Città di ex

La particolarità di scrivere non è tanto quella di mettere giù dei pensieri sensati, a parta la grammatica e l'ortografia, semmai quello che mi incasina è di sistemarli con ordine.
Finché scrivevo il post precedente infatti mi sono accorto di una caratteristica della mia città e l'ho inserita in un contesto del post. 
Rileggendo però mi sono reso conto che andava ad allungare uno dei miei soliti pipponi e l'ho tolto
Perché l'argomento credo meriti di essere discusso a parte e cioè qui (sperando di non perderne il trasporto originale che, cazzo, quando scrivi è più che fondamentale se vuoi comunicare qualcosa con le tue parole e non vuoi scadere in ovvietà).

Comunque, mentre scrivevo mi sono reso conto che Vicenza è una città di ex.
Mie no di sicuro ma non sono quei/lle tipi/e di ex. Vi siete accorti di quello che ho scritto? Copio e incollo di seguito:

"Prendete l'area ex centrale del latte. Sono andati a vuoto diversi bandi per la sua ristrutturazione e valorizzazione. Oppure quella dell'ex macello alle porte del centro storico. Cade a pezzi.".

Non è lo stato delle cose che mi interessa, quanto piuttosto che esistano quelle situazioni. Ex centrale del latte, ex macello... Ovvero luoghi che una volta avevano uno scopo, ospitavano persone operazioni ed avevano una storia nemmeno marginale e che ora sono abbandonati dimenticati.

E quanti ce ne sono sparsi per Vicenza e provincia? Non ne ho idea ma ho fatto un elenco di tutte quelle che mi sono venute in mente:
- ex centrale del latte,
- ex Valbruna, 
- ex Sivi, 
- ex Zambon, 
- ex Lanerossi
- ex Enel, 
- ex Fornaci, 
- ex Dal Molin,
- ex Ceccato, 
- ex Fergia, 
- ex foro boario
- ex Barcaro (queste ultime tre in un raggio di 300 metri alle porte di Vicenza Est, benvenuti a Vicenza!),
- ex Fiera, 
- ex cinema Arlecchino (queste ultime due sono attigue),
- ex carceri, 
- ex archivio, 
- ex Siamic,
- ex cinema Palladio (queste ultime due lungo il breve viale Verdi)
- ex cinema Corso,
- ex Camera di Commercio,
- ex Banca d'Italia (queste ultime tre quasi in fila in zona c.so Fogazzaro/S. Lorenzo),
- ex macello (queste ultime dieci in pieno centro storico),
- ex Dalli Cani
- ex Folco, 
- ex Domenichelli, 
- ex Sacma,
- ex caserma Borghesi,
- ex caserma GdF,
- ex Boom,
- ex Expo (volevo scrivere ex-po...),
- ex Q8 via Ceccarini,
- ex motorizzazione,
- ex Cantinota,
- ex bowling,
- ex Sartori Motors,
- ex Nogara,
- ex distributore Esso viale Margherita,
- ex Pantano.
E chissà quante ce ne sono e che non conosco sparse per il territorio.  
Queste sono tante, 38 per la precisione. Tutte aree dismesse ed abbandonate al consumo del tempo, metereologico e periodico, alcune rifugio per disperati.
Se ci fate caso, tra i tanti ex luoghi, molti hanno i cognomi di famiglie vicentine altolocate di un'era (non solo) industriale florida ma passata e chissà se mai riuscirà a ritornare.

Aree lasciate all'incuria  ed a se stesse da decenni. L'area ex Barcaro l'ho sempre vista così, lo stesso vale per la ex Zambon e macello. 
Ogni amministrazione non è stata in grado di decidere cosa fare di questi luoghi. Tutto fermo nell'indecisionismo totale. Ogni tanto spunta un progetto fine a se stesso.
A me sembra che se non si trovi una convenienza per i soliti protagonisti della scena Berica tutto rimane fermo. Posso sbagliarmi ovviamente ma vedere quasi quaranta zone abbandonate un sospetto me lo da.
Mentre un governo straniero in pochi anni ha realizzato un quartiere intero, la cosa ridicola è che il Comune di Vicenza è stato solerte nello sbrigare certe incombenze burocratiche. 
Arriva qualcuno da fuori coi suoi interessi di vario genere e fa uno scambio con il comune che altrimenti non si muove e tira su quello che vuole. 
Vicenza terra di conquista.

Non è un caso se in città ci sono tante aree col suffisso "ex", perché
Vicenza ce l'ha nel DNA, si vende sempre a chi offre di più. 
Per di qua sono passati tutti facendo i propri porci comodi: romani, longobardi, veronesi, padovani, francesi, veneziani, austro-ungarici fino ai più recenti americani (che, a fare il precisino, sono extracomunitari come lo sono gli altri che chiamiamo extracomunitari e cioè rumeni, africani, arabi, afgani, filippini, cinesi solo che loro non cucinano usando tonnellate di spezie).
L'unico che ha difeso il suo territorio è stato quel bell'imbusto di Ezzelino da Romano, uno che non era tanto il caso fare incazzare perché se gli pigliavano i cinque minuti diventavano i peggiori di chi se lo trovava di fronte.
Porte aperte per tutti mentre le famiglie aristocratiche locali si preoccupavano di avere belle ville e palazzi ("Palladio! Palladio!" - cit.), difendere i propri agi e non avere rotture di cazzi.

Risorgimento e Prima Guerra Mondiale sono stati periodi differenti ma non c'erano solo i vicentini a lottare e non si lottava solo per la città ma per un intero Paese. 
E la storia nei secoli non è cambiata. Finché va avanti così, Vicenza non crescerà mai.
Volete sapere una cosa? Non so se mai succederà, se continuiamo a esserne i sudditi, ma le prossime potrebbero essere ex Ederle, ex Del Din ed ex BpVi.
Una curiosità: Vicenza è nota al mondo per un architetto padovano e un pesce norvegese.

Area ex Barcaro
Fonte: Il Giornale di Vicenz
a
Area ex Lanerossi
Fonte: Il Giornale di Vicenza

Area ex macello
Fonte: VVox



***AGGIORNAMENTO DEL 22/12/2016***
Foto presa da Il Giornale di Vicenza.
Idea Vicenza, partito di opposizione di Vicenza, ha fatto un elenco di 18 aree degradate. 
Curioso esca oltre 1 mese dopo questo post... Mah, loro avranno iniziato qualche mese fa a catalogare tutti i siti mentre io scrivevo comodamente da casa e raccoglievo immagini online.
Molto curioso il fatto che anche loro hanno amministrato questa città per 10 anni. E un contributo lo hanno dato anche loro. Si saranno dimenticati! Non so se di aver amministrato la città o di aver contribuito. Però il primo include il secondo.

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Com'era e com'è

Un restauro conservativo (della struttura ma soprattutto della memoria della città di Vicenza che fu) per realizzare loft, negozi e uffici.
Ma anche - e soprattutto - un sito di archeologia industriale (mai sentito parlare di turismo industriale*?), con percorsi didattici e targhe descrittive.
Dove una volta sorgeva l'ex Cotorossi a Borgo Berga a Vicenza ci poteva (doveva) stare benissimo un museo dell'industria tessile e della storia industriale della provincia di Vicenza.
A quei tempi era il simbolo della locomotiva nord-est che ha trainato questo Paese per tanti anni e che ora invece è ferma e arrugginita, non solo per colpe e demeriti altrui.
La provincia di Vicenza deve gran parte della sua prosperità all'industria tessile, che ha dato da vivere a tante famiglie (compresa la mia) fino a diventare una delle città più importanti al mondo del settore tessile. 
 
Mantenere quel sito industriale doveva essere un obbligo prioritario (se si può dire, sennò mi arrogo questa licenza poetica) con un doppio scopo: ricordare da dove viene parte del benessere di Vicenza (o almeno di alcune famiglie) e ringraziare quegli imprenditori che un tempo hanno iniziato un processo importantissimo non solo industriale ma anche sociale, visto che li vicino erano state costruite le abitazioni dei lavoratori del Cotorossi.
E invece no. Invece di mantenere vivo il passato industriale e civile della sua città, di realizzare tante cose belle, interessanti e utili per la collettività, un sindaco la sua giunta e tutti gli accoliti hanno preferito gli interessi propri e di qualcun altro, cancellando la storia e deturpare un pezzo, bellissimo, della città.
 
Quando quel brontolone di Renato Cevese era ancora vivo, certe cose nemmeno si pensavano. Ricordo le sue lettere al direttore del Giornale di Vicenza: non avevo ancora uno spirito critico al tempo ma a poco a poco iniziavo a capirlo ed a condividere le sue opinioni.
E pensare che Vicenza è la città del Palladio, dell'architettura, del bello (una parola molto cara a un rampollo proveniente dalla vallata, che però non sa che è uno dei termini più soggettivi e che la sua opinione non è quella di tutti). Palladio sta impazzendo dentro la bara adesso, vedendo quell'ammasso di metri cubi di schifo a due passi dalla sua Rotonda.
In pochi anni invece amministratori poco lungimiranti con la complicità di imprenditori altrettanto miopi (evidentemente il loro conto in banca lo tengono ben vicino, per poterlo vedere bene) hanno calpestato una eredità splendida quanto pesante, fregandosene del patrimonio artistico, architettonico e storico. 
Dove si baciano i due fiumi che attraversano la città (quale altra può avere la bellezza di due fiumi?) si poteva cogliere una grande opportunità per la collettività. Peccato non sia stata colta.
Quando passo per Borgo Berga penso ai tempi dei miei nonni, a quanto doveva essere bella Vicenza e soprattutto viverla. Fossi un amministratore della mia città, prima di intraprendere certi lavori penserei anche a questo. E mi chiedo due cose.
 
La prima è da dove vengono le persone che hanno permesso tutto questo, possibile che le loro famiglie non abbiano legami con quei posti che sono stati cancellati?
E visto che la giustizia non fa (quasi) mai il suo corso, non c'è che sperare che quando sarà la loro ora ci saranno i loro parenti ad aspettarli, a braccia aperte pronte a chiudersi in uno degli schiaffi più potenti che siano mai esistiti. Tipo uno di quelli alla Bud Spencer a mano spalancata che tanto facevano ridere noi da bambini.
 
La seconda cosa che mi chiedo è dove eravamo noi cittadini? Forse presi con altri massacranti regali del nostro territorio, più importanti per qualcuno dal punto di vista ideologico. Che senso ha protestare ora che la maggior parte dei lavori sono conclusi?
 
E pensare che poco tempo prima che i lavori di stupro di Borgo Berga iniziassero, ero andato ad ascoltare a  un convegno organizzato da una azienda li vicino uno dei due architetti che ci ha contribuito: Gonçalo Byrne, pluripremiato di fama internazionale. Tema dell'incontro: armonia tra architettura e territorio. Ricordo molto bene che quel pomeriggio disse che quando pensa i suoi progetti non intende mettere in risalto la sua opera anzi, è questa che deve valorizzare il territorio circostante e che a volte deve pure mimetizzarsi per non stravolgerlo e rispettarlo.
Farsi qualche domanda riguardo il suo benessere psico-fisico al momento della progettazione dell'area di Borgo Berga mi viene spontaneo! Oppure il progetto era di qualcun altro ed evidentemente nemmeno lui disdegna qualche palanca facile.

La tua città non la conosci mai fino in fondo - canta un noto filosofo bolognese - conoscerla bene non è così banale. Non so quanti cittadini o abitanti di Vicenza sanno che Borgo Berga era uno dei primi accessi alla città, sia su strada sia su barca: una volta le merci viaggiavano via fiume ed il Bacchiglione collegava la pianura con Venezia. Borgo Berga era la sede di un porto fluviale e, se non ci avete fatto caso, incastonata tra quelle case in linea colorate, c'è(ra) una piccola chiesa intitolata a Santa Caterina in Porto dove venivano benedette le imbarcazioni mentre poco più avanti c'era la Dogana del Sale (sapete tutti com'è stata valorizzata la Punta della Dogana a Venezia, vero?).
Ah, nota storica per i basabancanchi: Vincenza Pasini, la donna alla quale si deve la costruzione del Santuario della Madonna di Monte Berico e la conseguente fine della peste, dopo due apparizioni della Madonna, viveva proprio a Borgo Berga. 
Niente, nella mariana Vicenza nemmeno questo dettaglio ha fermato l'ambizioso progetto urbanistico.

Ma Vicenza non è una città ambiziosa. Ne avrebbe tutte le potenzialità ma il suo sviluppo è bloccato. Le persone che la governano e ci abitano sono ambiziose ma egoiste: quello che fanno non lo fanno per una utilità pubblica ma per soddisfare le richieste di amici ed il proprio ego nei salotti e negli uffici che contano e magari forse anche il proprio portafoglio. Perché di solo ego mica si riesce a vivere.
Volete un esempio? Prendete l'area ex centrale del latte. Sono andati a vuoto diversi bandi per la sua ristrutturazione e valorizzazione. Oppure quella dell'ex macello alle porte del centro storico. Cade a pezzi. Un bell'inizio di gita per i turisti che arrivano in città!
Invece i forestieri in quattro e quattr'otto riescono a ottenere e costruirsi quello che vogliono, mentre noi indigeni ci mettiamo decenni (vedi p.e. il teatro civico) e non ci vergogniamo nemmeno di brindare.
Mi viene male passare per Borgo Berga, adesso. Sto male per le persone che abitano li e una volta, quando esisteva il Cotorossi, aprendo le finestre il loro sguardo si  poteva poggiare su un pezzo di storia della loro città per poi perdersi verso la pianura fino a salire sulle Prealpi, magari quando sono appena illuminate dall'alba o dopo una recente pioggia che ha pulito l'aria tanto da renderle più vicine. Ma anche questi scorci per loro saranno un ricordo, schiantato sul muro a pochi metri da casa.

Vicenza dimostra come la democrazia sia un concetto dato in pasto alle persone e tale rimane: la progettazione della nuova base militare del governo americano è stata imposta all'Italia ed alla città in conseguenza di accordi (troppo) passati. 
L'area di Borgo Berga è un accordo tra privati amici. 
La Valdastico Sud, che pur rimane una infrastruttura utilissima per il trasporto di cose e persone, sembra sia stata resa possibile grazie ai rifiuti di qualche azienda, ma posso anche sbagliarmi.
Ora è il turno della TAV, una devastazione territoriale che potrebbe attraversare il salotto di un amico, utile solo ad arrivare a Milano risparmiando 10' della nostra vita. 20' se vai e torni in giornata. La modernizzazione fa risparmiare 20', alla collettività. Per altri non credo che il guadagno sia misurabile con le lancette dell'orologio.
Nel frattempo penso ancora al trasporto fluviale. Non sono contro la TAV, ma se proprio si doveva farla, sarebbe stato meglio utilizzarla per trasferire il trasporto (scusate la cacofonia) delle merci dalla gomma alla rotaia, per il benessere e la sicurezza degli automobilisti (un po' meno per le tasche delle aziende di trasporti e le casse pubbliche e private che gestiscono le reti autostradali). Ma dimentico sempre che certe cose non hanno una utilità pubblica.
 
Intanto c'è la Pedemontana che sta incontrando diversi problemi che non so se siano più politici o economici. Sarebbe un'altra infrastruttura necessaria non solo per la Regione ma per chiunque la attraversi, solo non capisco perché guardando bene il progetto in alcuni tratti (tipo Schio - Bassano del Grappa) no ci veda altro che un ampliamento di arterie già esistenti. Ma se mi sbaglio, ben vengano le giuste osservazioni e correzioni.
 
Un precedente assessore al turismo della città di Vicenza, come il suo collega della ex (?) provincia, fingeva di impegnarsi per il bene della città giustificando un turismo basato sul Palladio e sulla cucina berica. A misurare il suo impegno c'erano i risultati del turismo locale, davvero scarsi. Mi chiedo se e quali competenze doveva avere questa persona per occuparsi di turismo. O se la tessera di partito gliele avesse conferite di diritto.
 
Intanto le altre città vicine, come Verona Padova e Treviso che non hanno la capacità di auto promozione di Venezia, lavoravano molto bene con altri tipi di turismo come per esempio quello culturale ad ampio raggio, grazie a mostre, concerti, spettacoli teatrali popolari (nel senso di pop e non del genere o rivolti solo a una ristretta cerchi di persone interessate) e alla presenza di diversi club sportivi.
 

*Esisterebbe anche un sito dedicato (aggiornamento del 3/11/2022: il sito è offline) al turismo industriale. In fondo alla pagina si può vedere il proprietario. Non dico niente altrimenti mi arriva una querela e non avrei né tempo né voglia e tantissimo meno soldi da dedicarci, ma a me sembra una presa in giro inutile.
Chi lo ha voluto realizzare crede così tanto nel turismo industriale che l'ultimo aggiornamento è del 2014. Una dimostrazione utile a far vedere che le cose si fanno ma che alla fine ci si dimentica presto.
Come della nostra storia..
 
PS: viste le recenti gaffe in fatto di guide turistiche, presto mi aspetto di leggere una descrizione della Rotonda che fa più o meno così: "All'ombra dell'area urbana ex Cotorossi e del tribunale, sorge Villa Almerico Capra detta La Rotonda".
Com'era una volta l'area ex Cotorossi a Borgo Berga
Fonte: Comune di Vicenza, Forum Center

 Com'era una volta l'area ex Cotorossi a Borgo Berga
Fonte:Comitato Borgo Berga

 L'area ex Cotorossi demolita
Fonte:Il Giornale di Vicenza

 Rendering dell'area ex Cotorossi a Borgo Berga
Fonte: Sito ufficiale Borgo Berga

Rendering dell'area ex Cotorossi a Borgo Berga
Fonte: Gruppo ICM
 
Area ex Cotorossi, com'è ora
Fonte: VVox 


 Area ex Cotorossi, com'è ora
Fonte: Comitato Borgo Berga

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E' colpa di Baggio

E' strano come le cose vengono viste e le persone si prendono delle colpe che non hanno. Come per esempio adesso: stavo per chiudere e spegnere tutto quando l'occhio mi è caduto su un link che una amica ha condiviso e irrimediabilmente ho fatto le 3 (anche stanotte).
Ma non potevo fare a meno di leggere un articolo su Roberto Baggio!
Quindi è colpa sua se anche stanotte dormirò poco perché tra meno di 4 ore suona la sveglia e inizia un'altra giornata.
Come è colpa di Roberto Baggio se la Fiorentina stava fallendo nel 1989 (senza il suo passaggio alla Juve sarebbe fallita).
E' colpa di Baggio se la Nazionale ha perso i Mondiali del '94 (invece di ringraziarlo di averci portato in finale!).
E' colpa di Baggio se gli spogliatoi si spaccavano (intanto le sue squadre vincevano).
E' colpa di Baggio la corsa di Carletto Mazzone sotto la curva dei tifosi atalantini (il Brescia era sotto 1-3 e Carletto ha mantenuto la promessa: "Se famo er terzo vengo sotto aa curva!" - mai provocare una persona di parola!).
E' colpa di Baggio se qualcuno è diventato buddhista.
E' colpa di Baggio che si è ritirato se il calcio non è più bello (ma grazie a lui lo è stato quando giocava). 
Quindi... è colpa di Baggio se anche stanotte durerà poco è quello che dirò a Anna tra qualche ora a colazione.
Buonanotte!

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Auto e Moto d'Epoca 2016

Venerdì sono stato a Padova per Auto e Moto d'Epoca. L'ultima volta è stata sei anni fa quando facevo finta di fare il giornalista. Adesso che lo sono (ma non molto operativo) ci sono andato per fare finta di lavorare. Com'è curiosa la vita...
Pier mi ha chiesto di andarci ma ci sarei andato comunque, seppur per diletto a fare un nostalgico salto nella storia dell'industria automobilistica e motociclistica.
Su Rust 'n Glory potete leggere le mie impressioni sull'edizione di quest'anno di AMDE, dove non mi risparmio qualche riflessione, tanto per cambiare. Ma li le ho scritte in modo tutto sommato pacato, mentre qui nella Zona Verde invece posso permettermi di trascendere in sentimenti più malinconicamente intensi e che covo da diverso tempo.

Le mie riflessioni nascono da una immagine ed un frase.
L'immagine è quella di un signore, all'incirca coetaneo delle Gilera che stava guardando con aria che andava oltre a quello che aveva davanti.
La frase è "Tra tutta la produzione mondiale a due e quattro ruote, quella più bella è italiana o inglese", pronunciata da un visitatore tedesco, con i capelli ancora tutti colorati, per altro.

Chissà cosa stava pensando quel signore, davanti a splendide Gilera degli anni '50. Forse si stava chiedendo dov'è sparito questo storico marchio, pluricampione del mondo ma non solo, produttore di moto splendide anche nella sua storia più recente.
Bisognerebbe chiederlo a Roberto Colaninno, che detiene l'80% della storia dell'industria motociclistica italiana, parte della quale chiusa in un cassetto.

Penso di poter dare ragione a quel signore sceso dalla Germania per cercare qualcosa di bello e riconoscendolo in modo molto preciso.
Lancia, Fiat, Alfa Romeo, Lamborghini, Maserati Ducati, Gilera, Moto Guzzi, Piaggio insieme a MG, Aston Martin, Rolls Royce, Norton, BSA e Triumph (anche auto!) solo per citare alcuni marchi che hanno prodotto modelli che ancora adesso ti mettono la pelle d'oca solo a vederli. 
Modelli superati tecnologicamente, senza dubbio, ma ancora attualissimi per soluzioni estetiche. 
Grandi livree nere eleganti che trovano un contrasto con il rosso ed il verde dei solidi cerchi a raggi.

La tecnologia ha fatto un balzo grandissimo in poco tempo per dotazioni utilissime, soprattutto per quanto riguarda i sistemi di sicurezza sia attiva che passiva ed altre stupidissime: almeno per me, della connettività della mia auto me ne frega poco niente. Se poi penso che non molto tempo la tecnologia ci priverà dell'unico gusto di avere un'auto, ovvero il piacere di guida, mi chiedo che senso abbia questo sviluppo.
 Ma fare un paragone tecnico con le auto di ieri e di oggi è ingiusto. 
Da un punto di vista estetico invece resto ancora sconvolto dalla bellezza di modelli di 60 anni. Anzi, mi piacciono molto di più di quelli attuali. Se adesso la produzione automobilistica si caratterizza per linee tese, spigolose, fendenti l'aria, linee di cintua alte (troppo, a mio modesto parere) e fari tanto piccoli quanto potenti (però ammetto che mi attrae il gruppo ottico inteso come componente di design, grazie alle luci a LED e tra poco a laser!), in passato il trend era l'opposto. Ho notato forme morbide, tante linee curve e sinuose che formavano auto formose e seducenti. Oppure modelli che mescolavano tratti sportivi ad altri eleganti. Perché una volta chi possedeva certe auto era un vero gentleman.
Peccato che certi modelli non li facciano più. Soprattutto i marchi italiani. Già. Appunto.
Nel 2001 BMW aveva appena rilanciato la Mini, sull'onda della moda del Maggiolino della volkswagen. Visti gli ottimi risultati, mi sono subito chiesto cosa aspettasse la Fiat a rifare una nuova 500. Nel frattempo, era spuntata per caso una Panda, ma il nome doveva essere diverso e per colpa dei o grazie ai francesi è tornata in commercio la Panda. A Torino devono ringraziare i cugini per l'involontario consiglio di marketing: si fosse chiamata nell'altro modo, sarebbe stato un fallimento.
La Fiat 500 è arrivata alla fine, nel 2007, ed i risultati li conosciamo tutti. Però io.... Vabbhé...
Mi chiedo chi ci sia a capo del prodotto e del marketing nel gruppo Fiat e per quale motivo si tiene due spesse fette di salame sugli occhi. 
Fiat ha modelli storici bellissimi, possibile che non abbia ancora capito che, così com'è per la moto, il mercato automobilistico è guidato principalmente dal cuore e dalla passione? E che la tradizione è importante? 
La VW Golf nel 2014 ha compiuto 40 anni, il Maggiolino è prossimo agli 80, la BMW Serie 3 ha appena passato i 40 e sono tutti modelli storici e di successo.
In Italia facciamo morire la Lancia dopo aver offeso la memoria di modelli come Fulvia e Thema con operazioni di rebranding che mi ricordano tanto la stupidità di Homer Simpson. 
Intanto nel 2010 un pazzo collezionista tedesco e suo figlio (Michale e Maximiliam Stoschek) riportavano alla luce quello splendore di coupé che era la Lancia Stratos, con un design molto fedele e facendola partecipare anche ad alcune gare di rally.
La Fiat Uno è risota in Brasile ma è praticamente la Panda.
Per sviluppare la nuova Alfa Giulia, Marchionne ha fatto fuori una foresta per i fogli di carta sui quali disegnare gli schizzi giusti per il mercato USA e più di qualche designer. Se confrontiamo il modello attuale ed il precedente, mi assale lo sconforto.
Io la butto li, ma se la Fiat rifacesse la Ritmo, compreso il modello cabrio, spaccherebbe il culo (commercialmente parlano) alla concorrenza. Perché l'italiano vuole quello. La sua storia, la tradizione, i ricordi di una volta. 
L'unico ostacolo credo sia la convinzione di Marchionne che quello italiano non sia (più) il mercato principale e se ne può sbattere le balle svizzere di quello che vuole un idiota nostalgico italiano, soprattutto se i guadagni sono minimi.
Il mercato di adesso però si dirige verso i suv. Il primo concept di un Alfa Romeo suv risale al 2003. Ho capito la razionalità ma a volte si esagera! E pensare che la Giulietta sarebbe una splendida base di partenza: un assetto rialzato, una meccanica ed un motore adeguati e ci dimenticheremo dei suv teutonici o japponesi. Così come poteva farlo la Lancia con la Delta. A proposito, qualcuno si era bullato col sottoscritto di di lavorare alla presentazione della nuova Delta e che sarebbe stata presentata nel giro di un anno. Ormai ci dovremmo essere...

Ho scritto tanto, troppo come al solito. E non ho parlato di moto... Sarebbe un tasto più che dolente. Drammatico. Sapere che qualcuno ha acquistato storici marchi italiani e li sta facendo marcire nel cassetto fa male. Anzi, è il male! Soprattutto quando non mancherebbe l'iniziativa per riportarli in vita.

E' un peccato vedere il patrimonio automobilistico e motociclistico italiano ridotto così.
Soprattutto se gli esempi per ridargli slancio ci sono e sono sotto gli occhi di chi dovrebbe stare attento a certi segnali. Ma è risaputo che "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Peccato che col cuore i tedeschi si siano riempiti i portafogli. Ma è sempre stata una caratteristica dell'indusria dell'auto italiana, quella di non dare seguito ai propri modelli. 
La Uno andava forte ma è stata sostituita dalla Punto. Come la Lancia Prisma con la Dedra.
Se la Lancia ha l'elettroencafalogramma piatto, la Fiat ha rispolverato la 124. Ma poteva fare molto meglio di sfruttare la piattaforma della Mazda MX-5.
Se penso a certi modelli di Alfa Romeo come la 2000 Sport Spider, la Montreal, la 2600 Spider, il Biscione di Arese potrebbe avere una eredità gigantesca. 
Lo stesso vale per la Fiat con la 1500, la 900 E Panorama (avvessi soldi e ne trovassi uno lo prenderei!) o la 127 Panorama.
Non parliamo di Lancia perché Fulvia, Stratos e Delta sono già esempi chiari. Ripensiamo un po' alla Ypsilon e uscirebbe una degna concorrente della Mini o della DS3.

La prossima edizione di Auto e Moto d'Epoca si potrebbe sottotitolare "Quando facevano auto e moto (belle)". Perché non le facciamo nemmeno più. 



PS: La foto di quella splendida Gilera con il serbatoio rosso è volutamente sfuocata. Volevo rendere l'idea della situazione del marchio: un ricordo indimenticato, semmai un po' sfuocato.

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Qualcosa di sbagliato

Ho appena terminato un periodo di prova di due settimane scarse in una azienda che vende ricambi per auto. In tutto ho fatto 9 pomeriggi, 36 ore, pagate con i voucher.
Il mio compito era quello di scrivere i testi (la passione per la scrittura era un requisito richiesto fondamentale) per email di vendita (Gesù! Eccome se ha bisogno di qualcuno che sappia scrivere...) e schede prodotto.
Un ruolo destinato ad ampliarsi in vista del rinnovo del sito e con la conseguente gestione dei social media e magari con altri progetti, nell'ambito automobilistico che mi piace molto. Oh, figata (cit.).

Al secondo giorno uno dei due titolari mi chiede se ho iniziato a scrivere le prime email di vendita (ipertensione). Mescolando una certa sorpresa ad un filo di irritazione ho fatto presente che stavo ancora facendo la conoscenza dei prodotti. Come faccio a scrivere qualcosa su prodotti e su un mercato che conosco poco? Ho notato una malcelata irritazione nella risposta, così ho sviato accennando ad un piano editoriale ricevendo in cambio sguardi perplessi.
Ho cambiato parole così ho abbozzato ad un programma di invio per capire le loro intenzioni e dopo un attimo di silenzio ho capito la filosofia: chi se ne frega del piano di invio o del programma editoriale, scriviamo più e-mail possibile e vediamo quante spedirne ogni giorno e a chi.
Vale bene ricordarlo, all'ombra dei Berici come degli Euganei il verbo è sempre quello: "fatturare" (spero conoscano anche il sostantivo "margine", ma da quel poco che ho intra-visto per fortuna loro mi sembra di sì).

Questa azienda non è un rivenditore ufficiale di qualche marchio in particolare. Non c'è un catalogo di prodotti come molti (tutti?) distributori, si limitano a far riferimento ad alcuni grandi distributori spersi tra Germania e Stati Uniti.
Quindi se qualche cliente chiede il costo di qualcosa, procedono con la ricerca del materiale disponibile al prezzo migliore (e spero con il margine più alto, ma chi se ne fraga sono affari loro) e con il tempo di consegna più rapido.
Di qui la mia domanda (si vedrà che era anche piuttosto retorica) è nata più che spontanea: "Prima di scrivere il testo di una newsletter, è il caso o no di sapere se il materiale è disponibile?". La risposta non fu mai stata più banale: "Intanto tu scrivi". Che mona che sono!

Lavorando part-time non ho avuto molto tempo a disposizione ma ho cercato di velocizzare i tempi, non potevo fare altro a discapito della qualità del lavoro (per la quale non pare fregare una Madonna agli illuminati imprenditori, tanto meno quando i schei arrivano lo stesso).
Un pomeriggio ho ricevuto una e-mail da uno dei due: non so quante e-mail mi ha inoltrato relative e tecniche di scrittura persuasiva (lezioni di copywriting per diventare un venditore di successo) e 43 file allegati contenenti circa le stesse invincibili tecniche.
Ho letto qualcosa, per togliermi la curiosità (e anche per capire di più la persona con la quale ho a che fare) ma non ci ho trovato più di un certo buon senso e diverse parole dal persistente retrogusto demagogico. Cioè molto fumo soffiato negli occhi da chi presenta quello che fa come un lavoro senza dimostrare alcun successo materiale nella sua carriera.
Non proprio una ottima premessa, dal momento che detesto queste persone e faccio fatica a capire (eufemismo) quelle che le seguono.

Questa settimana mi hanno presentato il programma per pubblicare le newsletter, con la medesima fretta con la quale si autocelebrano.
Qualche appunto al volo l'ho preso ma come ogni cosa simile si impara presto a utilizzare.
Senza sapere granché di tecnico su cerchi e scarichi (e cosa vuoi sapere di una forma geometrica o su un tubo da mettere sotto una macchina?) scrivo di getto le prima stronzate che mi vengono in mente.
Prima però ho dato un'occhiata alle precedenti e-mail di vendita (irritazione) che erano state impostate: forse in una delle lezioni dei demagoghi di prima veniva suggerito un approccio diretto ed amichevole, stile "Ciao, sono Gino della Gino srl e oggi voglio parlarti di...."
Allora io ho scritto le prime stronzate che mi venivano in mente evitando introduzioni stile "Ciao, sono Toni dell'azienda Menego srl", dal momento che chi riceve le e-mail sa benissimo chi le invia e non penso freghi il nome della persona (ricevo solo newsletter al mio indirizzo e-mail e nessuna mi da del tu presentandosi, nemmeno i più easy e cool Aussie). Piuttosto, punto su un titolo esplicito ed accattivante.
Ne pubblico due al giorno, dovendo cercare le  informazioni per conto mio in giro sul web (gli altri sono tutti al telefono o  quando chiedo non sanno): un cerchio in alluminio è più leggero quindi presumo che qualche effetto sul rapporto prestazioni/consumi ce lo possa avere no!?
Un nuovo scarico come può influire sulle dinamiche sportive di un motore V6 da 300 CV? Nessuno li dentro che sapeva darmi una risposta certa. Qualcosa so, qualcosa trovo. Friggo un po' d'aria e confeziono il prodotto. Alla fine chi compra non gliene frega un cazzo di aver 3 cavalli in più sotto al culo e di metterci 8 centesimi di secondo in meno per fare 0-100. Gli frega solo del casino che fa quel tubo sotto la macchina. O di far vedere agli amici un cerchio tamarro.

Morale della storia (o del periodo di prova)? Oggi saluto con un "Ci vediamo domani" e uno dei capi mi accompagna fuori, mi consegna i voucher (grazie governo!) e mi dice di non venire domani perché inizia in prova un altro ragazzo (oh, potrai saperne a pacchi, ma tante care cose!) e che ci risentiremo più avanti.
All'inizio tentenno, poi la curiosità ed il diritto di saperne di più prevalgono e gli chiedo se c'è qualche problema, qualcosa che non andava. 
Mi ha accennato a qualche inesattezza tecnica, uno stile di scrittura forse non corretto, poca conoscenza dell'argomento, poche email di vendita (brividi) scritte, 4 in due settimane, "tanto sono tutte copia e incolla l'una con l'altra".
Gli ho risposto solo per le poche email di vendita (avrò gli incubi) scritte: ne ho scritte 4 in 8 ore, non in due settimane.
Per il resto, le mie riflessioni le ho fatte lungo la strada del ritorno, condite dalla mia solita arroganza.
Le inesattezze tecniche penso ci fossero, ma quando ho avuto dubbi ho chiesto e non ho ricevuto risposte, quando c'erano persone disponibili a rispondermi. Se le hanno notate, potevano dirmelo che insieme si correggeva per evitarle le prossime volte.
Lo stile di scrittura è il mio. Può chiamarsi storytelling come fa figo riempirsi la bocca al momento come può essere descrivere una esigenza in particolare. Non mi metto a scrivere come dice uno con il nome straniero ed il cognome meridionale (nulla in contrario con i miei amici terroni, ciao a tutti!). Se non ti va bene come scrivo e se si tratta di copiare e incollare, scrivitele te quelle cazzo di email di vendita! Si chiamano newsletter, comunque!
Per la poca conoscenza dell'argomento, ho imparato quello che potevo imparare in 9 mezze giornate.
Detesto quelle persone che assumo dipendenti per fargli fare quello che vogliono loro.
Ancora di più quelle che criticano un lavoro che non conoscono nemmeno.
Peggio ancora quelli che ti criticano senza spiegarti cosa - secondo loro - non va. Sono nella stanza accanto, puoi venirmelo a dire con tranquillità, ne parliamo mica ti accoltello!
Vabbhè, da domani torno ad avere ancora un po' di tempo libero. Ed a sentirmi inetto.
Anzi no, a concentrarmi su me stesso.
Come diceva Steve Jobs: "it doesn’t make sense to hire smart people and tell them what to do; we hire smart people so they can tell us what to do". Ma lui partiva dal presupposto di assumere persone brillanti....

Eppure, alla fine di questa ennemisa esperienza, mi chiedo cosa ho sbagliato. Frasi, toni di parole, atteggiamenti, tempi sbagliati?
Mica posso beccarli sempre io gli imprenditori coglioni ignoranti che assumono pesone senza sapere cosa devono fare ma solo perché un falso anglo-anglo italiano ha detto che si vende fisso con quell'attività e pretendendo tutto all'istante.
Cosa stracazzo c'è di sbagliato in me? 
Chevrolet Silverado (2016) - picture 1 of 12 - Front Angle - image resolution: 1280x960

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Distinguished Gentleman's Ride Vicenza 2016

L'anno scorso per organizzare il Distinguished Gentleman's Ride di Vicenza ci siamo trovati in cinque, una bella squadra, ma con tempi strettissimi.
Quest'anno ci siamo trovati gli stessi cinque, ma con largo anticipo perché volevamo organizzare qualcosa di ancora più bello e anche più prestigioso.
Ci ervamo anche riusciti, seppur per vie traverse perché far accettare a Vicenza un evento diverso dal solito non rientra nemmeno nelle 12 fatiche di Ercole. Non perché le motociclette al suo tempo non esistevano, ma perché va oltre il senso di fatica, fisica e psicologica che il lasciapassare A-38 di Asterix e Obelix in confronto è una passeggiata.
Ci è spiaciuto molto non aver potuto portate un bellissimo evento come il DGR nel cuore della città, in un contesto prestigioso che rispecchia benissmo la sua immagine distinta ed elegante.
Siamo stati trapassi (strapazzati!) dall'euforia di 3 mesi di lavoro bruciati la settimana prima del DGR da monosillabi negativi ripetuti più volte (e loro sinonimi plurisillabi) ma non ci siamo fatti prendere dallo sconforto ed è stato srotolato un "piano B" alla velocità della luce. Matteo Enrico Enrico e Sandra hanno fatto un lavoro splendido.

Tralasciando le peripezie burocratiche che ci hanno portato su tutt'altre strade, avevamo previsto un maggior numero di partecipanti al DGR di Vicenza. Mancavano quelli di Trento e Treviso mentre Padova si è organizzata all'ultimo momento, in più con la scusa che quello di Verona si svolge la mattina, qualcuno dalla città nem.. scaligera arriva sempre. Quindi il nostro calcolo era di circa 2-300 motociclette.
Credo che invece siamo arrivati a toccare le 400!
Il ritrovo al concessionario Triumph di Vicenza ormai è una tradizione e il piazzale era colmo tanto che molte moto sono state costrette a parcheggiare lungo la strada.

Del nome Distinguished Gentleman's Ride noi consideriamo tutto. Oltre ad essere Distinguished e Gentlemen, c'è anche quel Ride da rispettare e a Vicenza lo facciamo ogni anno. Ma mica per una manciata di chilometri per giustificarlo, per soddisfare l'edonismo dei partecipanti.
Il piano B messo in scena ha previsto un bel tour della provincia di Vicenza, attraversando la città siamo usciti verso le campagne di Dueville salendo per le colline di Montecchio Precalcino, con passaggi e paesaggi che non hanno niente di meno della Toscana. La meta finale individuata per quest'anno è stata la Fattoria Sociale La Costa.
Tutto si è svolto nel migliore dei modi, non ho visto automobilisti bloccati dalle Vespa-staffetta (fantastici!) sbuffare spazientiti per far passare 400 moto né mandarci a quel paese anzi, qualcuno smontava per fare foto o video, come la gente che si affacciava alle finestre o usciva di casa sorpresa ed incuriosita per venirci a vedere o chiedere alle staffette cosa stavamo facendo.
400 moto attraverso la provincia di Vicenza. Non è tanto frequente né banale.

Non so gli altri ride di tutto il mondo. So che in Italia nell'arco di una mattinata finisce tutto. A Vicenza alcuni si ritrovano per un giro sui colli con pranzo incluso e poi ci raggiungono, trasformando il DGR in una giornata intera. Che finisce in un contesto meraviglioso (mentre l'anno scorso è iniziato). La Fattoria Sociale La Costa che ci ha ospitato è un posto splendido (come anche il suo fine, complimenti signor Osvaldo!), fuori dalla città dove poter respirare e sentirsi in pace.
Non siamo Londra, New York, San Francisco dove forse ci sono persone che lo fanno forse per lavoro. Il DGR di Vicenza però sta assumendo la sua forma e soprattutto sta ricevendo qualcosa di importante come il riconoscimento del pubblico.

Non è stata una settimana facile. Averla finita qui è stato quello che ci voleva.
Ed alla fine, un B-Side così ben riuscito non si è mai visto! Come il panorama che si poteva vedere dalla fattoria.

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Parto in casa

No non vado da nessuna parte, non ho scritto sbagliato né avete letto male, è giusto così.
Parto in casa cioè far nascere qualcuno in casa, come si faceva una volta, come ha fatto mia nonna con mia zia prima e mia mamma dopo.
E come abbiamo fatto Anna e io per Teresa, come già saprete.
Per colpa di scuse varie come il tempo mai sufficiente, l'indolenza, una operazione al menisco ed un gomito che fa contatto col piede, avrei voluto, avrei dovuto, scrivere questo post a tempo debito e per la precisione quando è scoppiato quella polemica prima online e poi mediatica sulle foto dei parti in casa ritenute pornografiche da qualcuno e sulla coppia che ha deciso di partorire sotto una tenda rossa piantata in mezzo al bosco.

Non è colpa del web dei social o di Zuckerberg che ha creato Facebook (ah no, l'ha rubato!). Ma delle persone e dell'uso che fanno delle cose che hanno a disposizione.
Sono consapevole di parlare come persona coinvolta e proprio per questo mi permetto di sbattere le dita sulla tastiera riguardo questo argomento. Perché l'ho conosciuto in prima persona. Perché senza dubbio vivere certe esperienze ti aiuta a conoscerle.

Per prima cosa non capisco chi sia andato a richiedere di cancellare le foto del parto in casa.
Se segui quella persona o la pagina della sua attività, non puoi che aspettarti quelle foto. Che per altro con la pornografica non hanno niente a che fare. E se invece qualcuno lo ritiene, io e Anna siamo ben lieti di essere due pornografi!

Sono immagini di vita che nasce, di qualcosa di vivo che entra nella vita di qualcun altro. Bisogna censurare la vita? 
Piuttosto pensiamo a censurare tutta quella immondizia che circola sui social.
Il parto in casa di Teresa è stato bellissimo. Per me e di più per Anna. Posso fare un confronto con il trattamento ricevuto in ospedale da ostetriche ed infermiere e a casa dalle due ostetriche (che per non far problemi si chiamano entrambe Elena!).
In ospedale si pensa a svolgere un compito, ad applicare prassi protocolli e regole fredde che non considerano la persona che si sta assistendo.
A casa invece hanno pensato prima di tutto alle esigenze di Anna, a metterla a proprio agio, a tranquillizzarla (per quel che si può tranquillizzarla...) a non darle fretta ansia timore ma seguendo il ritmo di quello che stava succedendo. Perché ogni cosa deve avere il suo tempo (come dice anche il signor Toro in Peppa Pig).
Peccato solo essermi perso quelle splendide scene pornografiche perché Tommaso ha deciso di svegliarsi nel momento clou!
Mi rimarrà sempre impressa una cosa: i capelli e l'espressione di Anna. Tutte le volte che sono andato in ospedale dopo la nascita dei figli di amici, ho sempre visto neo mamme con capelli unti e facce stravolte. Posso immaginare che non sia una passeggiata soprattutto dopo un travaglio di tante ore e che in ospedale non puoi avere tutte le comodità. Ma i capelli di Anna erano splendidi e in ordine e la sua espressione era serena, sia subito dopo il parto che ore dopo.
Pochi giorni fa ho parlato con una amica, mamma da pochi mesi. Invidiava Anna perché lei in ospedale ha sofferto molto potendo vedere la sua creatura solo in orari prestabiliti e il suo compagno poteva essere presente solo dopo le 17. Una prima dimostrazione di come la pubblica amministrazione non inciti granché le famiglie.

Il parto nel bosco non è stato nel bosco ma invece è successo nel parco di una cooperativa. Alla faccia del selvaggio.
Riguardo la distanza dell'ospedale mi viene da ridere. Innanzi tutto non era lontano, o non più lontano di quanto qualcuno può aver capito o voluto capire. 
Non più lontano di un ospedale per chi abita in un palazzo di 10 piani e deve prendere l'ascensore con la possibilità che si possa anche fermare a piani alternati e scendere fino al garage per prendere la macchina.
In secondo luogo lo trovo un argomento davvero insulso se si pensa che molti punti nascita, in luoghi considerati più sicuri e civili, stanno chiudendo costringendo le persone a percorrere decine di chilometri in più, impiegando molto più tempo, vitale tempo, per raggiungere l'ospedale più vicino. Pensate alla comodità di chi deve scendere dall'Altopiano di Asiago a Bassano o Santorso in inverno con la neve o le strade ghiacciate. Forse per chi ha deciso queste chiusure è meglio il parto in auto che in casa. O destinare i soldi (nostri) per pagare lo stipendio dei DG e non per garantire i servizi di pubblica utilità.
Penso che fosse più agevole arrivare all'ospedale partendo dalla tenda perché non era piantata in mezzo al bosco stile Blair Witch Project ma molto vicina al percorso per raggiungere la cooperativa e la macchina in caso di bisogno.
Tanti si sono chiesti cosa sarebbe successo se qualcosa fosse andato storto. Ringraziando per l'augurio che rimando al mittente chiedendo per quale ragione qualcosa doveva andar male dopo 9 mesi perfetti senza nemmeno un'ansia o un valore fuori norma, questo dimostra tutte le competenze, la professionalità e la serietà delle ostetriche, di Elena, Elena e Laura.
Infine: ma se i genitori hanno scelto di fare questa esperienza, a voi cosa ve ne frega?

Se le immagini offendono o nel migliore delle ipotesi non piacciono, basta non seguire più quelle persone o quelle pagine.

Non so per quale motivo (o forse sì ma non so quale possa essere dei tre) l'altro giorno mi sono trovato a pensare a cosa fare se vincessi un milione di euro.
La risposta è stata 'bambini'. Perché è bello farli è la risposta più diretta vero!? Perché sono belli. Perché anche se ti portano via un sacco di tempo ti sanno dare ben di più. Perché è bello farli e vederli nascere (oddio, il travaglio di Anna è stato piuttosto potente, un altro così non lo regge mica). E senza dubbio sceglierei ancora di farli nascere in una piscina in soggiorno (questa volta preparando per tempo il mojito - anche una caraffa - e le prese per la canna dell'acqua!) con Elena e Elena.

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