Auto e Moto d'Epoca 2016

Venerdì sono stato a Padova per Auto e Moto d'Epoca. L'ultima volta è stata sei anni fa quando facevo finta di fare il giornalista. Adesso che lo sono (ma non molto operativo) ci sono andato per fare finta di lavorare. Com'è curiosa la vita...
Pier mi ha chiesto di andarci ma ci sarei andato comunque, seppur per diletto a fare un nostalgico salto nella storia dell'industria automobilistica e motociclistica.
Su Rust 'n Glory potete leggere le mie impressioni sull'edizione di quest'anno di AMDE, dove non mi risparmio qualche riflessione, tanto per cambiare. Ma li le ho scritte in modo tutto sommato pacato, mentre qui nella Zona Verde invece posso permettermi di trascendere in sentimenti più malinconicamente intensi e che covo da diverso tempo.

Le mie riflessioni nascono da una immagine ed un frase.
L'immagine è quella di un signore, all'incirca coetaneo delle Gilera che stava guardando con aria che andava oltre a quello che aveva davanti.
La frase è "Tra tutta la produzione mondiale a due e quattro ruote, quella più bella è italiana o inglese", pronunciata da un visitatore tedesco, con i capelli ancora tutti colorati, per altro.

Chissà cosa stava pensando quel signore, davanti a splendide Gilera degli anni '50. Forse si stava chiedendo dov'è sparito questo storico marchio, pluricampione del mondo ma non solo, produttore di moto splendide anche nella sua storia più recente.
Bisognerebbe chiederlo a Roberto Colaninno, che detiene l'80% della storia dell'industria motociclistica italiana, parte della quale chiusa in un cassetto.

Penso di poter dare ragione a quel signore sceso dalla Germania per cercare qualcosa di bello e riconoscendolo in modo molto preciso.
Lancia, Fiat, Alfa Romeo, Lamborghini, Maserati Ducati, Gilera, Moto Guzzi, Piaggio insieme a MG, Aston Martin, Rolls Royce, Norton, BSA e Triumph (anche auto!) solo per citare alcuni marchi che hanno prodotto modelli che ancora adesso ti mettono la pelle d'oca solo a vederli. 
Modelli superati tecnologicamente, senza dubbio, ma ancora attualissimi per soluzioni estetiche. 
Grandi livree nere eleganti che trovano un contrasto con il rosso ed il verde dei solidi cerchi a raggi.

La tecnologia ha fatto un balzo grandissimo in poco tempo per dotazioni utilissime, soprattutto per quanto riguarda i sistemi di sicurezza sia attiva che passiva ed altre stupidissime: almeno per me, della connettività della mia auto me ne frega poco niente. Se poi penso che non molto tempo la tecnologia ci priverà dell'unico gusto di avere un'auto, ovvero il piacere di guida, mi chiedo che senso abbia questo sviluppo.
 Ma fare un paragone tecnico con le auto di ieri e di oggi è ingiusto. 
Da un punto di vista estetico invece resto ancora sconvolto dalla bellezza di modelli di 60 anni. Anzi, mi piacciono molto di più di quelli attuali. Se adesso la produzione automobilistica si caratterizza per linee tese, spigolose, fendenti l'aria, linee di cintua alte (troppo, a mio modesto parere) e fari tanto piccoli quanto potenti (però ammetto che mi attrae il gruppo ottico inteso come componente di design, grazie alle luci a LED e tra poco a laser!), in passato il trend era l'opposto. Ho notato forme morbide, tante linee curve e sinuose che formavano auto formose e seducenti. Oppure modelli che mescolavano tratti sportivi ad altri eleganti. Perché una volta chi possedeva certe auto era un vero gentleman.
Peccato che certi modelli non li facciano più. Soprattutto i marchi italiani. Già. Appunto.
Nel 2001 BMW aveva appena rilanciato la Mini, sull'onda della moda del Maggiolino della volkswagen. Visti gli ottimi risultati, mi sono subito chiesto cosa aspettasse la Fiat a rifare una nuova 500. Nel frattempo, era spuntata per caso una Panda, ma il nome doveva essere diverso e per colpa dei o grazie ai francesi è tornata in commercio la Panda. A Torino devono ringraziare i cugini per l'involontario consiglio di marketing: si fosse chiamata nell'altro modo, sarebbe stato un fallimento.
La Fiat 500 è arrivata alla fine, nel 2007, ed i risultati li conosciamo tutti. Però io.... Vabbhé...
Mi chiedo chi ci sia a capo del prodotto e del marketing nel gruppo Fiat e per quale motivo si tiene due spesse fette di salame sugli occhi. 
Fiat ha modelli storici bellissimi, possibile che non abbia ancora capito che, così com'è per la moto, il mercato automobilistico è guidato principalmente dal cuore e dalla passione? E che la tradizione è importante? 
La VW Golf nel 2014 ha compiuto 40 anni, il Maggiolino è prossimo agli 80, la BMW Serie 3 ha appena passato i 40 e sono tutti modelli storici e di successo.
In Italia facciamo morire la Lancia dopo aver offeso la memoria di modelli come Fulvia e Thema con operazioni di rebranding che mi ricordano tanto la stupidità di Homer Simpson. 
Intanto nel 2010 un pazzo collezionista tedesco e suo figlio (Michale e Maximiliam Stoschek) riportavano alla luce quello splendore di coupé che era la Lancia Stratos, con un design molto fedele e facendola partecipare anche ad alcune gare di rally.
La Fiat Uno è risota in Brasile ma è praticamente la Panda.
Per sviluppare la nuova Alfa Giulia, Marchionne ha fatto fuori una foresta per i fogli di carta sui quali disegnare gli schizzi giusti per il mercato USA e più di qualche designer. Se confrontiamo il modello attuale ed il precedente, mi assale lo sconforto.
Io la butto li, ma se la Fiat rifacesse la Ritmo, compreso il modello cabrio, spaccherebbe il culo (commercialmente parlano) alla concorrenza. Perché l'italiano vuole quello. La sua storia, la tradizione, i ricordi di una volta. 
L'unico ostacolo credo sia la convinzione di Marchionne che quello italiano non sia (più) il mercato principale e se ne può sbattere le balle svizzere di quello che vuole un idiota nostalgico italiano, soprattutto se i guadagni sono minimi.
Il mercato di adesso però si dirige verso i suv. Il primo concept di un Alfa Romeo suv risale al 2003. Ho capito la razionalità ma a volte si esagera! E pensare che la Giulietta sarebbe una splendida base di partenza: un assetto rialzato, una meccanica ed un motore adeguati e ci dimenticheremo dei suv teutonici o japponesi. Così come poteva farlo la Lancia con la Delta. A proposito, qualcuno si era bullato col sottoscritto di di lavorare alla presentazione della nuova Delta e che sarebbe stata presentata nel giro di un anno. Ormai ci dovremmo essere...

Ho scritto tanto, troppo come al solito. E non ho parlato di moto... Sarebbe un tasto più che dolente. Drammatico. Sapere che qualcuno ha acquistato storici marchi italiani e li sta facendo marcire nel cassetto fa male. Anzi, è il male! Soprattutto quando non mancherebbe l'iniziativa per riportarli in vita.

E' un peccato vedere il patrimonio automobilistico e motociclistico italiano ridotto così.
Soprattutto se gli esempi per ridargli slancio ci sono e sono sotto gli occhi di chi dovrebbe stare attento a certi segnali. Ma è risaputo che "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce". Peccato che col cuore i tedeschi si siano riempiti i portafogli. Ma è sempre stata una caratteristica dell'indusria dell'auto italiana, quella di non dare seguito ai propri modelli. 
La Uno andava forte ma è stata sostituita dalla Punto. Come la Lancia Prisma con la Dedra.
Se la Lancia ha l'elettroencafalogramma piatto, la Fiat ha rispolverato la 124. Ma poteva fare molto meglio di sfruttare la piattaforma della Mazda MX-5.
Se penso a certi modelli di Alfa Romeo come la 2000 Sport Spider, la Montreal, la 2600 Spider, il Biscione di Arese potrebbe avere una eredità gigantesca. 
Lo stesso vale per la Fiat con la 1500, la 900 E Panorama (avvessi soldi e ne trovassi uno lo prenderei!) o la 127 Panorama.
Non parliamo di Lancia perché Fulvia, Stratos e Delta sono già esempi chiari. Ripensiamo un po' alla Ypsilon e uscirebbe una degna concorrente della Mini o della DS3.

La prossima edizione di Auto e Moto d'Epoca si potrebbe sottotitolare "Quando facevano auto e moto (belle)". Perché non le facciamo nemmeno più. 


video

PS: La foto di quella splendida Gilera con il serbatoio rosso è volutamente sfuocata. Volevo rendere l'idea della situazione del marchio: un ricordo indimenticato, semmai un po' sfuocato.

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Qualcosa di sbagliato

Ho appena terminato un periodo di prova di due settimane scarse in una azienda che vende ricambi per auto. In tutto ho fatto 9 pomeriggi, 36 ore, pagate con i voucher.
Il mio compito era quello di scrivere i testi (la passione per la scrittura era un requisito richiesto fondamentale) per email di vendita (Gesù! Eccome se ha bisogno di qualcuno che sappia scrivere...) e schede prodotto.
Un ruolo destinato ad ampliarsi in vista del rinnovo del sito e con la conseguente gestione dei social media e magari con altri progetti, nell'ambito automobilistico che mi piace molto. Oh, figata (cit.).

Al secondo giorno uno dei due titolari mi chiede se ho iniziato a scrivere le prime email di vendita (ipertensione). Mescolando una certa sorpresa ad un filo di irritazione ho fatto presente che stavo ancora facendo la conoscenza dei prodotti. Come faccio a scrivere qualcosa su prodotti e su un mercato che conosco poco? Ho notato una malcelata irritazione nella risposta, così ho sviato accennando ad un piano editoriale ricevendo in cambio sguardi perplessi.
Ho cambiato parole così ho abbozzato ad un programma di invio per capire le loro intenzioni e dopo un attimo di silenzio ho capito la filosofia: chi se ne frega del piano di invio o del programma editoriale, scriviamo più e-mail possibile e vediamo quante spedirne ogni giorno e a chi.
Vale bene ricordarlo, all'ombra dei Berici come degli Euganei il verbo è sempre quello: "fatturare" (spero conoscano anche il sostantivo "margine", ma da quel poco che ho intra-visto per fortuna loro mi sembra di sì).

Questa azienda non è un rivenditore ufficiale di qualche marchio in particolare. Non c'è un catalogo di prodotti come molti (tutti?) distributori, si limitano a far riferimento ad alcuni grandi distributori spersi tra Germania e Stati Uniti.
Quindi se qualche cliente chiede il costo di qualcosa, procedono con la ricerca del materiale disponibile al prezzo migliore (e spero con il margine più alto, ma chi se ne fraga sono affari loro) e con il tempo di consegna più rapido.
Di qui la mia domanda (si vedrà che era anche piuttosto retorica) è nata più che spontanea: "Prima di scrivere il testo di una newsletter, è il caso o no di sapere se il materiale è disponibile?". La risposta non fu mai stata più banale: "Intanto tu scrivi". Che mona che sono!

Lavorando part-time non ho avuto molto tempo a disposizione ma ho cercato di velocizzare i tempi, non potevo fare altro a discapito della qualità del lavoro (per la quale non pare fregare una Madonna agli illuminati imprenditori, tanto meno quando i schei arrivano lo stesso).
Un pomeriggio ho ricevuto una e-mail da uno dei due: non so quante e-mail mi ha inoltrato relative e tecniche di scrittura persuasiva (lezioni di copywriting per diventare un venditore di successo) e 43 file allegati contenenti circa le stesse invincibili tecniche.
Ho letto qualcosa, per togliermi la curiosità (e anche per capire di più la persona con la quale ho a che fare) ma non ci ho trovato più di un certo buon senso e diverse parole dal persistente retrogusto demagogico. Cioè molto fumo soffiato negli occhi da chi presenta quello che fa come un lavoro senza dimostrare alcun successo materiale nella sua carriera.
Non proprio una ottima premessa, dal momento che detesto queste persone e faccio fatica a capire (eufemismo) quelle che le seguono.

Questa settimana mi hanno presentato il programma per pubblicare le newsletter, con la medesima fretta con la quale si autocelebrano.
Qualche appunto al volo l'ho preso ma come ogni cosa simile si impara presto a utilizzare.
Senza sapere granché di tecnico su cerchi e scarichi (e cosa vuoi sapere di una forma geometrica o su un tubo da mettere sotto una macchina?) scrivo di getto le prima stronzate che mi vengono in mente.
Prima però ho dato un'occhiata alle precedenti e-mail di vendita (irritazione) che erano state impostate: forse in una delle lezioni dei demagoghi di prima veniva suggerito un approccio diretto ed amichevole, stile "Ciao, sono Gino della Gino srl e oggi voglio parlarti di...."
Allora io ho scritto le prime stronzate che mi venivano in mente evitando introduzioni stile "Ciao, sono Toni dell'azienda Menego srl", dal momento che chi riceve le e-mail sa benissimo chi le invia e non penso freghi il nome della persona (ricevo solo newsletter al mio indirizzo e-mail e nessuna mi da del tu presentandosi, nemmeno i più easy e cool Aussie). Piuttosto, punto su un titolo esplicito ed accattivante.
Ne pubblico due al giorno, dovendo cercare le  informazioni per conto mio in giro sul web (gli altri sono tutti al telefono o  quando chiedo non sanno): un cerchio in alluminio è più leggero quindi presumo che qualche effetto sul rapporto prestazioni/consumi ce lo possa avere no!?
Un nuovo scarico come può influire sulle dinamiche sportive di un motore V6 da 300 CV? Nessuno li dentro che sapeva darmi una risposta certa. Qualcosa so, qualcosa trovo. Friggo un po' d'aria e confeziono il prodotto. Alla fine chi compra non gliene frega un cazzo di aver 3 cavalli in più sotto al culo e di metterci 8 centesimi di secondo in meno per fare 0-100. Gli frega solo del casino che fa quel tubo sotto la macchina. O di far vedere agli amici un cerchio tamarro.

Morale della storia (o del periodo di prova)? Oggi saluto con un "Ci vediamo domani" e uno dei capi mi accompagna fuori, mi consegna i voucher (grazie governo!) e mi dice di non venire domani perché inizia in prova un altro ragazzo (oh, potrai saperne a pacchi, ma tante care cose!) e che ci risentiremo più avanti.
All'inizio tentenno, poi la curiosità ed il diritto di saperne di più prevalgono e gli chiedo se c'è qualche problema, qualcosa che non andava. 
Mi ha accennato a qualche inesattezza tecnica, uno stile di scrittura forse non corretto, poca conoscenza dell'argomento, poche email di vendita (brividi) scritte, 4 in due settimane, "tanto sono tutte copia e incolla l'una con l'altra".
Gli ho risposto solo per le poche email di vendita (avrò gli incubi) scritte: ne ho scritte 4 in 8 ore, non in due settimane.
Per il resto, le mie riflessioni le ho fatte lungo la strada del ritorno, condite dalla mia solita arroganza.
Le inesattezze tecniche penso ci fossero, ma quando ho avuto dubbi ho chiesto e non ho ricevuto risposte, quando c'erano persone disponibili a rispondermi. Se le hanno notate, potevano dirmelo che insieme si correggeva per evitarle le prossime volte.
Lo stile di scrittura è il mio. Può chiamarsi storytelling come fa figo riempirsi la bocca al momento come può essere descrivere una esigenza in particolare. Non mi metto a scrivere come dice uno con il nome straniero ed il cognome meridionale (nulla in contrario con i miei amici terroni, ciao a tutti!). Se non ti va bene come scrivo e se si tratta di copiare e incollare, scrivitele te quelle cazzo di email di vendita! Si chiamano newsletter, comunque!
Per la poca conoscenza dell'argomento, ho imparato quello che potevo imparare in 9 mezze giornate.
Detesto quelle persone che assumo dipendenti per fargli fare quello che vogliono loro.
Ancora di più quelle che criticano un lavoro che non conoscono nemmeno.
Peggio ancora quelli che ti criticano senza spiegarti cosa - secondo loro - non va. Sono nella stanza accanto, puoi venirmelo a dire con tranquillità, ne parliamo mica ti accoltello!
Vabbhè, da domani torno ad avere ancora un po' di tempo libero. Ed a sentirmi inetto.
Anzi no, a concentrarmi su me stesso.
Come diceva Steve Jobs: "it doesn’t make sense to hire smart people and tell them what to do; we hire smart people so they can tell us what to do". Ma lui partiva dal presupposto di assumere persone brillanti....

Eppure, alla fine di questa ennemisa esperienza, mi chiedo cosa ho sbagliato. Frasi, toni di parole, atteggiamenti, tempi sbagliati?
Mica posso beccarli sempre io gli imprenditori coglioni ignoranti che assumono pesone senza sapere cosa devono fare ma solo perché un falso anglo-anglo italiano ha detto che si vende fisso con quell'attività e pretendendo tutto all'istante.
Cosa stracazzo c'è di sbagliato in me? 
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