comunque, seppur per diletto a fare un nostalgico salto nella storia dell'industria automobilistica e motociclistica.
Su Rust 'n Glory potete leggere le mie impressioni sull'edizione di quest'anno di AMDE, dove non mi risparmio qualche riflessione, tanto per cambiare. Ma li le ho scritte in modo tutto sommato pacato, mentre qui nella Zona Verde invece posso permettermi di trascendere in sentimenti più malinconicamente intensi e che covo da diverso tempo.

Le mie riflessioni nascono da una immagine ed un frase.
L'immagine è quella di un signore, all'incirca coetaneo delle Gilera che stava guardando con aria che andava oltre a quello che aveva davanti.
La frase è "Tra tutta la produzione mondiale a due e quattro ruote, quella più bella è italiana o inglese", pronunciata da un visitatore tedesco, con i capelli ancora tutti colorati, per altro.

Chissà cosa stava pensando quel signore, davanti a splendide Gilera degli anni '50. Forse si stava chiedendo dov'è sparito questo storico marchio, pluricampione del mondo ma non solo, produttore di moto splendide anche nella sua storia più recente.
Bisognerebbe chiederlo a Roberto Colaninno, che detiene l'80% della storia dell'industria motociclistica italiana, parte della quale chiusa in un cassetto.

Penso di poter dare ragione a quel signore sceso dalla Germania per cercare qualcosa di bello e riconoscendolo in modo molto preciso.
Lancia, Fiat, Alfa Romeo, Lamborghini, Maserati Ducati, Gilera, Moto Guzzi, Piaggio insieme a MG, Aston Martin, Rolls Royce, Norton, BSA e Triumph (anche auto!) solo per citare alcuni marchi che hanno prodotto modelli che ancora adesso ti mettono la pelle d'oca solo a vederli. 
Modelli superati tecnologicamente, senza dubbio, ma ancora attualissimi per soluzioni estetiche. 
Grandi livree nere eleganti che trovano un contrasto con il rosso ed il verde dei solidi cerchi a raggi.

La tecnologia ha fatto un balzo grandissimo in poco tempo per dotazioni utilissime, soprattutto per quanto riguarda i sistemi di sicurezza sia attiva che passiva ed altre stupidissime: almeno per me, della connettività della mia auto me ne frega poco niente. Se poi penso che non molto tempo la tecnologia ci priverà dell'unico gusto di avere un'auto, ovvero il piacere di guida, mi chiedo che senso abbia questo sviluppo.
 Ma fare un paragone tecnico con le auto di ieri e di oggi è ingiusto. 
Da un punto di vista estetico invece resto ancora sconvolto dalla bellezza di modelli di 60 anni. Anzi, mi piacciono molto di più di quelli attuali. Se adesso la produzione automobilistica si caratterizza per linee tese, spigolose, fendenti l'aria, linee di cintua alte (troppo, a mio modesto parere) e fari tanto piccoli quanto potenti (però ammetto che mi attrae il gruppo ottico inteso come componente di design, grazie alle luci a LED e tra poco a laser!), in passato il trend era l'opposto. Ho notato forme morbide, tante linee curve e sinuose che formavano auto formose e seducenti. Oppure modelli che mescolavano tratti sportivi ad altri eleganti. Perché una volta chi possedeva certe auto era un vero gentleman.
Peccato che certi modelli non li facciano più. Soprattutto i marchi italiani. Già. Appunto.
Nel 2001 BMW aveva appena rilanciato la Mini, sull'onda della moda del Maggiolino della volkswagen. Visti gli ottimi risultati, mi sono subito chiesto cosa aspettasse la Fiat a rifare una nuova 500. Nel frattempo, era spuntata per caso una Panda, ma il nome doveva essere diverso e per colpa dei o grazie ai francesi è tornata in commercio la Panda. A Torino devono ringraziare i cugini per l'involontario consiglio di marketing: si fosse chiamata nell'altro modo, sarebbe stato un fallimento.
La Fiat 500 è arrivata alla fine, nel 2007, ed i risultati li conosciamo tutti. Però io.... Vabbhé...
Mi chiedo chi ci sia a capo del prodotto e del marketing nel gruppo Fiat e per quale motivo si tiene due spesse fette di salame sugli occhi. 
Fiat ha modelli storici bellissimi, possibile che non abbia ancora capito che, così com'è per la moto, il mercato automobilistico è guidato principalmente dal cuore e dalla passione? E che la tradizione è importante? 
La VW Golf nel 2014 ha compiuto 40 anni, il Maggiolino è prossimo agli 80, la BMW Serie 3 ha appena passato i 40 e sono tutti modelli storici e di successo.
In Italia facciamo morire la Lancia dopo aver offeso la memoria di modelli come Fulvia e Thema con operazioni di rebranding che mi ricordano tanto la stupidità di Homer Simpson. 
Intanto nel 2010 un pazzo collezionista tedesco e suo figlio (Michale e Maximiliam Stoschek) riportavano alla luce quello splendore di coupé che era la Lancia Stratos, con un design molto fedele e facendola partecipare anche ad alcune gare di rally.
La Fiat Uno è risota in Brasile ma è praticamente la Panda.
Per sviluppare la nuova Alfa Giulia, Marchionne ha fatto fuori una foresta per i fogli di carta sui quali disegnare gli schizzi giusti per il mercato USA e più di qualche designer. Se confrontiamo il modello attuale ed il precedente, mi assale lo sconforto.
Io la butto li, ma se la Fiat rifacesse la Ritmo, compreso il modello cabrio, spaccherebbe il culo (commercialmente parlano) alla concorrenza. Perché l'italiano vuole quello. La sua storia, la tradizione, i ricordi di una volta. 
L'unico ostacolo credo sia la convinzione di Marchionne che quello italiano non sia (più) il mercato principale e se ne può sbattere le balle svizzere di quello che vuole un idiota nostalgico italiano, soprattutto se i guadagni sono minimi.
Il mercato di adesso però si dirige verso i suv. Il primo concept di un Alfa Romeo suv risale al 2003. Ho capito la razionalità ma a volte si esagera! E pensare che la Giulietta sarebbe una splendida base di partenza: un assetto rialzato, una meccanica ed un motore adeguati e ci dimenticheremo dei suv teutonici o japponesi. Così come poteva farlo la Lancia con la Delta. A proposito, qualcuno si era bullato col sottoscritto di di lavorare alla presentazione della nuova Delta e che sarebbe stata presentata nel giro di un anno. Ormai ci dovremmo essere...

Ho scritto tanto, troppo come al solito. E non ho parlato di moto... Sarebbe un tasto più che dolente. Drammatico. Sapere che qualcuno ha acquistato storici marchi italiani e li sta facendo marcire nel cassetto fa male. Anzi, è il male! Soprattutto quando non mancherebbe l'iniziativa per riportarli in vita.

E' un peccato vedere il patrimonio automobilistico e motociclistico italiano ridotto così.
Soprattutto se gli esempi per ridargli slancio ci sono e sono sotto gli occhi di chi dovrebbe stare attento a certi segnali. Ma è risaputo che "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Peccato che col cuore i tedeschi si siano riempiti i portafogli. Ma è sempre stata una caratteristica dell'indusria dell'auto italiana, quella di non dare seguito ai propri modelli. 
La Uno andava forte ma è stata sostituita dalla Punto. Come la Lancia Prisma con la Dedra.
Se la Lancia ha l'elettroencafalogramma piatto, la Fiat ha rispolverato la 124. Ma poteva fare molto meglio di sfruttare la piattaforma della Mazda MX-5.
Se penso a certi modelli di Alfa Romeo come la 2000 Sport Spider, la Montreal, la 2600 Spider, il Biscione di Arese potrebbe avere una eredità gigantesca. 
Lo stesso vale per la Fiat con la 1500, la 900 E Panorama (avvessi soldi e ne trovassi uno lo prenderei!) o la 127 Panorama.
Non parliamo di Lancia perché Fulvia, Stratos e Delta sono già esempi chiari. Ripensiamo un po' alla Ypsilon e uscirebbe una degna concorrente della Mini o della DS3.

La prossima edizione di Auto e Moto d'Epoca si potrebbe sottotitolare "Quando facevano auto e moto (belle)". Perché non le facciamo nemmeno più. 



PS: La foto di quella splendida Gilera con il serbatoio rosso è volutamente sfuocata. Volevo rendere l'idea della situazione del marchio: un ricordo indimenticato, semmai un po' sfuocato.

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Passato. E' passato

Il mondo non solo è piccolo.
Il mondo è anche tondo. 
Per cui puoi correre più veloce e lontano che puoi ma alla fine ritorni sempre dove sei partito.
Vorresti non vedere più certe persone film fotografie non sentire più alcuni profumi canzoni. E ti allontani eviti tutto quello che ti riporta indietro perché l'unica cosa di cui si ha voglia è andare avanti.
Solo che, appunto, il mondo è piccolo e tondo. Ci si può far molto poco. 
In alcuni casi non ci resta che mettersi comodi, gustarsi la musica e bersi quel che ci siamo versati nel bicchiere.

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A Vicenza di Real c'è rimasto poco

Il Vicenza Calcio è finalmente retrocesso in Prima Divisione di Lega Pro, quella che fino al 17 giugno 2008 si chiamava più facilmente Serie C1, facendoci ritorno dopo 20 anni.
Finalmente perché pare quasi che la squadra, e di più la società, ci abbia messo un enorme impegno nelle ultime 9 stagioni pur di disputare il campionato di Lega Pro: infatti dal 2004, ovvero da quando è arrivato il tanto sospirato salvatore della patria nelle piccole forme dell'atteso presidente vicentino (nemmeno del tutto poi) che ha scalzato quei maledetti stranieri sudditi della regina usurpatori (o salvatori??) del Lane nel 1997, il Vicenza Calcio è retrocesso 4 volte. Quando non è retrocesso si è salvato a fatica, anche all'ultimo minuto dell'ultima partita di campionato (che fine ha fatto quel piede buono di Gabriele Paonessa? Non ha un buon procuratore o è stato abbattuto dagli infortuni?). Non proprio un ruolino degno di una ex semifinalista di Coppa delle Coppe. Ma quella è tutt'altra storia. Bella ma passata.
Adesso si apre un baratro, perché la Lega Pro è dannatamente più difficile della Serie B. Vuoi perché ci vuole carattere a tirarsi fuori dalle sabbie mobili della C (frase fatta che peggio non si può. Anche il Gazzettino del Bisatto a Castegnero si rifiuta di pubblicare articoli sportivi con questa frase arci-preconfezionata). Quel carattere che al Vicenza, tra chi è in società e chi era in campo, è mancato in questi 9 anni.
Adesso si parla addirittura di fallimento. Perché, pare, che i debiti siano tanti, circa 3 volte quelli dichiarati (millantati?) dall'attuale proprietà, che il bilancio sia tutt'altro che tale o lo sia grazie a conti gonfiati.
Cosa succederà lo sanno solo in via Schio (sede della S. S. Vicenza Calcio SpA - ndr) ed in qualche bar e tabaccheria giusta in città ed in provincia. Oltre al solito can del pignattaro.
L'anno prossimo potremmo assistere ad un inedito derby Vicenza - Bassano se il Diesel Team riuscirà ad essere promosso ai play off. E ci posso mettere una bottiglia di Tai del Conte Piovene (certo, quello da lacrima) che i neopromossi potranno contare su una squadra più forte di quella neoretroCESSA.
Ci manca poco di vedere il derbyssimo, ovvero Vicenza - Real Vicenza, che non è il primo fenomeno al mondo di sdoppiamento di personalità di società sportiva, visto che fino a qualche decade fa erano la stessa splendida cosa, perché sono due entità diverse della medesima città.
Solo che il Vicenza non è più Real da un pezzo, e la società che ora si chiama così, è nata cannibalizzandone altre 3 o 4 (hm.. vediamo: Villaggio del Sole, Vicentina, Cavazzale, San Bortolo - dal quale poi è nato il Leodari non so come... - e un'altra in provincia dalla quale ha acquisito il titolo per giocare in Eccellenza. O forse lo stesso Cavazzale...) ed i rispettivi settori giovanili, senza i quali qualche centinaio di ragazzi è rimasto senza squadra, senza hobby, senza un passatempo perché al Real (?) Vicenza sono andati solo i più forti, perché anche a livello giovanile (ed intendo a 10 anni, quando il calcio deve essere educazione, non solo a vincere ma ad un sacco di altri valori come condivisione, spirito di squadra, impegno, sacrificio, correttezza solo per citarne alcuni) si deve vincere. O meglio, mi sembra che il Real Vicenza sia il giocattolo del suo capriccioso creatore, ottenuto con prepotenza a discapito di tanti altri ragazzi, e tramite il quale dimostrare il proprio ego. Per spiegarmi in parole secche, voglio dire che se vince il Real Vicenza, prima di tutto vince il suo presidente, poi chi ha giocato. Mi sembra. Poi posso sbagliare con evidente ignoranza dei fatti.
Le dichiarazioni del presidente dopo la partita dei suoi giovani ragazzi (allenatore, giocatori, dirigenti e genitori se la sono presa con l'arbitro, colpevole della sconfitta, ed il presidente avrebbe - ha? - punito loro) suonavano di ineluttabile circostanza.
Non so quanto sia larga e profonda la borsa del presidentissimo, quanto siano tirati i cordoni per tenerla chiusa. A suo tempo, quando vendeva finestre, non abbastanza per mantenere una società di calcio in Serie B. E gli era pure stato sconsigliato da un dirigente della società, per non rischiare la propria attività, di accontentarsi della figura di sponsor.


Adesso con questa società qualcuno (p.e.: io) ipotizza (teme) una fusione. Ma sono per la via più drastica, ovvero una ripartenza da 0, radendo al suolo tutto per eliminare quello che c'è di marcio e ripartire dal senso di appartenenza ad un club, alla sua storia ed ai suoi colori che si sono persi nel tempo. Non solo in società ma anche in curva, in tribuna, nei distinti e nei bar. Forse la Coppa Coppe ci ha montato la testa. La nostra realtà non è affatto quella. Qui abbiamo tifosi con palato fine, che si lamentavano di Gregucci e Maran perché il Lane giocava male ma si salvava senza bisogno dei playout. Tifosi che hanno maledetto gli inglesi grazie ai quali la società a suo tempo è stata salvata (perché chi altro c'era?) ed il nome di (e del) Vicenza ha fatto il giro d'Europa arrivando ad un passo da un sogno difficile da rivivere.
Tifosi che hanno idolatrato l'arrivo del faraone egizio per l'unico merito di essere (nemmeno del tutto) vicentino... una tifoseria che ha dimostrato tutta la piccolezza nella quale evidentemente si crogiola e si accontenta.
Io non voglio una fusione. Poi si faccia quello che si crede meglio. Dubito ormai che dietro un investimento sportivo ci sia davvero un motivo sportivo...
Ma se mai nascesse un nuovo Vicenza Calcio, vorrei che tenesse conto di certi valori che in un gioco, in uno sport, sono imprescindibili. Fin da quando si inizia a giocare. Anche a 7 anni. E che persone come Ulivieri, Guidolin, Sterchele, Brivio, Mondini, Lopez, Praticò, 

D'Ignazio, Di Carlo, Viviani, Valoti, Maini, Mendez, Gasparini, Briaschi, Otero, Murgita, Ambrosetti (questo è il Real Vicenza della mia generazione) hanno portato in campo.

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Esco dal campo e salgo in sella

Da piccolo mi veniva contestata la mia eccessiva iperattività tanto che la maestra era convinta che fossi stato morso da una tarantola (magari maestra Franca, ma sto ancora aspettando il ragno radioattivo che ha morso la mano di Peter Parker!!!).
Non stavo mai fermo ero sempre in movimento ma porco cane, ero un bambino! C'è da preoccuparsi se il bimbo non mi si agita invece! 
Tra i vari giochi dell'età, uno che andava molto in voga a suo tempo era la gimkana con le BMX. Ricordo come fosse ieri quella che mi hanno regalato mamma e papà per il mio 7° compleanno: gialla e rossa della Legnano. Non desideravo altro! Corsi fuori in stradella a fare i soliti giri - non sono tanto lontano dal senso letterale! - e poi piazzai coi miei amichetti il pezzo di legno sopra il quale mettere la pedana per fare i salti. Vinceva chi lo faceva più lungo - una specie di dimostrazione maschile assai prematura...
Dopo un po' anche il mio amichetto Marco mi fece compagnia con la sua BMX Berga, mi sembra rosso-blu. Successe una domenica mattina di primavera inoltrata: (sempre) lungo la mia stradella quella volta ce la giocammo a chi arrivava prima. Ma non arrivò nessuno: come i professionisti in una volata a velocità pazzesca finimmo per toccarci quel tanto che bastò per volare e strisciare qualche metro di uno dei primi asfalti caldi della stagione! 
Non mi ricordo se c'erano anche Anna (si lei!) e Elisa a fare da giudici. Ma chi c'era in quel momento fece da soccorritore. Io finii sopra Marco cavandomela con qualche altra sbucciatura da aggiungere alla collezione mentre Marco invece si fece molto più male di me con dei grossi tagli tante botte e moltissimo spavento (ricordo che pianse molto, piangeva spesso a dir la verità, ma quella volta ne aveva tutte le ragioni) che sanguinavano copiosi. Mio papà sentì il casino e corse fuori. Era molto agitato perché si sentiva la responsabilità di averci lasciati soli ma anche se fosse stato li avrebbe potuto fare ben poco. Ci portò su a lavare le ferite a calmarci e consumò mezza boccetta di mercuro cromo per disinfettare la pelle di Marco. Per distrarlo un po' si mise a parlare di calcio e di Paolo Rossi che era finito al Verona dal Milan (Marco è tifosissimo del Milan).

25 anni fa. Che se si considera in termini più ampi è il secolo scorso e sembra un enormità, ma era solo il 1985 e si poteva ancora giocare in mezzo la strada. Aaah beata infanzia!!!
Ma tutto questo preambolo a cosa porta? Ci arrivo, un attimo di pazienza!
Ho già detto che smetto col pallone, adesso devo trovare un altro gioco per distrarmi sfogarmi e divertirmi.  E anche per farmi del male, perché no!?
E allora perché non tornare al primo amore?
Ho girato quasi tutti i negozi di cicli della città e sabato mattina sono capitato in quello di un artigiano che monta mountainbike e bici da corsa su telai predisposti che lui le attrezza con l'equipaggiamento richiesto. 
Così gli ho chiesto cosa mi potevo portare a casa con quel budget. Lui mi ha buttato li una proposta insieme a quattro conti e a me è andata bene!

Così questa sera, subito dopo lavoro, sono andato a prendere la MIA NUOVA BICI!!!!
A differenza degli altri negozi, lui me l'ha preparato completa di tutto, pedali - eh già, ora ti compri le bici e ai pedali ci devi pensare tu - borraccia, pompetta, computer - vabbhè, volevo fare il completo con il Suunto T4  ma faccio sempre a tempo - e porta attrezzi con camera d'aria di scorta!
Una veloce spiegazione sulla forcella, sull'ammortizzatore, sui freni e via. Di corsa a casa in bici! 
Adesso non vedo l'ora del primo giro.
Così i massaggiatori, fisioterapisti, pranoterapisti, massofisioterapisti, radiologi, ortopedici, chirurghi di maxillofacciale e traumatologia, anestesisti e infermiere possono tirare un sospiro di sollievo perché avranno ancora un po' di lavoro assicurato!

Il marchio sulla bici è del negozio, a me non interessa molto che nome ci sia sul tubo trasversale, mi importa che sia robusta ed affidabile.
Facendo dei paragoni rispetto a nomi più noti, avrò qualcosa di meno da una parte ma molto di più da un'altra. Alla fine mi sembra un ottimo rapporto/qualità prezzo.
E alla fine rimango dell'idea che quello che conta, che fa la differenza, non è tanto la bici in se, ma chi ci pedala sopra con la sua voglia le sue gambe e il suo cuore, insieme alla sua curiosità.
Il nome non ce l'ha e non glielo do, quello che ha mi sembra positivo! 

Ma non ditelo alla maestra Franca, perfino quando mi ha visto con la ginocchiera 2 giorni dopo essermi rotto i legamenti mi ha ricordato che fin da piccolo ero troppo agitato!
Alla fine si chiude il cerchio.











































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Deliri notturni

Saranno i riflessi del nuovo lavoro sui progetti della mia vita, il cielo che non aiuta a vedere le stelle ne' in che direzione si va domani. Mi sento sospeso.
Le parole qui sotto in origine erano da inviare via email. Poi ho pensato di metterle anche qui, con qualche lieve modifica perché già dubito di suscitare l'interesse altrui verso gli affari miei, in più vi risparmio qualcosa che tengo a non mettere in una potenziale piazza e a tenere per me.
Bacini e rock'n roll!
A.
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nonostante il sonno il pensiero del dover dormire riposare occhi testa e corpo sono ancora sveglio a stressare quello che ho appena nominato. davanti uno schermo chiaro e freddo a pensare a qualcosa per riempire uno spazio telematico che leggeranno quattro cristi di cui uno per sbaglio per poi dimenticarsene.
mi sento agitato nervoso inquieto solo insicuro. non so se e quanto centri il meteo che deprime rabbuia e appesantisce. o forse le melodie di billy corgan in formazione originale.
negli ultimi giorni ci siamo visti poco e nemmeno tanto bene. e mi manca tantissimo. anche quando ci vediamo o ci sentiamo.
non sono abituato ne' voglio prendere l'abitudine.
sento qualcosa tra me e tutto il resto che non riesco a capire ne' saltare figurarsi ad abbattere.
ma non so se è questo oltre al cielo grigio e basso fuori.
se qualcosa non mi manca non è quello giusto che cercavo o mi serviva. o solo in parte. se dico che mi va bene così so di commettere uno dei più grande dei peccati che è mentire a me stesso. perché non mi piace prendere quello che c'è in mancanza d'altro. ma bisogna farsi andare bene le cose. bisogna prendersi in giro un po'. ma lo detesto. non ne sono capace. perché so cosa e come lo voglio. perché se c'è esiste lo ha anche altra gente ed è disponibile è così che lo voglio.
ma se con quello che ho le cose fanno fatica ad andare bene
si fanno lo stesso? fino a che punto? si rischia?
sembra che tutto quello che cerco di fare non venga con la forma giusta. e la forma giusta per me è quella che voglio io, chiaro. però non esce mai così. perché? dove sbaglio? se il risultato del mio impegno è questo ne vale la pena? o forse non capisco che ricerco qualcosa che è troppo per me fuori dalla mia portata?

insomma la vita che hanno gli altri mica devo per forza avercela anche io in fondo. lo stesso vestito veste in modo diverso due persone. 
ma piace anche a me e la cerco. non c'è scritto da nessuna parte nonostante sia un istinto naturale. e l'altro grande peccato è non assecondare il proprio istinto e peggio ancora plasmarlo per le altre persone.
nonostante io smuova non trovo niente sotto. allora forse non la vedo. o scavo nel posto sbagliato. un po' come cercare delle risposte a una domanda sbagliata. senza sapere che la domanda non è giusta.
forse dovrei smetterla. di cercare. una pena in meno. non penso che l'istinto di una persona sia quello di dannarsi inutilmente senza capire cosa sta facendo. un po' come una fetta di sacher per un diabetico. anche se di dolce qui non c'è proprio niente anzi, solo fiele.
forse una fetta di sacher risolverebbe tutto. accompagnata da un bicchiere di pinot grigio. o di porto. ma quello giusto, che mi portava il mio amico da jerez. perché non voglio imitazioni o succedanei. solo cose vere e sincere.
allora vada per la moretti.

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Cosa resterà di questi... Anni '00?

E' una canzone di Raf del 1989 nella quale il cantante si chiede a fine decennio cosa rimarrà di quel periodo ricco di eventi e di fatti che è volato via in fretta.
Ora che ci stiamo avvicinando alla fine di un altro anno mi sembra che non ci sia ancora stato qualcuno che si sia chiesto cosa rimarrà di questo decennio.
Perché, se nessuno se n'è ancora accorto, il 2000 è già iniziato e tra poche settimane finirà il suo primo decennio!
Solo che ho una netta impressione che questo decennio sia diverso da tutti gli altri.
Ogni decade ha sviluppato un cambiamento epocale. Si dice che siamo quello che è stato ed abbiamo vissuto, cioè la conseguenza di quanto è già successo ed abbiamo combinato, nel bene e nel male.

Amen.

Sarà che questo decennio è
ancora fresco di tinta e che l'altro passato ci porta alla storia già raccontata innumerevoli volte. Però già a meta anni '90 c'era un bel business di cd sulla musica degli anni '80!
F
accio fatica a trovare qualcosa che lascerà il segno.
Per cominciare, non sappiamo nemmeno come chiamarli! Anni '00 (servito su un piatto d'argento: JobeJobe! Ma vale solo per chi conosce la cosa. Posso comunque dare una spiegazione se proprio non riuscite a dormirci la notte...)? Inizio (XXI) secolo?
Il '900 ci ha lasciato grandi cose con dei riferimenti che sono diventati delle sigle: negli anni '10 c'è un primo cambiamento con la Grande Guerra; negli '20 si impazzisce per il jazz; i regimi dittatoriali degli anni '30; la guerra, la caduta delle dittature e la nascita delle democrazie negli anni '40; il boom economico degli anni '50; il rock'n roll degli anni '60 che accompagna la voglia di trasgressione e libertà in bikini e minigonna; il coraggio e la voglia di lottare per tutti e contro tutti nelle contestazioni degli anni '70; la musica pop e la falsa positività degli anni '80 fino ad arrivare alla caduta del comunismo e l'instaurazione del consumismo degli anni '90 (è un resoconto veloce e superficiale, perdono! Ho provato a fare una lista di tutti gli eventi riassumendoli per decade, ma è un lavoro da topo da biblioteca e dovrei iniziare a scrivere nel 2020!).
Ora? Cosa mi porterò nella seconda decade del 2000? Che poi è un modo di merda per definire gli anni '10!
L'inizio del nuovo secolo (cazzo! sono un uomo vissuto tra i due secoli.... provo una strana sensazione di eternità!) è iniziato col botto: un gruppo di terroristi a fatto capire all'Occidente che casa sua non è un posto sicuro come credeva (almeno così ce l'hanno raccontata e ce la vogliono far passare) e questo ha portato uno sconvolgimento mondiale. A mio modesto parere l'unica conseguenza è che questa vicenda ci ha dato una bella scossona svegliandoci tutti quanti d'un colpo riscoprendo una popolazione e la sua religione ai quali prima abbiamo dedicato pochissima attenzione.
In fondo, dell'islamismo prima sapevamo pochissimo. Adesso sembra ci abbia invaso e ne siamo quasi ostaggio.

La musica? Per favore! Adesso ci sono solo che poveri emuli in falsetto elettronico dei Beatles, Led Zeppelin e Pink Floyd. Solo fenomeni di costume creati ad arte per muovere soldi. L'ultima cosa nuova l'ho sentita negli anni '90 con i Pearl Jam, i Nirvana, gli Smashing Pumpkins, i Marlene Kuntz e la Dave Matthews Band!
L'unica cosa che mi piace di questo secolo è quel trio jazz svedese, Esbjorn Svensson trio, che purtroppo non c'è già più!
Siamo nell'era della tecnologia. Siamo schiavi della tecnologia anche per farci un caffè! E non siamo più liberi come una volta. Possiamo essere rintracciabili ovunque, se qualcuno volesse potrebbe sapere dove sono ora e cosa cazzo sto scrivendo o con chi sto parlando e cosa ci stiamo dicendo.

Abbiamo più mezzi di comunicazione per tenerci in contatto ma parliamo e ci vediamo di meno. Il mondo si è spostato. Da quello reale, esterno, a quello virtuale, dove chiunque può
(far credere di) essere chi gli pare rifugiato nel suo stanzino facendo filtrare ciò che vuole.
Non abbiamo più modelli da seguire. Una volta c'erano personalità rispettabilissime in ogni campo: dalla politica allo sport allo spettacolo. Ora è tutto uno spettacolo unico che non ti fa nemmeno applaudire. Almeno a me non riesce a strapparne uno! Personalità carismatiche come Ghandi, Martin Luther King, Madre Teresa e Papa Giovanni Paolo II sono insostituibili. E' rimasto Nelson Mandela, ma dovremmo metterlo in una camera iperbarica.
Se penso che al loro posto potrebbero esserci Chavez o, peggio ancora, Bono, mi dispero! E meno male che Castro è più di la che di qua!
Sono nato in un periodo dove non c'erano più Coppi e Bartali, Riva e Rivera, Beatles e Rolling Stones. Fortunatamente sono riuscito a fare in tempo a rendermi conto di Reagan e Gorbaciov, per sentire il bisogno di un dualismo sano e competitivo del quale appassionarmi!
Le bandiere nello sport sono state ammainate in nome dei soldi. Ci sono idoli delle folle che durano giusto un paio di stagioni che si spostano a seconda della piazza che offre di più. La passione e l'attaccamento per i colori della maglia non sono neanche messi in secondo piano, non vengono neanche considerati. Eppure c'è ancora qualche piccolo grande Davide che riesce a stendere Golia. Per fortuna! Però quando capita succede sempre che è Golia a perdere e non Davide a vincere... ma i mezzi di informazione non sono al servizio dei più piccoli.
E' sparito lo spirito di protesta perché siamo tutti più agiati anche se diciamo che prima si stava meglio ma non alziamo i nostri culi dalle poltrone, altamente fedeli alle tv satellitari ad alta definizione. Aspettiamo che sia qualcun altro a protestare a muoversi a fare qualcosa per noi perché stiamo troppo bene ed è più comodo stare così che rompersi i coglioni per migliorare le cose. Ha ragione il vecchio saggio quando dice che "è difficile fare le rivoluzioni con la pancia piena!".
Intanto le cose migliorano per pochi e peggiorano per moltissimi e si va avanti in poltrona. E fuori non cambia niente, nonostante quello che ci vogliono far credere.

Le Coree sono ancora divise. L'Occidente non è ancora in pace col resto del mondo. In Africa si muore di fame. La Palestina è ancora una terra promessa. Facciamo fatica ad accettare i gay i neri e le coppie di fatto non hanno ancora alcun diritto.

Stanno finendo gli Anni '00. Lo zero rappresenta l'inizio di qualcosa, un punto di partenza.
Speriamo sia così! Che inizi QUALCOSA! Ma ci vorrebbe un vero cambiamento sentito davvero da tutti che parta dal basso.
Ma nel mio quadernino alla fine scriverò sempre che l'unica cosa che cambierà sarà solo il numero dell'anno.

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